Malgrado la sclerosi multipla che lo affligge da tempo e una frattura alla colonna vertebrale responsabile di limitarne i movimenti e la possibilità di cantare, Jon Oliva non intende certo mollare i Savatage, pronti a rilasciare un nuovo album dal 2001, quando venne pubblicato “Poets And Madmen”. La leggendaria formazione statunitense, dopo il Monsters Of Rock sudamericano di qualche mese fa, sarà impegnata in un tour europeo che la vedrà esibirsi anche in Italia, precisamente il 24 giugno all’Alcatraz di Milano. Nonostante la forzata assenza in sede live, The Mountain King, ai nostri microfoni, sottolinea il suo grande coinvolgimento nella preparazione degli show, oltre a profondersi in una chiacchierata che attraversa le fasi principali della carriera della band, tra difficoltà varie, dolorosi lutti, grandi soddisfazioni e progetti paralleli di enorme successo.

Ciao Jon, è un grande piacere avere la possibilità di intervistarti. Come ti senti? Stai recuperando dai postumi dell’incidente di un paio di anni fa?

Sto cercando di star bene, non è facile. Comunque grazie.

Ti auguro una pronta guarigione. Intanto, nonostante la tua assenza, i Savatage hanno partecipato quest’anno al Monsters Of Rock in Sud America e sono pronti ad affrontare il tour europeo di giugno. Quali sensazioni ti accompagnano, visto che li supporterai da lontano?

Oh, sarà fantastico. I ragazzi sono appena stati in Sud America ed è andata benissimo. Sai, abbiamo messo insieme lo spettacolo nel nostro studio qui a Tampa. Ci abbiamo lavorato duramente per metterlo insieme. Mi considero come un giocatore di football con una gamba rotta. Quindi sono fuori gioco per un po’ finché non guarisco. Il mio infortunio è qualcosa da cui è molto difficile guarire, colpisce tutte le parti del mio corpo, la mia voce, le mie gambe, la mia schiena. Una frattura alla colonna vertebrale non è facile da superare, non è che ti sdrai per due giorni e salti giù dal letto, è una cosa lunga e fa schifo, la odio. Ma la cosa importante è che i Savatage siano là fuori a spaccare tutto e il pubblico, stanne certo, si divertirà da morire. È un grande show e vi consiglio di guardare alcuni dei video che girano su YouTube sui concerti del Monsters Of Rock. Credo che saranno degli eventi di successo anche in Italia e nel resto d’Europa.

Il 24 giugno ci sarà la tappa italiana dei Savatage all’Alcatraz di Milano. Riusciremo anche noi a usufruire della tua presenza sul megaschermo durante la performance di “Believe”, sorpresa che ha già deliziato il pubblico sudamericano?

Spero di sì. Ci abbiamo messo un sacco di impegno e tempo per mettere insieme questa cosa e per me è molto speciale. In Sud America è stata la prima volta che hanno potuto godersi in qualche modo me e mio fratello Criss insieme sul palco dai primi anni ’90. Quindi è passato molto tempo. La nostra troupe tecnica ha fatto un ottimo lavoro e sono stato molto contento di vederne il frutto al Monsters Of Rock. Ora, non conosco esattamente il locale nel quale suoneranno in Italia, l’Alcatraz, molto dipende dal tipo di allestimento che hanno a disposizione e se potranno utilizzarlo o meno. Dunque vedremo, ma penso che abbiate l’occasione di vedere tutto.

Hai qualche aneddoto curioso su uno show dei Savatage tenuto in Italia?

Mio Dio, una volta ricordo di aver sudato a morte. Quel locale lì a Milano, di cui non ricordo il nome, è sicuramente il posto più caldo in cui abbia mai suonato in vita mia. E faceva così caldo che ho buttato via i vestiti alla fine del concerto, era come se qualcuno mi avesse rovesciato addosso una secchiata d’acqua. Aspetta, forse ora ricordo il nome del locale, mi pare fosse il Rainbow Room o qualcosa del genere.

Era il Rainbow Club, nel 1996.

Vero. Comunque quel locale era più caldo degli inferi, mettiamola così. Ma amo suonare in Italia, adoro i fan italiani, ho un debole per loro, sono grandissimi appassionati di musica, lo ricordo molto bene. Poi i miei genitori sono di origine calabrese e, anche se non conosco neanche una sola parola della vostra lingua, mi sento comunque un po’ italiano.

Dalle tue ultime dichiarazioni, sembra non machi molto alla pubblicazione del nuovo album dei Savatage. Qual è lo stato dell’arte attuale?

Beh, si spera che l’album sarà pronto presto, cercheremo di metterlo insieme dopo che avremo finito le cose per il tour della Trans-Siberian Orchestra, che di solito va da ottobre a dicembre. Quindi ci lavoreremo un po’ quando i ragazzi torneranno dall’Europa. Faremo un breve check e poi inizieremo a occuparcene seriamente a gennaio 2026, dopo che gli impegni della Trans-Siberian Orchestra saranno terminati. Sai, abbiamo già un sacco di materiale pronto, forse una quantità che potrebbe coprire addirittura le tracklist di tre o quattro album. In realtà, non abbiamo registrato niente in studio, a parte qualche cosa fatta da me e Al Pitrelli e delle demo realizzate con Chris Caffery. Il materiale è davvero bello, ne sono molto orgoglioso e penso che i fan lo adoreranno. È tutto quello che posso dire al riguardo. E alla voce principale ci saremo sia io che Zak Stevens, quindi dovremo solo vedere come andrà a finire. Molto dipende dal mio processo di guarigione, fondamentalmente. Con l’infortunio che ho, non riesco proprio a cantare, è molto difficile e questo impedimento ha molto a che fare con i ritardi che riguardano i lavori del nuovo album. Però abbiamo tempo. È per questo che ho lasciato che i ragazzi uscissero e facessero i concerti quest’estate senza di me. Avrei potuto facilmente cancellarli, ma non volevo farlo perché i fan hanno aspettato da così lungo tempo i Savatage. Ho detto loro: “Pensatemi  come un calciatore con una gamba rotta che quest’anno non può giocare le partite. E dunque andate, potete fare i concerti anche senza di me, non è un grosso problema perché  è già successo e ve la siete cavata alla grande”. È proprio questo il punto, i Savatage sono una grande famiglia, non ci sono ego enormi o problemi del genere. È così che abbiamo gestito la situazione. Tuttavia sono stato coinvolto in ogni aspetto dello spettacolo e nella scelta della scaletta, ero presente a ogni singola prova, ho ripassato tutto con i ragazzi, insomma abbiamo preparato insieme ciascun dettaglio dello show. Quindi non è che me ne stavo zitto e non facevo niente. Ripeto, credo che vi divertirete molto.

I Savatage, pur venendo considerata nel complesso una band heavy metal, in realtà è stata negli anni così versatile da rigettare qualsiasi rigida etichetta. Concordi con questa visione?

Certo, i Savatage non sono heavy metal. Ora, a volte suoniamo musica heavy metal, alcune canzoni sono heavy metal, ma i Savatage sono fondamentalmente una band hard rock. Perché non puoi prendere canzoni come “Summer’s Rain”, “Believe”, “When The Crowds Are Gone” e roba del genere e chiamarle heavy metal. Puoi definire heavy metal brani come “Hall Of The Mountain King”, “The Sirens” e “City Beneath The Surface” perchè effettivamente lo sono. Ma i Savatage sono sempre stati un gruppo che, come dici tu, suona molti generi musicali diversi. Sai, non abbiamo mai voluto restare intrappolati in quella routine di dover realizzare sempre un disco uguale all’altro. Questa è una cosa che probabilmente potrebbe essere un difetto, ma non credo, anzi, penso che dimostri la nostra versatilità e mantenga tutto fresco. Voglio dire, adoro i ragazzi dei Metallica, ma mi dispiacerebbe rimanere bloccato come loro che fanno lo stesso album ogni volta e ancora e ancora e ancora, è una cosa che mi farebbe impazzire. Quando abbiamo incontrato Paul O’Neill e abbiamo iniziato a lavorare insieme, lui mi disse: “Jon, perché non suoni più parti di tastiera e più pianoforte come Freddie Mercury?”. Gli risposi che non ne conoscevo la ragione e lui ha subito ribattuto: “Beh, perché non provi?”. Così giocammo un po’ con l’orchestra e roba del genere sull’album “Hall Of The Mountain King”, certo le cose andarono molto bene, ma, sai, io e Criss eravamo ancora un pizzico esitanti. Allorché è arrivato il momento di “Gutter Ballet”, Paul pronunciò una frase su cui ero pienamente d’accordo: “Voi ragazzi avete dimostrato di saper suonare heavy metal. Adesso è il momento di mostrare un altro vostro lato“. Ed è quello che abbiamo fatto. “Gutter Ballet”, intendo la canzone, è stata la prima vera svolta, penso che sia uno dei migliori brani che abbiamo mai composto. E ci ha anche aperto le porte per fare cose come “When The Crowds Are Gone”, “Temptation”, “Revelation”, “Summer’s Rain”. Da lì in poi è cresciuto tutto.

È per questo che siete diversi da tutti gli altri e che non esiste un gruppo musicale accostabile ai Savatage?

Esattamente. Questo perché tutti fanno la stessa cosa, si incasellano dicendo a sé stessi: “Siamo una band heavy metal? Sì, e non possiamo fare altro che heavy metal”. L’heavy metal è fantastico, lo adoro. Ma c’è di più nella vita che solo heavy metal, chiodi, catene e roba del genere, sai. Non sarebbe figo se potessi scrivere una canzone come “Beyond The Doors Of The Dark”, che è probabilmente una delle canzoni più heavy mai scritte dai Savatage? Certo, so che è uno dei pezzi più heavy che abbiamo mai fatto, è molto figo, ma poi potremmo girarci e suonare una canzone come “If I Go Away”. Capisci cosa intendo? Ciò dimostra che questi ragazzi non sono soltanto una cosa. Con i Savatage sei esposto a molte cose diverse e penso che sia un bene. Sei d’accordo con me?

Come potrei non esserlo? E dunque arguisco, Jon, che consideri ormai i brani dei Savatage dei classici, dotati della stessa patente di immortalità delle canzoni dei Beatles, dei Black Sabbath e dei Queen, le tre band a cui ti sei più ispirato.

Non ne sono sicuro, ma mi auguro di sì. I Beatles, i Black Sabbath e i Queen sono state le tre band che ci hanno influenzato di più. Per il loro songwriting brillante, i Beatles sono stati fondamentalmente i miei insegnanti e quelli di mio fratello Criss. Abbiamo imparato la musica dai Beatles, abbiamo imparato a suonare con i Beatles. Quando sono arrivati ​​i Black Sabbath, ci hanno letteralmente fatto impazzire. Ci siamo detti: “Cos’è questa roba? È uno spettacolo per noi”. La loro influenza su di noi è stata enorme. Con l’ascolto dei Queen si sono aperte tutte le porte, tra voci, pianoforti, orchestrazioni e tutto il resto. Ho pensato: “Wow, ecco cosa voglio fare”. Hanno scritto canzoni fantastiche come “Killer Queen” e “Bohemian Rhapsody”, ma poi si giravano e facevano un pezzo tipo “Flick Of The Wrist”, che era una canzone molto pesante, o la bellissima “Lily Of The Valley”. I Queen mi incuriosivano perché sentivo di avere quella versatilità. Volevo essere in grado di fare ogni cosa, sai, e molte delle band che ho incontrato nel corso della mia carriera mi hanno sempre detto che quella fosse la cosa principale che distinguesse i Savatage da tutti gli altri e che li rendesse unici, ovvero che ci dedicavamo a così tanti stili diversi. Ma alla fine eravamo sempre i Savatage.

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Hai già citato l’importanza del compianto Paul O’Neill. Il suo intervento prima del rilascio di “Hall Of The Mountain King” è stato davvero così fondamentale per la sopravvivenza stessa dei Savatage?

Beh, quello è stato il primo album che abbiamo fatto con Paul O’Neill come produttore. E Paul O’Neill era un genio folle. ma era pazzo. Immagino fossimo abbastanza drogati da capire cosa stesse facendo (ride, ndr). Comunque, “Hall Of The Mountain King” è stato un album spartiacque, ma il vero momento decisivo, te lo dico io, è stato l’evento dell’anno prima, quando abbiamo pubblicato “Fight For The Rock”, n disco che tutti odiavamo. Eravamo pronti a separarci. Quando abbiamo incontrato Paul, lui era la persona giusta, è diventato una specie di allenatore e una figura paterna. Avevamo un disperato bisogno di una figura paterna, nonostante non ci fosse praticamente differenza d’età con noi. Lui ci disse: “Voglio che vi preoccupiate soltanto di scrivere un album dei Savatage, al resto penso io”. Quindi ci ha dato la libertà e ha impedito di stressarci per i soldi. Sai, devi ricordare che eravamo molto giovani, io avevo moglie e figlio, mio ​​fratello era sposato, anche Johnny Lee Middleton lo era. Avevamo quasi tutti una famiglia da gestire e i manager che avevamo avuto prima di incontrare Paul erano stati dei criminali. Ci hanno fregato ben più di un milione di dollari e siamo rimasti senza niente, non avevamo i soldi nemmeno per comprare i generi alimentari. Inoltre avuto problemi con la droga e l’alcol perché ci siamo resi conto che dopo aver lavorato per cinque anni eravamo al verde. È la cosa successiva che succede, ti fai per dimenticare e, prima che te ne accorga, vai giù molto più velocemente di quanto ci hai messo per risalire. Stavamo dunque per prendere strade diverse. Fortunatamente è arrivato Paul O’Neill e ci ha detto “Sentite, i soldi ve li do io”. Così ci ha permesso di pagare le bollette, l’affitto e tutto il resto per due anni. Poi ci ha comprato l’attrezzatura nuova, ci ha messo in una sala prove che non fosse infestata da ragni e serpenti o dagli spettri come successe per “Power Of The Night”, e così abbiamo iniziato a scrivere un album per la prima volta nella nostra carriera, senza preoccuparci di come avremmo pagato l’affitto o l’elettricità, visto che era lui a coprire le spese.

Non ha mai preteso nulla in cambio?

A me e Criss consegnò circa cinquantamila dollari e non ha mai preteso indietro un centesimo. L’unica cosa che quell’uomo mi ha mai chiesto è stata: “Voglio scrivere con te e tuo fratello“. E così abbiamo fatto, lasciandolo entrare nel team dei credits, a dire il vero molto di più in seguito che per l’album “Hall Of The Mountain King”. Certo, su quest’ultimo ha contribuito ai testi della title track, di “24 Hrs. Ago”, di “Strange Wings”, di “The Price You Pay”, ma c’erano canzoni di cui detestava le liriche. Ma io e mio fratello eravamo piuttosto testardi allora e non gli permettevamo di cambiare nulla. Solo per fare un esempio, non ha scritto neanche una parola per “Beyond The Doors Of The Dark”, ma odiava quel testo. Tuttavia eravamo d’accordo che avremmo fatto in modo che tutto fosse attribuito a noi tre, un po’ come fecero i Beatles con John Lennon e Paul McCartney. Non tutte le canzoni sono state scritte da entrambi insieme, ma se ne sono comunque divisi il merito. Quindi abbiamo fatto la stessa cosa. Su “Hall Of The Mountain King” si capiva chiaramente quali canzoni Paul non avesse messo becco. Inoltre odiava “White Witch”. Mi disse “ Mio ​​Dio, Jon, non puoi scrivere una canzone sulla droga.”. Io gli risposi: “Non parla di droga, riguarda la Strega Bianca”. Al che lui: “So cosa significa, Jon.”. Pensai:  “Oh, davvero? Merda.”. Ma è andato tutto bene comunque. Per “Gutter Ballet” , invece, ha scritto la maggior parte dei testi, ma non tutti erano suoi. “Mentally Yours” non era un suo testo e “She’s In Love” non era decisamente un suo testo, Ma lo erano “Gutter Ballet”, “When The Crowds Are Gone”, “Summer’s Rain”. Stavamo filtrando tutto dentro, ma facendolo insieme.

Per  “Streets: A Rock Opera”, uno dei migliori concept album della storia insieme a “Operation Mindcrime” dei Queensrÿche, proseguiste sulla medesima linea a livello di scrittura?

Per quanto concerne l’album “Streets: A Rock Opera”, ho guardato mio fratello Criss e gli ho detto tipo “Amico, lascia che scriva i testi così ci lascia in pace per quanto riguarda la musica”. Pensavo che fosse ​​ un autore di testi decisamente migliore di quanto potessi mai sperare di essere io. Presi semplicemente quella decisione e dissi a Paul: “Criss e io abbiamo preso una decisione. Tu scriverai tutti i testi e noi penseremo alla musica”. E così facemmo. Aggiunsi qualche verso qui e là, ma praticamente tutti i testi vennero scritti da Paul, mentre Criss e io ci preoccupammo soltanto della musica. E ha funzionato così bene che ancora oggi reputo “The Streets: A Rock Opera” il miglior album dei Savatage, è quello da ascoltare assolutamente perché mostra noi tre che lavoriamo insieme come unità, ed è per questo ci è voluto così tanto tempo per registrarlo. Utilizzammo lo stesso metodo per “Edge Of Thorns”, poi c’è stata la morte di Criss in quel maledetto incidente.

La scomparsa di Criss Oliva ha segnato un’altra tappa decisiva nel vostro percorso, mettendo la band di fronte a un bivio che ha poi posto le basi per la nascita della Trans-Siberian Orchestra.

Sì, certo, ma quando Chris è morto, è andato tutto a rotoli, fu tremendo. “Handful Rain” è stato praticamente un disco solista di Jon Oliva. È stato comunque ben accolto, ha avuto un ottimo successo, ma è stato un album molto difficile da realizzare perché ero in studio da solo con Paul. La band non c’era, Johnny e Steve Walchoz non hanno suonato neanche una nota su quell’album, li ho accreditati soltanto perché avevo bisogno che i Savatage sembrassero pur sempre una band. Le uniche altre persone che hanno suonato su quell’album sono state Alex Skolnick e Zak. Ma a parte questi minimi interventi, ho suonato e scritto tutto personalmente. Ed è stato molto difficile, ricordo che Paul mi ha salvato la vita molte notti durante la lavorazione di quell’album, stavo per buttarmi dalla finestra dell’hotel in cui alloggiavamo e lui mi ha convinto a non farlo. È stato un periodo molto pesante, sai. Una volta che abbiamo perso Criss, io e Paul ci siamo incontrati e gli ho detto: “Guarda, amico, non sostituiremo mai Criss Oliva, è impossibile. Quindi è meglio mettere insieme le idee e pensare a qualcosa da un’altra prospettiva”. Ed è allora che abbiamo deciso che avremmo intrapreso un percorso diverso, che è sfociato anche nella genesi della Trans-Siberian Orchestra.

Ci sono dei brani dei Savatage che hanno anticipato ciò che poi sarebbe confluito nello stile della TSO?

In realtà, la primissima canzone che abbiamo composta che considero un brano in stile Trans-Siberian Orchestra, è stata “Chance”. Perché era, sai, il momento in cui mi dicevo: “Ora, cosa facciamo? Su, proviamo qualcosa”. Paul diceva di provare a fare qualcosa con la voce. Ed è stato allora che ci siamo inventati tutti quei contrappunti vocali del tipo: “Father can you hear me? /
This is not how was meant to be
”. Ho pensato che fosse davvero fantastico e da lì è iniziato tutto. In seguito, per l’album “Dead Winter Dead”, abbiamo scritto la canzone “Christmas Eve (Sarajevo 12/24)”, che è diventata un enorme successo per la Trans-Siberian Orchestra e abbiamo continuato con un brano come “One Child”, mentre in “The Wake Of Magellan” abbiamo fatto la stessa cosa con “The Hourglass” e “Turns To Me”. Così abbiamo trovato una nuova strada da percorrere e da lì è nata la Trans-Siberian Orchestra. Ci siamo detti: “Wow, ora possiamo usare tali idee con quest’altro progetto che avevamo in mente”. La Trans-Siberian Orchestra è diventata un vero e proprio fenomeno qui negli Stati Uniti, più grande addirittura dei Savatage in termini di successo commerciale. Facciamo sempre il tutto esaurito negli stadi, due spettacoli in ventiquattr’ore, e ciò significa avere circa 40.000 persone al giorno. Sai, non avremmo mai potuto farlo con i Savatage.

Sarebbe stato impossibile per una questione di moniker o cos’altro?

Paul e io sapevamo che la Trans-Siberian Orchestra sarebbe stato un progetto di successo, ma se avessimo provato a pubblicare qualcosa del genere con il nome Savatage, saremmo stati respinti. Le stazioni radio, senza ascoltare le canzoni, avrebbero detto: “Ma i Savatage sono una band heavy metal degli anni ’80, non possiamo passare questa roba in radio!”. Ci eravamo stancati di sbattere la testa contro un muro per ottenere dei riconoscimenti e tutto per via del nome Savatge. Io adoro il nome Savatage e pensavo fosse fantastico, ma sai, negli Sati Uniti è diverso che in Europa. Qui devi essere i Savatage e fare sempre la stessa cosa, se cambi sei fottuto. Quando è nata la Trans-Siberian Orchestra ho detto: “Va bene, figli di puttana, che cosa avete ancora da obiettare?”. Eppure, bastava guardare i dannati titoli di coda, c’erano tutti i membri dei Savatage, io, Paul O’Neill, Al Petrelli, Chris Caffery, John Lee Middleton, Jeff Plate, Zack, tutti. Quindi cos’era cambiato? Soltanto il nome e questo per aprirmi le porte e poter scrivere canzoni come “An Angel Came Down” e “This Christmas Day”.

Il successo della Trans-Siberian Orchestra continua a essere enorme, direi che sembra inarrestabile…

Guarda, ci tengo a rimarcare il fatto che se avessi scritto le stesse canzoni della TSO e ci avessi messo su il moniker dei Savatage, mi avrebbero deriso fino a farmi sparire dalla faccia della Terra. Quindi ho proposto il nome Trans-Siberian Orchestra. E così, in men che non si dica, eravamo la band più richiesta negli Stati Uniti in oltre cinquecentocinquanta stazioni radio, è incredibile. Subito dopo suonavamo al Madison Square Garden e, sai, in tutti i grandi stadi, non facevamo il tutto esaurito soltanto per un concerto. Facevamo uno show alle quindici e c’era il tutto esaurito, poi tornavamo indietro e facevamo un concerto alle venti e ancora c’era il tutto esaurito. Ricordo di aver incontrato Lars Ulrich dei Metallica che mi disse: “Ehi, John, che diavolo sta succedendo?“. “Non lo so, amico“. E lui: “Wow“. Beh, lui era in giro a vendere i biglietti dei Metallica, andavano esauriti, ma facevano un solo concerto. Noi eravamo lì, facevamo il tutto esaurito per un concerto diurno e uno notturno nella stessa arena lo stesso giorno, cosa praticamente inaudita qui negli USA. Quando fai il tutto esaurito al Madison Square Garden, questo ti basta per appendere il cappotto al muro. Ma fare il tutto esaurito al Madison Square Garden alle quindici e poi alle diciannove e trentotto è una vera e propria impresa. e dunque la Trans-Siberian Orchestra ha continuato a crescere sempre di più e continua a crescere ancora oggi, non smette mai e non riesco a fermarla, è come un treno merci a piena velocità. Ci ho provato, amico, credimi, ho tentato un milione di volte di fermarla e alla fine ho alzato le mani e mi sono detto: “Oh, fanculo!”.

Torniamo ai Savatage e agli ultimi tre concept album, realizzati, ovvero “Dead Winter Dead”, “The Wake Of magellan e “Poets And Madmen”. Quali di questi, a posteriori, reputi più equilibrato in termini narrativi e musicali?

Beh, probabilmente “Dead Winter Dead” perché capisco di cosa parla quella storia. Per quanto riguarda “The Wake Of Magellan”, ancora oggi non ho idea di cosa tratti e la stessa cosa vale per “Poets And Madmen”. Tutti sapevano cosa contenessero narrativamente quei concept, ma, a chiunque mi chiedesse delucidazioni o particolari soprattutto di “The Wake Of Magellan”, io rispondevo: “Parla di una barca”. Ecco fatto. Ma sono buoni dischi, li amo entrambi.

Recentemente hai comunque rivalutato “Poets And Madmen”. Certo, non si tratta di un capolavoro, ma, rispetto al passato, hai utilizzato parole più tenere nei suoi confronti. Cosa non ti convince ancora di quel disco?

Beh, il modo in cui lo abbiamo realizzato era diverso da quello che avevamo fatto con gli album dei Savatage in passato. Eravamo nel bel mezzo di un disco della Trans-Siberian Orchestra, quindi stavamo praticamente lavorando a due album in simultanea, e quando questo succede, qualcosa inevitabilmente non torna. Non si possono fare due progetti contemporaneamente senza che uno dei due riceva meno attenzione dell’altro, è semplicemente impossibile. Sentivo che “Poets And Madmen” non aveva ricevuto l’attenzione che meritava da parte di tutti. Zak lasciò la band una settimana prima che iniziasse a cantare, ma non abbiamo avuto la possibilità di riarrangiare tutto perché avevamo già registrato tutti i brani. Ho dovuto cantare le canzoni che non erano registrate nella mia tonalità e in cui non mi sentivo a mio agio, altrimenti avrei dovuto incidere l’intero full-length da zero. Non ero molto contento, era il primo album in cui cantavo dopo tanto tempo ed era un po’ fastidioso per me, tanto che se ne avessi avuto la possibilità, le avrei cantate in una tonalità diversa per adattarle meglio alla mia voce. Penso però che ci siano delle ottime canzoni, ma ci vuole più che solo ottime canzoni per rendere un album eccezionale, tutto deve essere perfetto. Creare un disco è come organizzare una cena, non puoi avere una bistecca fantastica e avere tutto il resto che non è all’altezza. È lo stesso con l’album: puoi avere delle ottime canzoni, ma è meglio assicurarsi che anche tutto il resto sia ottimo, altrimenti quelle ottime canzoni ne soffriranno. Il piano originale era che metà della tracklist dovesse essere cantata da me e metà da Zak, lui doveva essere il poeta e io il pazzo, spettava a me cantare le canzoni più pesanti. In ogni caso, adoro “Surrender”, adoro “The Rumor” e ovviamente adoro “Morphine Child”, che ai miei occhi è una delle più grandi canzoni mai scritte dai Savatage.

Un’ultima domanda riguarda i Jon Oliva’s Pain, progetto dismesso ormai da un po’. C’è qualche possibilità che in futuro esso possa essere riesumato?

Oh no, la band si è sciolta definitivamente. Voglio dire, è stata solo una cosa che ho messo insieme perché mi annoiavo e avevo bisogno di qualcosa da fare. Avevo del materiale inedito che volevo pubblicare e quella era la strada giusta per farlo uscire. Era soltanto un progetto temporaneo, anche se la morte di Matt LaPorte dopo la pubblicazione di “Festival” è stata una bella spallata per chiudere bottega.

Jon, grazie mille per averci concesso parte del tuo tempo e ti rinnovo i miei auguri e quelli di SpazioRock affinché possa rimetterti presto in salute. Un pensiero finale da condividere con i tuoi fan italiani e i nostri lettori?

Grazie mille a voi, lo apprezzo davvero molto e mi raccomando, venite allo show di Milano dei Savatage, i ragazzi vi faranno divertire molto. Buona serata.

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