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C’era una volta – una ventina d’anni fa, più o meno – l’indie-rock. O forse sarebbe meglio dire garage-rock? Forse post-punk revival? Forse non è così importante. Sta di fatto che, per chi vent’anni fa fosse stato troppo piccolo per gioirne, rispolverare oggi i più distorti anni Duemila (per curiosità, nostalgia distante, o entrambe) vuol dire innanzitutto tre cose: imbattersi o nella scena nu-metal, o nella scena pop-punk, o appunto in quella scena lì, quella dalle molte etichette. Negli anni vi sono stati accostati svariati gruppi, ma pochi sono evidentemente riusciti a lasciare il segno come i Franz Ferdinand — fino a raggiungere una certa “iconicità” anche oggi, nel loro genere, tra ascoltatori molto più giovani.

Perché di giovani, questa sera, ce ne sono davvero parecchi. Sono (a onor del vero, siamo) tutti abbastanza stupiti nel guardarci in faccia: per qualche motivo ci si aspettava un pubblico mediamente più âgé. Di certo non s’incontra sempre uno stuolo di spettatori così eterogeneo: si potrebbe vedere come unico comune denominatore un interesse verso la guitar music, a giudicare dalla presenza massiccia di magliette coi loghi più disparati, ma è tutto qui.

Almeno finché l’attenzione non si rivolge collettivamente all’arrivo di Master Peace, che avevamo già visto due anni fa in apertura alle Nova Twins. In questo biennio, l’artista londinese non è rimasto con le mani in mano, tra due nuovi EP e un album d’esordio, “How To Make A Master Peace” (2024). L’esperienza maturata nella musica e sul palco è palese, sia dal punto di vista tecnico, sia (forse soprattutto) come presenza scenica: pian piano tutti, anche gli spettatori più restii, si trovano a rispondere al suo ostinato incitamento, o almeno a muovere un po’ la testa. Sebbene la commistione tra rap e indie-rock sia andata più sfumando verso la seconda, in maniera anche un po’ derivativa (il ritornello di “I Bet You Look Good On The Dancefloor” degli Arctic Monkeys, improvvisato nella sua “Veronica”, si spiega da sé), il talento è indubbio: vedremo cos’avrà da offrirci nei prossimi anni.

Master Peace

Qualche eroico temerario in transenna, nel cambio palco, racconta di essere giunto davanti al Fabrique già questa mattina, nonché di aver visto Alex Kapranos fare una comparsata in tal frangente per interagire coi fan più arditi. Qualcuno cerca di convincere gli steward a farsi firmare oggetti per conto proprio, qualcun altro avvista i Les Votives che aspettano gli headliner. L’atmosfera non è tanto trepidante quanto leggera, come se qualcuno vi avesse aggiunto una piccola quantità di gas esilarante. Chi non ha mai visto i Franz Ferdinand dal vivo inizia a farsi un’idea di cosa li contraddistingua, tuttora, tra i compari di quella scena lì: tra il pubblico non aleggia l’allure estetico e strafottente degli Strokes – recentemente tornato in voga col nome (un altro) di indie sleaze –, bensì una più semplice e scanzonata voglia di far festa come se non ci fosse un domani. Quando poi Kapranos arriva con uno stacchetto da conduttore di late show, intrattenendosi in pose su pose per i fotografi, si capisce meglio anche il perché.

Franz Ferdinand

Poco da fare: il frontman della band scozzese non riesce a non catalizzare l’attenzione su sé stesso, al netto della classe e della disinvoltura dei compagni (di cui solo il bassista Bob Hardy è un membro fondatore, essendo gli altri – Dino Bardot alla chitarra, Julian Corrie alla tastiera, Audrey Tait alla batteria – subentrati tra il 2017 e il 2021). Sornione e goliardo come se fosse ancora a un festino illegale nel 2002, ma con movenze che danno per metà l’effetto di un dandy fumettistico e per l’altra metà quello di un padre intento a dimostrare alla prole che ci sa ancora fare. Meno misterioso di Alex Turner e leggermente meno caotico di Pelle Almqvist, Kapranos ringrazia più volte, dice di “vederci tutti” — e in effetti, col suo continuo indicare i fan delle prime file e ammiccare dietro all’asta del microfono, sembra quasi che sia davvero così.

L’allestimento sul palco è minimale, fatta eccezione per un arco rettangolare e comicamente sciancato. C’è una pedana, ma non serve a niente, se non come oggetto di scena per Kapranos e le sue movenze teatrali (l’altra pedana è ovviamente per la batterista, ma verso la fine del live i chitarristi si arrampicano pure lì). La setlist vede ben nove brani presi dall’ultima fatica, “The Human Fear”, che per i fan è comprensibilmente ancora da digerire. Nonostante sia passato solo un mese, comunque, il pubblico apprezza molto le canzoni nuove, tra cui spiccano una “Black Eyelashes” suonata col bouzouki per rispettare lo spirito greco, una “Hooked” abbellita dalla partecipazione di Master Peace e una “Night Or Day” in apertura che è già destinata a diventare presenza fissa in scaletta. Il sesto disco in live conferma l’essenza, scintillante e ballabile in barba a ogni possibile oscurità interiore, che nella carriera dei Franz Ferdinand è rimasta immutata: “Sometimes the answer”, commenta Kapranos, “is in a riff”.

Franz Ferdinand

Quale miglior modo per sottolinearlo, se non riprendendo i classici? Si canta a squarciagola “No You Girls”, s’invita “Michael” a buttarsi in pista, si elogia il buio della “Matinée”. Si vive un pezzettino di storia moderna del rock con “Take Me Out”, la cui intro viene suonata con Kapranos,  Hardy e Bardot disposti in fila, in una maniera che ha un che di solenne. Si urla all’infinito “This fire is out of control, I’m gonna burn this city, burn this city” senza stancarsi mai. Oggi, per far capire a una persona qualunque chi sono i Franz Ferdinand, si continua a canticchiare il refrain di “Take Me Out”, ma si può anche tentare con “This Fire”, perché ogni tanto qualcuno risponderà “Oh, è la sigla di Cyberpunk”. Non è male come sembra.  

Esci dal Fabrique e pensi che forse oggi la club culture è in crisi, ma sicuramente “Take Me Out” saresti corsa a ballarla, ai tempi, se solo non fossi stata in fasce. Certo, c’è stato comunque modo di farlo adesso. Arrivati al sesto album e ormai più di vent’anni di carriera, se i Franz Ferdinand possono dire di avere un lascito musicale, probabilmente è questo: “musica per far ballare le ragazze”, ma anche i ragazzi, ma anche gli adulti, ma anche chi non li aveva mai ascoltati, anche chi ha iniziato con l’album d’esordio e dopo due decenni, nonostante la vita, è ancora qui a ballare. Chissà: magari, tra altri vent’anni, ci ritroveremo ancora qui per farlo. Ma ecco, possibilmente anche domani.

I Franz Ferdinand saranno in Italia ad agosto per altre tre date: giovedì 28 all’AMA Music Festival di Romano D’Ezzelino (VI), venerdì 29 all’acieloaperto di San Mauro Pascoli (FC) e sabato 30 al Roma Summer Fest. Qui per maggiori informazioni.

Setlist:

Night Or Day
Do You Want To
Bar Lonely
Walk Away
Everydaydreamer
No You Girls
The Doctor
Darts of Pleasure
Michael
Audacious
The Dark of the Matinée
Black Eyelashes
Love Illumination
Ulysses
Take Me Out
Hooked (con Master Peace)
Cats
The Fallen
The Birds
Outsiders (non in scaletta)
This Fire

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