Stupisce approcciarsi a un disco intitolato “Men Singing” e ritrovarsi ad ascoltare quaranta minuti di musica esclusivamente strumentale. Stupisce ancora di più se si considera che, tra le (tante) individualità coinvolte nel progetto, la vera mente dietro questi Henry Fool altri non è che Tim Bowness, da più di vent’anni fido compare di Steven Wilson nel progetto No-Man, conosciuto e apprezzato in particolar modo per le sue doti dietro il microfono e non di certo per sapersi prodigare in virtuosi ghirigori chitarristici. Eppure, dopo essersi messo in prima linea cantando e dando un tocco indubbiamente porcupiniano al precedente “Pills In The Afternoon”, questa volta Bowness si defila, relegandosi ai soli ruoli di composizione dei pezzi e di chitarrista d’appoggio. Abbandonate completamente le influenze da prog degli anni zero, nelle quattro tracce che ne vengono fuori si susseguono evidenti omaggi al rock britannico degli anni Settanta, territorio in cui il co-fondatore Stephen Bennet (per lui un passato nei LaHost) e le sue teatrali tastiere si muovono a loro perfetto agio. Così nei quattordici minuti di “Everyone In Sweden” o della conclusiva “Chic Hippo” sono ravvisabili quelle intromissioni free jazz che distinsero la proposta dei King Crimson, ripulite però di tutti i loro isterismi, o le atmosfere di sintetizzatore notturne e rilassanti dei Camel di “Moonmadness” o di “The Snow Goose”, arricchite anche di pregevoli flauti e violini, questi ultimi gentile cortesia dell’ospite Steve Bingham (pure lui orbitante nell’atmosfera dei No-Man). Una decisa variazione di tono si ha nella sola “My Favourite Zombie Dream”, una progressione psichedelica e oscura, con chitarre instabili e mellotron dispiegati su una insistente, cupa base di basso. Con questa seconda opera gli Henry Fool riescono a liberarsi completamente delle influenze wilsoniane dell’esordio, ma vanno a inserirsi in quello che è probabilmente il filone di prog più stagnante in assoluto. Sarà forse il caso di cominciare a chiamare “regressive rock” musica che nel 2013 scava con gusto archeologico nel passato, esibendo sonorità già esplorate a fondo quasi cinquant’anni fa? Potrebbe essere un’idea. Fatto sta che, per quanto spontaneo (in molte parti sembra addirittura quasi improvvisato) e perfettamente eseguito, “Men Singing” di nuovo o di memorabile non propone proprio nulla. Un disco integralista e manieristico, fatto (bene) da irriducibili per soli irriducibili: se lo siete, ritenetevi pure liberi di aumentare di un punto il voto in calce alla recensione.
Tracklist
01. Everyone In Sweden
02. Man Singing
03. My Favourite Zombie Dream
04. Chic Hippo

















