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The Byrds – Turn! Turn! Turn!

Siamo nel 1965, e quel cinque – in questa breve analisi – sarà fondamentale. Non è il ’66, non c’è ancora Revolver, Freak Out, i Cream, Pet Sounds. Non è il ’67, non c’è Are You Experienced, o l’interstellare pifferaio dei Pink Floyd, o il cuscino – parecchio surreale – dei Jefferson Airplane. L’LSD è ancora legale (o, meglio, sconosciuto alle autorità) e l’hippie è ancora un sognatore, un ideale e non un prodotto pronto a veicolare vendite di album e sacrosante diserzioni di massa dal Vietnam. Ma siamo a dicembre `65 e il funerale dell’hippie (figlio devoto dei mass media, che grande autoironia) è di lì a un lunghissimo anno e mezzo (ottobre 1967, quando tutto aveva già cambiato binario, anche se non direzione). Cosa significa? Significa che “Turn! Turn! Turn!” e il suo contenuto forse è uno degli ultimi vinili sinceri, sia nel sound, sia nella composizione, sia nei testi per quel che concerne la prima parte dei Sixties americani. I Byrds (con Roger McGuinn, Gene Clark e David Crosby alle chitarre e alle voci, Chris Hillman al basso e Michael Clarke alla batteria) mettono fuori un album perfetto per il 1965. Suona fresco, dolcificato, traboccante di amore, a volte pare ‘na cosa de chiesa, anche se di professione hippie. In ogni caso i testi (più da ballo di fine anno che altro) non sono quello che si potrebbe pensare a giudicare dai capelli lunghi e dalle chitarre cantilenanti.

Da un punto di vista meramente mixeristico, se tirassimo giù i volumi di basso e batteria probabilmente nessuno lo noterebbe: l’intero disco è dominato dal celebre jingle-jangle chitarristico di McGuinn e dalle linee vocali multiple e parallele e lisce come l’olio. E se vogliamo togliere altro, potremmo togliere tutte le tracce extra (posticce!) che ormai vanno a inondare qualsiasi album “corto” degli Anni Sessanta. Perché il secondo album ufficiale dei Byrds conta undici canzoni e dura solo trenta minuti. La title track iniziale e altre dieci raffinate spremute di reale concentrato di hippie californiano, e basta.

Tralasciando l’inno iniziale (tanto intenso quanto irremovibile dalla memoria, dopo appena il primo ascolto) tra le altre canzoni spicca chiaramente “He Was a Friend of Mine”, davvero un riassunto del sound dei Byrds, se non proprio del sound del 1965 – prima che le Fender iniziassero a fare baccano. E l’amico in questione è John F. Kennedy, sorprendente, no? No. Lirico, invece – quasi accorato. La canzone in realtà è una cover di una sorta di traditional, ogni volta adattata nel testo a seconda della dipartita di qualcuno di importante, ma a noi piace pensare che quella dei Byrds sia l’originale. Ascolto “The Times They Are a-Changin’” e mi chiedo perché Dylan non abbia semplicemente passato tutto le sue canzoni ai Byrds, invece di cantarle prima lui…, Mr. Tambourine Man, potevi pure prendere coraggio.

Il vinile gira, il lato B inizia, le Rickenbaker scorrono a onde medie, gli arpeggi non conoscono nemmeno nessuna semicroma di pausa, le voci cantano di libertà, di giovinezza, di amore – sembra un’unica lunga canzone. È il folk rock, è anche la psichedelia più innocente, accennata appena. Siamo a soli sette mesi da Fifth Dimension con l’incredibile “Eight Miles High”, dove la psichedelia invece diventa un peso massimo, eppure in questo dicembre del 1965 tutto sembra ancora candido, colorato a pastello, rilassato. Il messaggio d’amore e il cambiamento sì, ma senza allucinazioni e voli ad alta quota. La testimonianza che qualcosa di vero c’era eccome, e chi c’era ci credeva davvero alle favole – beati loro.

Tracklist

01. Turn! Turn! Turn! (To Everything There is a Season)
02. It Won’t Be Wrong
03. Set You Free This Time
04. Lay Down Your Weary Tune
05. He Was a Friend of Mine
06. The World Turns All Around Her
07. Satisfied Mind
08. If You’re Gone
09. The Times They Are a-Changin’
10. Wait and See
11. Oh! Susannah