Dove vanno a finire i sogni? A me piace pensare che volino in alto e si raggruppino tutti su una nuvola, come se quella fosse il nostro personale cassetto segreto, etereo e irraggiungibile, ma che veglia sempre su di noi. Secondo questa (più o meno) logica, potremmo considerare la Nuvola di Fuksas il gigantesco contenitore che racchiude i desideri dei tantissimi amanti dello Spring Attitude 2026. Soprattutto il desiderio di passare due notti da portarsi nel cuore. Anche stavolta l’edizione numero quindici torna a meno di un anno di distanza dalla precedente sotto il celebre palazzo/scultura dell’architetto italo-lituano Fuksas, nel quartiere Eur di Roma, per rappresentare quello che forse è il maggior festival/evento della Capitale. Dopo un’edizione 2025 ambiziosa, quella del 2026 porta in scena soprattutto i nomi italiani del momento, sia nella scena elettronica che nella dimensione concertistica: Nu Genea, Tony Pitony, Ok Giorgio, Motta sono solo alcuni esempi di un cartellone in gran parte tricolore, che mischia il classico con il nuovo, per restituire performance attesissime ma non sempre all’altezza delle aspettative.
Tony Pitony arriva allo Spring Attitude 2026 come l’oggetto non identificato della lineup e, nel bene e nel male, si prende la scena con un live che oscilla continuamente tra varietà televisivo e concerto pop fuori controllo a la Skiantos, ma in salsa meme. In una serata che vedeva anche artisti come Nu Genea e Parisi, il progetto siciliano conferma tutta la sua natura provocatoria e surreale. L’apertura è una festa scomposta: “Giovanni” trasforma il pubblico in una pista da ballo collettiva, mentre “Stimoli” viene cantata all’unisono con un trasporto degno di una popstar nazionale. Il momento che intrattiene di più arriva forse con “Sesso Online”, dove il pianoforte percussivo si deforma gradualmente in synth e distorsioni dal sapore quasi elettronico in stile Daft Punk. “Triquila (3kg)” gioca invece con un’ironia rockabilly che richiama la teatralità di Elio e le Storie Tese. Quando rallenta, Tony Pitony mostra anche il lato più teatrale: “Donne Ricche” parte in punta di piedi, solo piano e voce, costruendo una tensione che il pubblico segue parola per parola. Poco dopo, “Mi Piacciono le Nere” esplode in una veste quasi big band, musicalmente molto più ricca di quanto il personaggio lasci intendere, accompagnato da musicisti di alto calibro e una sezione fiati di tutto rispetto. Non ogni cosa però si incastra allo stesso modo. I continui intermezzi comici e i riempitivi spezzano spesso il ritmo dello show, dando l’impressione di un artista che fatica ancora a bilanciare provocazione e dinamica live. Il pubblico sembra apprezzare, ma cosa ci importa del meme quando siamo qui per il concerto? Nel finale, “L’Uomo Cannone” perde un po’ di mordente e il concerto si chiude in maniera volutamente caotica, più confusa che liberatoria, ma assolutamente nazional popolare, con “Striscia” intonata dai presenti come fosse un pezzo di Vasco Rossi, fa capire che é lui l’ospite più atteso dal grande pubblico. La sua resta comunque una performance notevole: sgangherata, eccessiva, a tratti irritante, ma impossibile da ignorare. Esattamente come Tony Pitony.

A seguire, gli Yīn Yīn trasformano la Nuvola in una piccola trance collettiva. Il quartetto olandese sale sul palco con un’energia incontenibile, costruendo un flusso ininterrotto di groove psichedelici, chitarre taglienti e ritmiche che sembrano non conoscere pause. Le pelli corrono velocissime, il basso detta costantemente il passo e le sei corde alternano sferzate acide e melodie ipnotiche.
A metà set la corsa si interrompe solo apparentemente: la band devia verso una sorta di samba-rock lisergica, dilatando gli spazi e lasciando emergere suggestioni cinematografiche, a richiamare certe colonne sonore western. Nel finale, la tensione cresce fino a esplodere in un serrato duello tra chitarra e synth, una battaglia sonora fatta di effetti vorticosi e rincorse supersoniche.
Tra funk orientaleggiante, psichedelia e irresistibile vocazione al ballo, gli Yīn Yīn confermano la loro natura di macchina da groove contemporanea: immaginate i Bee Gees catapultati nell’universo dei Tame Impala e cresciuti a pane e King Gizzard & The Lizard Wizard. Lisergici, catartici e tremendamente coinvolgenti. La vera sorpresa della serata.
Il momento forse più atteso della serata inizia poco dopo le 22:00, quando i Nu Genea arrivano allo Spring Attitude 2026, e, prima dell’inizio, annunciano la pesante assenza di Massimo Di Lena, per problemi di salute. Ma bastano pochi minuti per capire che il cuore del progetto continua a battere fortissimo. La band porta sul palco il nuovo album “People of The Moon“, uscito pochi mesi fa ma che già promette di essere la colonna sonora dell’estate. L’apertura è elegante e travolgente, tra napoletano, groove mediterranei e una raffinatezza musicale che sembra naturale quanto irresistibile. La band costruisce una gigantesca festa collettiva in cui funk, disco, world music e tradizione partenopea convivono senza sforzo, trasformando La Nuvola in un enorme dancefloor multiculturale che abbraccia terre mediterranee e d’oltreoceano.
La prima parte del set è una cavalcata: le transizioni scorrono fluide, le tre coriste sostengono tutta la parte di interazione col pubblico. La folla è incontenibile durante le hit come “Marechià”, scatenando un coro impressionante, mentre il repertorio più recente conferma quanto i Nu Genea abbiano consolidato la loro formula tra Napoli e mondo. Il problema emerge però a metà concerto: il groove resta impeccabile, ma le dinamiche iniziano a ripetersi e la scaletta sembra girare attorno alle stesse intuizioni. Complice un’acustica non adatta all’evento, si soffre la monotonia dopo la prima ora. Quando il rischio di appiattimento si fa concreto, arrivano i classici come “Tienaté” a riaccendere la platea e a riportare energia e coinvolgimento ai livelli iniziali. Il finale con “People of The Moon” e il suo suggestivo leak di chitarra rock funk a la “Get Lucky” introducono l’ultimo brano, suggellano la nuova linfa vitale della band e il respiro sempre più internazionale.

Verso il finale del day 1, Ok Giorgio raccoglie il testimone per portare il pubblico verso la chiusura. La sua ricerca sonora è evidente e la creatività è l’arma vincente: incastri ritmici supportati dai due batteristi sul palco con lui, deviazioni inattese e una costruzione del set che evita deliberatamente la comfort zone della pista da ballo. Eppure, in una fascia oraria in cui il pubblico sembra desiderare soprattutto continuità e movimento, la sua voglia di sorprendere finisce talvolta per spezzare il flusso. Rimane una performance interessante, ricca di intuizioni e personalità, ma meno immediata rispetto a quanto la pista avrebbe probabilmente richiesto in quel momento della notte.
Day 2
Il secondo giorno alla Nuvola si respira ancora di più l’aria di primavera. La luce del tramonto che illumina l’Eur è il set perfetto per accogliere Emma Nolde, musicista toscana classe 2000 e una delle voci più interessanti del nuovo cantautorato italiano. Sul palco dello Spring, tra rock emotivo e tensione catartica, la musicista costruisce un set intenso, impreziosito da una splendida sezione fiati che aggiunge profondità e respiro ai brani. Alternandosi tra chitarra acustica e tastiere, si prende il suo tempo per costruire un mondo sonoro a tratti anche maestoso. L’acustica non sempre riesce a valorizzare ogni dettaglio degli arrangiamenti, ma quando la band affonda nel rock più diretto la resa dei brani arriva dritta al cuore. Nolde si muove con naturalezza tra fragilità e forza, dimostrandosi un’artista a tutto tondo nonostante la sua giovane età.
A seguire, è il momento di Motta nella cornice che lo ha lanciato (il festival romano) e nella città che lo ha adottato da ormai 15 anni. Il pregio è sicuramente quello di una tenuta dell’attenzione da rockstar, merito anche di uno show più che collaudato e di musicisti di spessore, a cominciare da Roberta Sammarelli dei Verdena, che apporta carisma e unicità alle parti di basso. Motta calca il palco dello Spring Attitude 2026 con l’energia e la consapevolezza di chi sa perfettamente quanto La fine dei vent’anni abbia segnato una generazione. I brani si prendono il loro tempo per sbocciare e costruire tensione, ma quando esplodono restituiscono ancora tutta la forza di un disco che, a dieci anni dall’uscita, continua a essere cantato parola per parola. Le lunghe code strumentali diventano scariche di adrenalina pura, mentre pezzi come “Prima o poi ci passerà” e “La fine dei vent’anni” mantengono intatto il loro peso emotivo. La dedica ai genitori aggiunge ulteriore intensità a una performance già molto sentita.
La parte centrale, con diversi brani consecutivi in acustico, rallenta inevitabilmente il ritmo e lascia la sensazione che servirebbe qualche accelerazione in più. Eppure Motta riesce comunque a tenere il pubblico tra le mani grazie al carisma e alla sincerità dell’interpretazione. Quando arriva “Roma stasera”, nella città che ha ispirato il brano, tutto assume un significato diverso: la platea canta ogni verso e il concerto si trasforma in un piccolo rito collettivo. Uno show che non cerca lo stupore del pubblico, ma che sa di un abbraccio prima della partenza.

Arriva poi il momento di Nathy Peluso, che porta in scena la ballroom queer sotto steroidi del suo Club Grasa, remix del suo ultimo album di inediti. Una performance del tutto improvvisata che ha fatto ballare la platea, e forse anche un po’ incuriosito molti dei presenti per la sua eccentricità.
Per l’ultimo concerto della serata, una moltitudine di persone con il fazzoletto legato in testa non può che voler dire l’inizio dello show dei Dov’è Liana, un vero e proprio manifesto di gioia che porta una brezza fresca nella seconda serata del festival capitolino. I synth e I giochi d’incastri del trio musicale francese di musica dance sono la rivelazione più divertente della serata. Le grandi aspettative, dopo un successo esploso nel nostro Paese quasi più che in Francia per via dei molti brani cantati in lingua italiana, sono state ripagate. Quella dello Spring Attitude è la loro dimensione ideale, e brani come “Perché Piangi Palermo” mostrano tutto l’amore che il pubblico nutre.
La serata poi volge al termine con le esibizioni dei Mind Enterprises, con le loro atmosfere retró anni 90’, e l’incredibile dj set del giapponese Yosuke Yukimatsu.
Tanti i sogni di due notti di fine primavera raccolti nella Nuvola, e restituiti non sempre all’altezza delle aspettative di un festival con un nome sempre più imponente, che dovrebbe investire su una lineup più audace, e una calibrazione migliore dei suoni per diventare un vero punto di riferimento in un territorio che non gode di molti eventi simili. Tuttavia, il progetto ambizioso dello Spring Attitude, quello di far ballare, ma al contempo far ascoltare I nomi più in voga della scena, è sicuro un terreno difficile da percorrere e la via di mezzo tanto auspicata non è sempre a portata di mano.





