Nelle note di copertina del decimo full-length dei Sunn O))), lo scrittore britannico Robert MacFarlane paragona le opere della creatura statunitense allo strepitare delle tempeste, a un fiume impetuoso, allo spostamento delle placche tettoniche. Per un autore che nelle pagine di “Underland. A Deep Time Journey” (2019) ribalta la visione culturale degli spazi sotterranei, estirpandone la radice spaventosa, evocare immagini che cercano di descrivere la dinamica, il tono, l’ampiezza e l’effetto fisico della musica del duo significa dare un nome a qualcosa di profondamente astratto. Certo, la simbiosi creativa che lega Stephen O’Malley e Greg Anderson, menti che raggiungono l’equilibrio statico muovendosi in direzioni opposte, resta estremamente concreta, eppure, nei loro dischi, il concetto tradizionale di tempo subisce la trasformazione in un presente continuo e intangibile. Alterazione percettiva di stampo quasi bergsoniano sospeso fra trascendenza meditativa e orrore cosmico e le cui origini scaturiscono da quell’abissale attività geologica in grado di regalare indimenticabili esperienze droniche come “Black One” (2004) e “Monoliths & Dimensions” (2009).
Nel nuovo lavoro “Sunn O)))”, il debutto su Sub Pop Records, la band abbandona le sperimentazioni degli scorsi “Life Metal” e “Pyroclasts”, entrambi risalenti a sette anni fa, e, per la prima volta, evita anche il contorno di ospiti e collaboratori, cercando così di ritrovare la propria essenza vitale per mezzo di un un’osmosi con la natura più ancestrale e selvaggia. Le registrazioni al Bear Creek Studio di Woodinville, situato nel fienile di un’enorme fattoria, hanno permesso alla formazione di effettuare lunghe e mattutine escursioni attraverso i boschi tramutatesi, dal punto di vista artistico, in suoni ambientali e field recordings incastonati nel colossale muro di distorsioni, stratificazioni e basse frequenze tipiche di un certo modo di intendere il drone metal. Coadiuvati da Brad Wood in cabina di regia, gli eremiti di Seattle adottano dunque un approccio conservatore nella forma, ma il messaggio di rigenerazione che ne trapela risulta figlio della realtà odierna e di un mondo sordo ai pericoli dell’autodistruzione.
L’opener “XXANN” traduce il trambusto dell’agricoltura intensiva e industriale, delle macchine che deturpano il paesaggio, soffocando il mormorio dei ruscelli con l’acuto stridio di trattori, coltivatori ed erpici. “Does Anyone Hear Like Venom?” apporta una modifica cromatica: il lamento del substrato della traccia precedente affiora in superficie, gli armonici di chitarra iniziano a brillare, si odono cornamuse e voci corali femminili, si leva un’atmosfera di serenità che, cozzando contro l’ipnotica pastoia dei bordoni, sembra riprodurre il fenomeno dell’onda stazionaria rinvenibile nei dipinti di Mark Rothko, uno dei quali adorna, non a caso, la cover del platter. E se le allucinatorie “Butch Gun’s” ed “Everett Moses” evocano mesmeriche sensazioni di déjà-vu, lo scroscio delle acque oceaniche che circonda e quasi accarezza le brutali devastazioni rumoristiche della coppia trasporta “Mindrolling” sul piano di uno spirito green al limite della sublimazione mistica. Un’esaltazione della resilienza degli ecosistemi di fronte ai danni causati dall’uomo capace di raggiungere l’apice in “Glory Black”, brano che, malgrado le spesse e torbide maglie del riffing e l’ossessività dei feedback, scopre uno speranzoso combustibile melodico sulle scie analogiche dei synth e nella raffinatezza degli accordi del pianoforte.
Quando il frastuono tace, emerge ciò che sopravvive, dal gracidio delle rane presso stagni lontani al cinguettio di un uccellino sulle macerie di una metropoli in rovina: l’album omonimo dei Sunn O))) prospera nelle pause onomatopeiche, il resto è pura estasi sismica.
Tracklist
01. XXANN
02. Does Anyone Hear Like Venom?
03. Butch’s Guns
04. Mindrolling
05. Everett Moses
06. Glory Black
















