Il 2025 volge al termine ed è il momento di tirare le somme: negli ultimi dodici mesi non sono mancati dischi a dir poco degni di nota, tra attesi rientri sulle scene, certezze che continuano a convincere e nuove proposte tutte da scoprire, in un panorama sonoro ricco e trasversale. Ecco quindi il nostro percorso attraverso le 20 uscite più significative dell’anno, presentate – come sempre – seguendo l’ordine cronologico di pubblicazione.

Franz Ferdinand – The Human Fear
(Domino)

La band scozzese, con “The Human Fear”, normalizza il più sentito stato emotivo che caratterizza l’essere umano dalla notte dei tempi e lo fa senza porsi in posizione di superiorità onnisciente, ma riconoscendo che l’apprensione in prossimità di un vero o presunto pericolo è qualcosa di insito in ciascuno di noi. Alex Kapranos si è calato perfettamente nelle scenette che canta, interpretando il personaggio insicuro, ma anche ironico e sfacciato, intenso ed estremamente audace. Niente pesantezza d’animo, ma il travolgente britpop che shakera corpo e mente, mantenendo spiccatamente inconfondibile il loro stile e allontanandosene a tratti per creare maggiore dinamicità. 
Raccontare le paure è catartico. Affrontarle con stile è l’unico modo per rimpicciolirle e guardarle dall’alto con compassione. Bisogna essere audaci per essere sereni.

Avantasia – Here Be Dragons
(Napalm Records)

Gli album di Tobias Sammet fanno sempre gran rumore tra gli appassionati del power metal e affini – pur rappresentando ormai solo una delle componenti del vasto universo Avantasia – grazie a una carriera costellata di lavori di grande livello. “Here Be Dragons” non fa eccezione: l’artista tedesco dimostra ancora una volta di saper tessere mondi sonori poliedrici, dove metal sinfonico, melodie epiche e atmosfere cupe si fondono con naturale eleganza e cura del dettaglio. La produzione precisa e le collaborazioni scelte con attenzione esaltano una scrittura matura e coinvolgente. Anche dal vivo, il fascino del progetto resta intatto: il concerto di Milano dell’8 aprile ha confermato che Sammet è capace di trascinare il pubblico con la stessa intensità e passione che sprigiona in studio. “Here Be Dragons” merita senza dubbio un posto tra i migliori album dell’anno.

Architects – The Sky, The Earth & All Between
(Epitaph Records)

L’undicesimo album in studio degli Architects consolida la dimensione sonora della band, mettendo a fuoco le scelte stilistiche approcciate nei due dischi precedenti. Gli arrangiamenti, l’utilizzo della voce e le scelte melodiche guardano a un certo modo più pop di fare musica, permeando il disco, prodotto dall’ex Bring Me The Horizon Jordan Fish, in modo più equilibrato e coerente con l’anima metalcore della band. È proprio questa ad essere rimasta intatta, sopravvissuta a numerosissime metamorfosi ed esperimenti sonori, facendoci pensare che in nessun modo verrà mai compromessa. Il disco esplora il mondo e le nostre esistenze attraverso lo sguardo di Sam Carter, da sempre dedito a un songwriting profondo e analitico, che anche questa volta riesce rappresentarne la complessità con rabbia e introspezione.

Deafheaven – Lonely People With Power
(Roadrunner Records)

“Lonely People With Power” conficca un paletto fondamentale lungo la strada della band di San Francisco poiché ferma, elabora e compatta la loro costante metamorfosi: c’eravamo lasciati con la decisissima virata dream pop di “Infinite Granite”, ma il sesto disco di Clarke e soci risetta la bussola, spostando l’ago sui territori più noti del blackgaze, sintetizzando e amalgamando tutto il tracciato dei Deafheaven. Non lo fa con sufficienza, bensì con una minuzia impressionante. Eccellente a livello strumentale – in tracklist troviamo dei picchi compositivi incredibili, “Amethyst” su tutti – ma principalmente a livello emotivo: dentro c’è rabbia furibonda, dolore lancinante, fittissima malinconia; ma c’è anche uno spiraglio di luce, quella che cura le ferite d’animo, ci sono orgoglio, riscatto, presa di posizione in un mondo sempre più ostico. Album grandioso che assottiglia, ascolto dopo ascolto, la distanza da quell’inarrivabile dittico rosa e nero.

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Messa

Messa – The Spin
(Metal Blade Records)

“The Spin” riconferma i Messa come una delle band che rappresentano il fiore all’occhiello del metallo italiano: una cantante dotata e impeccabile in ogni scelta vocale e strumentisti creativi e preparati che prestano una grande attenzione alle dinamiche, adottando un suono potente e decadente. Il punto di forza del gruppo è quella di regalarci in tutti i brani la sensazione di non sapere mai bene dove si sta andando a parare, sorprendendo l’ascoltatore e invogliandolo a riascoltare i brani. Le tematiche dei testi esplorano insicurezze, conflitti interiori, il non reggere le pressioni delle aspettative altrui e quelle punte d’angoscia quotidiana che possono affliggere chiunque. Un disco da avere.

Bon Iver – SABLE, fABLE
(Jagjaguwar)

Con “SABLE, fABLE”, Justin Vernon firma uno dei ritorni più sorprendenti dell’anno e, forse, il gesto più coraggioso di tutta la sua carriera. Dopo aver costruito un immaginario musicale spesso legato al dolore, all’isolamento e alla malinconia, Bon Iver decide di cambiare direzione: non rinnegando il buio, ma attraversandolo. L’album si apre infatti con SABLE, un prologo spoglio e funebre, fatto di ballate essenziali e ferite ancora aperte, che richiamano la vulnerabilità delle origini.
Poi accade qualcosa di raro. Senza strappi evidenti, il disco si trasforma in fABLE, e la musica si illumina: entrano il pop, il soul, l’R&B, il gospel, una gioia quasi incredula. Vernon canta la rinascita, l’amore, il desiderio di comunità dando vita ad una parte due che è un vero e proprio inno alla riconciliazione. È un album che osa la felicità, che rifiuta la comfort zone autocommiserazione e sceglie il rischio dell’apertura emotiva. SABLE, fABLE non è solo un nuovo capitolo di Bon Iver ma un ritratto inedito: meno ombre, più corpo, più presente. Sei anni di attesa straordinariamente ripagati.

Sleep Token – Even In Arcadia
(RCA)

Un disco che guarda avanti senza preoccuparsi troppo di rassicurare chi li segue da tempo. Una promozione enigmatica e rituale, fatta di simboli e indizi ha rafforzato l’aura misteriosa della band. Musicalmente emerge una forte tensione interna: metal ed elettronica non cercano più una fusione armonica, ma convivono per contrasto, alternando passaggi intimi e sospesi a improvvise esplosioni di potenza. Tra suggestioni mitologiche e introspezione personale, l’album sembra chiudere un ciclo narrativo ed emotivo. È un lavoro che può spiazzare e dividere, ma che conferma la volontà degli Sleep Token di evolversi, anche a costo di deludere le aspettative del proprio pubblico, senza paura di essere spudoratamente sinceri, pur continuando a indossare le maschere.

The Callous Daoboys – I Don’t Want To See In Heaven
(MNRK Heavy)

Con “I Don’t Want To See You In Heaven”, i The Callous Daoboys escono di prepotenza dal sottobosco mathcore/post-hardcore, dopo un paio di lavori che, seppur di livello alto, non era riusciti a far breccia in ambienti più mainstream. Il salto di qualità avviene grazie a qualche piccolo accorgimento: l’identità caotica e molto tecnica del sestetto di Atlanta rimane intatta, ma allo stesso tempo gli angoli vengono leggermente arrotondati, mettendoci anche un paio di singoli melodici (“Lemon” e “Distracted By The Mona Lisa”) nei quali i Daoboys si muovono comunque alla grande. Non mancano comunque i classici pezzi completamente folli e dissonanti della band, brani come “Tears On Lambo Leather”, “The Demon Of Unreality Like A Dog” e “Idiot Temptation Force”, nei quali regna un caos ordinato e irresistibile. Il mix di tutti questi aspetti, aggiunto alle più recenti esibizioni live della band lasciano pochi dubbi circa il fatto che, in ambito mathcore, “I Don’t Want To See You In Heaven” è forse l’album più sorprendente dell’anno.

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Turnstile

Turnstile – Never Enough
(Roadrunner Records)

Seguito ideale del percorso di innovazione sonora avviato col precedente “Glow On”, il nuovo “Never Enough” dei Turnstile è uno degli album più chiacchierati e apprezzati di quest’anno, nel panorama Rock e Metal, e forse non solo. Un disco freschissimo, che riprende gli intenti del suo (ottimo) predecessore, ma che è tutto fuorché la sua copia carbone. “Never Enough” è un disco capace di unire in modo brillante le origini hardcore-punk della band di Baltimora con numerosi intermezzi di musica elettronica, pop, elementi orientaleggianti e tanto altro ancora. Un lavoro fatto di accelerazioni improvvise, spesso furiose, ma anche di sospensioni sonore eteree, che contribuiscono a definire un modo preciso ed originale di fare musica e, più in generale, di essere. Tutto questo è già abbastanza evidente nel primo singolo pubblicato dai Nostri, la title-track “Never Enough”, e ancora di più nei successivi “Seein’ Stars” e “Birds”. L’ultima fatica in studio dei Turnstile è in definitiva un disco imperdibile per chi ama la musica a 360 gradi, in quanto non catalogabile in una sola etichetta e alfiere di chi crede nella musica fatta dall’unione e dalla sintesi di elementi anche disparati. Dischi come questo rappresentano una bellissima e necessaria rottura degli schemi. A riveder le stelle.

Yungblud – Idols
(Capitol Records)

“idols” è l’album che ha segnato l’autentica esplosione della carriera di Yungblud. Con questo progetto l’artista britannico ha conquistato definitivamente la scena internazionale, portandolo a un tour mondiale, a collaborazioni con leggende come Ozzy Osbourne e Aerosmith e, per finire, a tre nomination ai Grammy. Il disco è crudo, diretto e potente, capace di ridefinire l’immaginario rock’n’roll in chiave contemporanea. Le sonorità abrasive si intrecciano con momenti più intimi, creando un equilibrio raro tra caos ed emozione. Introspettivo fino al midollo, l’album parla di identità, fragilità, crescita e liberazione personale. Yungblud mette a nudo ogni sfumatura di sé, trasformando l’urgenza emotiva in un linguaggio universale che arriva dritto a chi ascolta.
Un progetto rivoluzionario e viscerale, che non solo ha cambiato la traiettoria della sua carriera, ma ha anche lasciato un’impronta indelebile nella musica dell’anno.

Ethel Cain – Willoughby Tucker, I’ll Always Love You
(Daughters Of Cain)

Dopo la parentesi puramente drone di “Perverts”, Ethel Cain torna sulle sue tracce originarie con un album che a livello tematico rappresenta una sorta di prequel dell’esordio “Preacher’s Daughter”. “Willoughby Tucker, I’ll Always Love You” riparte quindi da quelle stesse coordinate, ma si spinge in territori ancora più dark, nel quali sono evidenti influenze drone e i brani orecchiabili che avevano reso celebre l’esordio sono quasi completamente assenti. Hayden Anhedönia maneggia la materia con maestria e l’album viene costruito alla perfezione, con magnifici intermezzi strumentali che vanno a intervallari una serie di brani emotivi, quanto tragici. Discorso a parte merita la lunga e conclusiva “Waco, Texas”, che in 15 minuti condensa divinamente tutto l’universo musicale di Ethel Cain.

Deftones+Jimmy+Fontaine
Deftones

Deftones – private music
(Reprise Records)

Coerenza e resistenza. Nel manifesto dei Deftones troneggiano queste due parole, ardono da trent’anni agendo contro natura: più passa il tempo, più bruciano di passione. La dimostrazione la concedono la quasi inconsistenza del ticchettio delle lancette, una discografia pressoché intoccabile, la volontà di rimettersi sempre in gioco. La necessità di demolire le difficoltà urlandoci sopra, facendo tremare le otto corde, proiettandosi nell’etere coi synth quando la realtà si fa troppo dura da assorbire.
“private music” si consacra a ennesima certezza: meglio di “Ohms” per compattezza e resa generale dell’album, il decimo centro della band di Sacramento è una prova di forza e forma, che accompagna e rende tangibile l’espansione di pubblico che Chino Moreno ha attirato a sé nell’ultimo periodo.
Questa è la “private music”, musica di pochi donata a tutti, ed in questo i Deftones sono dei maestri indiscussi.

Blood Orange – Essex Honey
(RCA)

Con “Essex Honey”, Blood Orange torna con il suo lavoro più intimo e sospeso, un viaggio emotivo tra memoria, lutto e identità. Dev Hynes ambienta l’album nell’Essex della sua infanzia, trasformando un territorio spesso marginalizzato in un paesaggio mentale carico di ricordi e fantasmi. Il disco nasce dal dolore per la perdita della madre e affronta il lutto non come evento lineare, ma come stato ricorrente, fluido, quasi onirico. Le canzoni si intrecciano come frammenti di un sogno che ritorna, con melodie, frasi e suoni che riemergono e si trasformano. Gli arrangiamenti sono leggeri ma profondi: piano, breakbeat, archi, field recordings e chitarre si accendono e svaniscono con naturalezza. Le voci ospiti, mai protagoniste, agiscono come un coro invisibile che amplifica il senso di comunità e solitudine. Hynes dialoga con la musica della sua formazione, tra citazioni e interpolazioni che non sono nostalgia, ma riscrittura della memoria. La sua voce eterea rende il dolore quasi luminoso, sospeso tra malinconia e consolazione. “Essex Honey” è un album da ascoltare lentamente, che trasforma il lutto in bellezza e rende il presente un luogo misterioso quanto il passato.

Helloween – Giants & Monsters
(Reigning Phoenix Music)

Se il precedente “Helloween”, uscito post reunion allargata, per le zucche di Amburgo poteva rappresentare solamente una parentesi all’interno di una carriera lunga ormai 40 anni, il nuovo album “Giants & Monsters” porta una continuità di livello altissimo, che segna di fatto una ulteriore nuova fase nel percorso del gruppo. Una band allargata composta da autentici fuoriclasse, dall’eterno Kai Hansen, passando per la classe di Michael Weikath, per non parlare delle due voci di Andi Deris e Michael Kiske, assoluti protagonisti dell’album ed il cui rapporto personale di amicizia ha contribuito a cementare un sodalizio personale ed artistico che va a tradursi in duetti semplicemente da brividi. Senza la pressione di dover dimostrare più nulla, e con la voglia di fare musica con allegria e spensieratezza, e con la grandissima sinergia nuovamente creatasi tra i membri del gruppo, gli Helloween portano alla luce un album bellissimo ed intenso, tra canzoni più articolate e complesse, e accattivanti brani di puro power, tanto semplici quanto vincenti. Sempre in bilico tra un glorioso passato, ed un futuro ancora più luminoso.

Igorrr – Amen
(Metal Blade Records)

Fondendo breakcore, influenze arabe, musica barocca e death metal, il nuovo album del polistrumentista francese Gautier Serre va oltre ogni definizione di genere. È sperimentazione allo stato puro e Igorrr ne ha il pieno controllo: è un caos solo apparente, dove nulla è casuale.
Rispetto ai lavori precedenti, “Amen” si distingue per le sue radici più oscure e mature. La follia delirante e divertente del passato si è evoluta in un tormento cupo, drammatico e carico di angoscia, e, sebbene l’elemento sorpresa sia diminuito, oggi ciò che sbalordisce di questo disco è la produzione impeccabile.
“Amen” consolida definitivamente l’arte di Igorrr: è un prodotto coeso, anarchico e sovversivo, che si declina in uno stile elegante, compatto e riconoscibile. Un album inconfondibilmente “Igorrr”, ma che segna un netto passo avanti nella sua evoluzione artistica.

!housebroken – senza spegnere la luce
(Vina Records)

Chiunque abbia mai bazzicato la scena emergente torinese, conosce di sicuro il collettivo “Turin Moving Parts” e tutto ciò che gli gravita attorno. Responsabili di aver riportato la musica emo nel capoluogo sabaudo, tra di loro ci sono gli !housebroken, quartetto di trentenni che, a detta loro, tra un falafel e un altro scrivono musica. A tre anni di distanza dal debutto “L’altro ieri: distacco”, il secondo album li conferma come una delle realtà di punta, se non addirittura la più valida, del math rock a tinte emo in Italia. Musicisti che uniscono un talento tecnico fuori dalla media – lo dimostrano anche gli svariati side projects di ognuno di loro – a un gusto notevole in fase di scrittura e arrangiamento: questo permette ai loro brani di non essere futili esercizi di stile, ma godibilissime tracce anche per chi non sa cosa voglia dire 11/8.

TheLastDinnerparty
The Last Dinner Party

The Last Dinner Party – From The Pyre
(Island Records)

Erano già nella top album 2024 con il chiacchieratissimo esordio, “Prelude to Ecstasy”, ma quest’anno, contro ogni aspettativa, le The Last Dinner Party hanno pubblicato un secondo disco che per certi versi supera anche il primo. Pur non essendo propriamente un concept album, infatti, “From The Pyre” tiene insieme le sue dieci storie tramite un fil rouge narrativo tanto classico quanto sfaccettato e ben eseguito; le variegate influenze che le caratterizzano – dal glam rock anni ’70 al baroque pop à la Florence + The Machine – vengono rimescolate in una formula che sostituisce, alla magniloquenza ed immediatezza dell’esordio, un paesaggio sonoro più cupo e raffinato. Il risultato è un lavoro più coeso e consapevole del precedente: le The Last Dinner Party, insomma, sono cresciute, ed è sempre più probabile che siano qui per restare. 

Caparezza – Orbit Orbit 
(BMG)

Ci sono album che sono semplici insiemi di canzoni ed album che, invece, sono un vero e proprio ritratto dell’artista che li ha composti. Il Caparezza di “Orbit Orbit” non ha più la rabbia furiosa e l’ironia affilata e tagliente degli anni 2010, ma sembra aver trovato una calma interiore che gli consentito di superare i problemi che lo hanno attanagliato, superando i confini del rap elettronico ed assurgendo alle vette massime della musica italiana. Se il cantato non è più aggressivo ma, non per questo, meno avvincente, le musiche riescono a trascendere ogni genere, come solo un grande autore sa realizzare. “Orbit Orbit” è un disco che stupisce al primo ascolto e che non perde il suo fascino neanche al centesimo, riuscendo a stupire l’ascoltatore per riferimenti e pathos.

Hayley Williams – Ego Death to a Bachelorette Party
(Post Atlantic Records)

Con “Ego Death at a Bachelorette Party”, Hayley Williams firma uno dei progetti più audaci e significativi dell’anno. Non solo un album, ma un’esperienza d’ascolto pensata per ridefinire il formato stesso del disco nell’era delle playlist: brani pubblicati senza ordine, tracklist personalizzabili, e infine una forma definitiva che conserva la libertà del percorso. È il primo lavoro sotto la sua etichetta indipendente, Post Atlantic Records, e segna una rottura netta con il passato, artistica e identitaria.
Il cuore del disco è la “morte dell’ego”: un flusso narrativo intimo e disarmante in cui Williams affronta depressione, traumi familiari, fede, farmaci, amori finiti e ricostruzioni emotive, senza filtri né compiacimento. I testi sono taglienti, vulnerabili, spesso difficili da ascoltare proprio perché profondamente veri. La scrittura alterna confessioni crude a visioni oniriche, creando un diario emotivo frammentato. Musicalmente, l’album attraversa alternative pop e rock, trip-hop, suggestioni anni ’90 e influenze hip hop, con una voce trattata come strumento espressivo più che come prova di forza tecnica. Il risultato è un disco fluido, non lineare, che chiede tempo e attenzione, ma ripaga con un coinvolgimento raro e iscrive Miss Paramore nella lista delle migliori cantautrici della nostra epoca.

1914 – Viribus Unitis
(Napalm Records)

Come i loro connazionali, gli ucraini 1914 conoscono soltanto la parola resilienza. Il nuovo “Viribus Unitis” non si attesta molto al di sotto del rango di “Where Fear And Weapons Meet” (2021), condividendo con esso e i vecchi “Eschatology Of War” (2015) e “The Blind Leading The Blind” (2018) la tematica della Prima guerra mondiale. Attraverso i brani di questo quarto album in studio, seguiamo il viaggio di un soldato senza nome originario di Leopoli, partito dalla sua città natale e scomparso nel corso di uno scontro con i polacchi, una narrazione liberamente ispirata agli appunti del diario del protagonista e alle lettere autentiche dei militi prigionieri sul fronte italiano. Una veridicità storica che aggiunge profondità emotiva e una grossa dose di pathos funesto alla musica, elementi che si sposano a un granitico death-doom, spesso epico e a tratti marziale, intriso di una dose di prepotenza di stampo blackened superiore rispetto agli scorsi lavori. Commovente e spietato.

Brano consigliato: “1915 (Easter Battle For The Zwinin Ridge)”

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