Non erano in pochi quelli che una quindicina di anni fa vedevano negli Alter Bridge una delle band che avrebbe preso il testimone dei mostri sacri del passato, raggiungendo numeri che solo pochissimi nomi in ambito rock e metal sono stati in grado di siglare. Difficile dare torto a chi la pensava in questo modo, avendo davanti all’epoca una band moderna, con una prima serie di album esente da difetti, in delizioso equilibrio tra rock e metal, melodia e violenza sonora, vecchio e nuovo. Negli anni successivi, il quartetto di Orlando ha invece consolidato la propria posizione, senza però riuscire a espandere ulteriormente i propri confini e rimanendo “solo” un’ottima band, che non ha quasi mai sbagliato un colpo.
Potremmo stare ore a indagare i motivi per cui gli Alter Bridge non hanno mai avuto l’esplosione che molti avevano pronosticato e questi motivi potrebbero spaziare tra diverse argomentazioni, ma forse arrivati all’ottavo album è il momento di rendersi conto che la band ha sempre fatto quello che era più di primaria importanza per i suoi componenti – e sempre con ottimi risultati. Dalla pubblicazione di “AB III” (2010) in poi, i quattro si sono dedicati a diversi altri progetti, che portano avanti tutt’ora senza interruzioni e ogni tre anni si sono comunque trovati per dare vita al nuovo album della loro band principale. Preso atto di ciò, diventa inevitabile che quanto fatto nei progetti solisti vada a impattare pesantemente sulla scrittura, senza però snaturarla, andando a presentare elementi – ottimi, chiariamolo – che, in un modo o nell’altro, si ripetono secondo pattern consolidati da ormai da molti anni.
Forse non è un caso che sia proprio l’album eponimo ad essere uscito in questo contesto. Per “Alter Bridge”, che arriva poco più di tre anni dopo “Pawns & Kings”, la band spinge su tutto ciò che l’ha resa famosa, andando ad integrare ulteriormente le esperienze soliste di Myles Kennedy e Mark Tremonti. Nei brani è evidente come il primo si sia concentrato maggiormente sulla chitarra negli ultimi – e “The Art Of Letting Go” era già un grosso indizio in tal senso. Rispetto al precedente, quindi, abbiamo un lavoro forse meno coeso e rabbioso, ma nel quale, attraverso brani che variano il giusto, la chitarra viene messa sempre e comunque in primo piano. Nello specifico, se la sezione ritmica offerta da Brian Marshall e Scott Philips si mantiene solida e sullo sfondo, il riffing di Tremonti e Kennedy è eccezionale. Non sono pochi i brani che si mantengono grazie a questo e la band si diverte anche sperimentare soluzioni diverse tra di loro. È il caso di “Tested And Able”, che si regge su un riff di apertura (e chiusura) devastante, per poi evolversi in una power ballad cantata prevalentemente da Tremonti. L’headbanging scappa facilmente anche in “Disregarded” (tra i brani migliori del lotto) e nei breakdown che la band inserisce abilmente, come nell’opener “Silent Divide”.
Pezzi piacevoli e apprezzabili, quindi, che si mantengono tutti sulla stessa rotta, ma che forse non presentano parti o ritornelli memorabili e che, in generale e date le circostanze, non possono avere lo stesso impatto che avevano diversi brani del passato (ormai remoto) della band. A farsi notare in tracklist troviamo la dolce ballata “Hang By A Thread” (che ricorda pezzi memorabili come “Watch Over You” e “Before Tomorrow Comes”) e la conclusiva “Slave To Master”, brano mastodontico, che fa effettivamente vedere qualcosa di diverso rispetto al resto dell’album. È in questo unico brano che gli Alter Bridge prendono elementi già noti, lavorandoli però in modo da presentarci un pezzo quasi atipico per i loro standard, che si snoda attraverso momenti diversi e viene concluso da un assolo estremamente lungo, quanto solenne.
Ancora più delle volte precedenti, gli Alter Bridge fanno gli Alter Bridge: l’ottavo album della loro invidiabile carriera presenta in maniera chiara tutto quello che hanno fatto in precedenza – side project compresi. Forse, anche per i più fedeli, è arrivato il momento di gettare la spugna: non sarà il quartetto di Orlando a portare il rock in un nuovo regno e a riempire gli stadi, ma va benissimo così. Facciamoci crescere sulla pelle questi – ottimi – nuovi dodici brani e godiamoci per l’ennesima volta una band in salute, che, nonostante il passare degli anni, continua a non sbagliare un colpo.
Tracklist
01. Silent Divide
02. Rue The Day
03. Power Down
04. Trust In Me
05. Disregarded
06. Tested and Able
07. What Lies Within
08. Hang By A Thread
09. Scales Are Falling
10. Playing Aces
11. What Are You Waiting For
12. Slave To Master














