Due vocalist e chitarristi dalla carriera molto diversa, ma amici di lunga data e accomunati dalla passione per il rock e il metal, hanno deciso, lo scorso anno, di mettere in piedi una band, gli Avrak, che fosse capace di non porsi confini di genere. Un progetto divenuto realtà con il debutto omonimo, nel quale Anders Hegna e Ted Skjellum, il Nocturno Culto dei Darkthrone, si divertono a spaziare dalla NWOBHM all’hard rock, dal doom a sprazzi di stoner e black metal, per un disco vario e che sprizza immaginario naturalistico norvegese da tutti i pori. Le curiosità e i dettagli dell’album dalle dirette parole dei protagonisti.
Anders, buon pomeriggio e benvenuto ai microfoni di SpazioRock. Come stai? Non vedo ancora Ted.
Anders: Ciao Giovanni, tutto bene. Sì, c’è anche Ted con noi, diamogli giusto un minuto per arrivare.
Ted: Eccomi. Un saluto a Anders e a te, Giovanni. Piacere di conoscerti.
Il piacere è mio. Allora, ragazzi, parliamo un po’ di questo nuovo progetto a nome Avrak, nato dopo anni che vi conoscevate senza aver mai suonato davvero insieme.
Ted: A onor del vero, ne parlavamo già da qualche anno e, quando finalmente abbiamo deciso di provare, ci siamo chiusi in una baita per cinque giorni. Da tale sorta di clausura, è emerso che condividevamo lo stesso interesse nel dedicare molto tempo ai piccoli dettagli; sai, a entrambi piacerebbe suonare la chitarra tutto il giorno, se potessimo. Quindi c’è stata subito un’ottima intesa, e poi abbiamo gli stessi gusti musicali di base, legati agli anni ’70 e ’80. Sì, realizzare questo album ha richiesto molto lavoro, ma è stata davvero un’esperienza fantastica per ambedue.
Anders: Non avevamo un piano preciso su cosa fare, anche se ci conosciamo da molti anni. Come diceva Ted, siamo andati nello chalet, abbiamo portato gli strumenti, qualche birra e ci siamo detti: “Vediamo un po’ cosa succede“.
Ted: Giusto un paio di birre (ride, ndr).
Anders: Sì (ride, ndr). Già nei primi giorni avevamo qualche riff e così abbiamo iniziato a buttare giù dei brani. È stata un’esperienza davvero bella.
Provenite da ambiti musicali contigui, ma differenti. In che modo siete riusciti a integrarvi a livello compositivo?
Ted: Si sente che suoniamo le chitarre in modo diverso l’uno dall’altro, pertanto ottenere un risultato valido è stato un processo piuttosto complesso. Ovviamente, questo ha richiesto tempo, visto che dovevamo incastrare due elementi diversi tra di loro. In principio, credo che avessimo iniziato a lavorare su due brani specifici, dedicandoci a fondo a quelli prima di passare al materiale nuovo. Ci è piaciuto lavorare al massimo su un paio di canzoni alla volta per mantenere la giusta concentrazione, proprio perché, come dicevo, c’erano molti elementi in gioco. In questo modo, procedendo un passo alla volta, evitavamo di confonderci.
E qual è stato il momento esatto in cui avete capito che stava prendendo forma qualcosa di speciale?
Ted: Sì, credo di saperlo indicare con precisione, ovvero la prima canzone dell’album: sai, quel riff iniziale, quella prima parte, sono state le prime cose che abbiamo creato per il disco. E credo che ne abbiamo intuito il potenziale piuttosto presto, in realtà, grazie ad alcune coincidenze. Quando io proponevo un riff, Anders si inseriva aggiungendo il suo tocco personale, e viceversa, e abbiamo compreso immediatamente che le cose avrebbero potuto funzionare davvero. Non avevamo programmato nulla, è successo e basta. C’è anche poi il fatto che Anders impiega un’accordatura leggermente diversa dalla mia. Io utilizzo l’accordatura standard in Mi, mentre Anders utilizza quella in Sol-Re-Sol o qualcosa del genere.
Anders: La-Si-Re, Ted.
Ted: Esatto. Comunque il tutto funzionava bene insieme e penso che già all’inizio – forse proprio il primo giorno in cui ci siamo seduti a fare musica – abbiamo pensato: “Ok, qui potrebbe nascere qualcosa di interessante“. Così abbiamo seguito questa strada per tutto l’album, e immagino continueremo a farlo in futuro.
Il vostro esordio lo avete chiamato “Avrak”, un titolo omonimo che sembra quasi un manifesto di essenzialità old-school, caratteristica rilevabile anche nella sobrietà dell’artwork.
Ted: In verità, ne abbiamo discusso molto. Trattandosi di un debutto, volevamo qualcosa che rispecchiasse esattamente ciò che cercavamo e il sound che avevamo in mente. Per quanto riguarda la copertina e il titolo, credo che con un esordio ci si possa permettere una grafica semplice, magari in bianco e nero, penso che si adatti bene al disco. Personalmente, preferisco le cover non troppo elaborate, ma vedremo cosa fare in futuro.
Anders: Per quanto concerne il titolo, ritengo che dovesse dire qualcosa sull’album stesso ed è stato un aspetto difficile da gestire, perché volevamo che l’attenzione fosse rivolta soprattutto alla musica. Come diceva Ted, si tratta di un debutto: il concetto alla base del lavoro risiede nella musica e, in parte, nei testi. Volevamo mantenere la semplicità; non è una questione di “vecchia scuola”, — anche se apprezziamo quel tipo di estetica — ma oggi si tende a puntare su cose molto appariscenti. Credo che la semplicità fosse la scelta più adatta per questo full-length, lasciando che fosse la musica a essere complessa.
Il disco è stato registrato nei Mølla Studio dal Knut Magne Valle. Cosa cercavate in termini di produzione? Naturalezza, compattezza, modernità?
Anders: Allora, abbiamo parlato più volte con Knut Magne prima di entrare in studio. Gli abbiamo spiegato le idee sul suono delle chitarre, come volevamo che si fondessero tra loro e cose del genere. Credo che, dal punto di vista sonoro, l’album sia venuto esattamente come speravamo. Gran parte del merito va a Knut Magne, che ha fatto un lavoro assolutamente fantastico, è stato fondamentale a livello professionale e per l’atmosfera che ha saputo creare in studio. Il suono ha un sapore old-school, ma non è certo il suono di una demo death metal degli anni ’80. Ne siamo davvero soddisfatti. Avevamo inviato a Knut Magne delle demo in anticipo, quindi sapeva già che tipo di suono di chitarra cercassimo. Lo stesso vale per il nostro fantastico batterista, Talje Kråbøl: ci siamo scambiati il materiale, così anche lui avrebbe già avuto un’idea dei suoni di batteria desiderati. La batteria è stata incisa a Trondheim e poi abbiamo portato le tracce in studio; Knut Magne ha verificato la qualità del suono e ha apportato solo qualche piccola modifica. Quando siamo arrivati lì, aveva già preparato dei suoni di chitarra molto simili a quelli che poi sono finiti effettivamente nell’album.
Ted: Non abbiamo dunque perso molto tempo a lavorare sul suono delle chitarre, facendo soltanto qualche ritocco minore. Come diceva Anders, avevamo inviato allo studio materiale di pre-produzione per tutti i brani, incluse le parti vocali e tutto il resto.
Ted, a proposito di parti vocali, come mai hai deciso di lasciare il microfono ad Anders?
Ted: È successo che, durante le prove nel 1988 con i Darkthrone, ricordo che Fenriz mi chiese: “Ted, perché non canti tu? Ti viene più naturale“. E io risposi: “Sì, certo“. C’è da dire che, in studio di registrazione, mi piace cantare, ma dal vivo – come mi è capitato con i Sarke – non mi sento altrettanto a mio agio. Per me, cantare in studio è un’esperienza molto personale. Anders, invece, è abituato a cantare dal vivo. Anch’io lo sono, ma credo che la mia voce non si sarebbe adattata bene a questo progetto. Avevamo pensato di inserire un cantante nella band, ma poi ci siamo detti: “Perché non proviamo a far cantare Anders e vediamo come va?“. Quindi ho ascoltato con attenzione il lavoro di Anders e ho riflettuto sul potenziale della sua voce per gli Avrak. La sua voce è molto versatile e credo che, nel corso della realizzazione dell’album, sia migliorata costantemente. Il risultato è fantastico, ne sono davvero felice; per il resto, mi basta suonare la chitarra ed esserne soddisfatto.
Avete descritto il full-length come un viaggio heavy metal che parte dalle vette delle montagne e sprofonda negli abissi del mare. La similitudine si riferisce all’atmosfera musicale che si respira nei brani o a uno specifico concept lirico?
Ted: Credo che si tratti essenzialmente soltanto dell’atmosfera. Il resto è successo perché l’etichetta discografica ci ha chiesto di pensare a degli slogan per l’album. E così la frase che hai citato si riferisce al collegamento, a livello di titoli, che c’è tra la prima canzone “Forever Mountain” e l’ultima “Howl”. Quindi è tutto qui.
Perché avete scelto come singolo “Unborn” per far conoscere il mondo degli Avrak? Cosa rivela del disco?
Ted: Vuoi dire qualcosa tu su questo, Anders?
Anders: Certo. È curioso che l’album sia stato realizzato seguendo esattamente l’ordine di composizione dei brani: la prima canzone è la prima che abbiamo scritto, la seconda è la seconda, e così via fino all’ultima. Ted aveva realizzato un piccolo video su YouTube per la prima canzone. Poi abbiamo concordato che la traccia successiva, “Unborn”, riflettesse meglio e bene le atmosfere presenti in gran parte dell’album. Non è facile scegliere il singolo, ne abbiamo discusso a lungo e alla fine abbiamo optato per “Unborn”.
Ted: Sì, è molto difficile, lo so bene perché mi è capitato spesso in passato di dover prendere decisioni del genere. È sempre complicato scegliere il pezzo rappresentativo di un album.

Le canzoni del lotto, se dal punto di vista dei generi spaziano dall’hard rock al doom, dalla NWOBHM a sfumature black metal, a livello di immaginario evocano scenari naturali tipici della Norvegia. Quanto continuano a essere importanti per l’ispirazione i paesaggi della vostra terra madre?
Ted: È sempre una domanda interessante, perché credo che tutti, in qualche modo, traggano ispirazione dall’ambiente circostante. Penso che sia fantastico riuscire a collegare un album al luogo in cui ti trovi, credo sia uno degli aspetti più affascinanti della musica, è un sentimento universale. A entrambi piace stare all’aperto, immersi nella natura. È qualcosa che fa parte del nostro DNA da sempre, quindi è finito per confluire naturalmente nella musica. Devi ricordare una cosa, Giovanni: in Norvegia hai il permesso di andare ovunque tu voglia. E questo tipo di libertà, noi che viviamo qui, la diamo per scontata, ma spesso ci rifletto e so che non è così dappertutto. Sai, di solito ci sono confini, recinzioni o cartelli di avvertimento. Qui in Norvegia, invece, non ce ne sono, a parte i luoghi in cui si trovano le riserve idriche o cose del genere. Eppure, ecco, puoi andare dove vuoi. E vedere il paese secondo la propria prospettiva contribuisce anche a trovare la giusta ispirazione. Penso che quasi ogni norvegese abbia una foresta, il mare o le montagne a non più di cinque minuti di distanza da casa. Insomma, non importa in quale città della Norvegia vivi o ti trovi, basta fare un passo di lato e sei già nella foresta.
Ma non c’è anche il rischio di perdersi nella foresta?
Ted: Sì, decisamente, succede che la gente si perda. E, metaforicamente parlando, ci si può perdere anche nella musica. È una bella domanda, perché ascoltiamo musica da oltre cinquant’anni ed è facile perdersi al suo interno, no? E poi, specialmente in autunno, la gente si perde mentre raccoglie mirtilli o altro nel bosco, e qualcuno deve intervenire per salvarla. Può capitare di ritrovarsi immersi nella nebbia, è successo anche a me in montagna. Non mi era mai capitato prima, ma è una sensazione quasi claustrofobica non riuscire a vedere nemmeno la propria mano. Ora non stiamo parlando di musica, ma trovo questo discorso molto affascinante.
Una delle tracce migliori del lotto è certamente “Cloacks Of Power”, con quell’andamento stoner rock che piuttosto anomalo rispetto al mood oscuro del disco. Una scelta spiazzante, non credi?
Ted: È una considerazione interessante. Mi fa piacere che tu ce l’abbia chiesto, perché sei il primo a farlo; quando scrivemmo quel pezzo, pensavamo che fosse una scelta un po’ azzardata passare da riff in stile thrash metal direttamente a sonorità stoner rock. Ci abbiamo riflettuto molto, chiedendoci se fosse il caso di farlo. Alla fine ci siamo detti: “Ehi, perché no? Chi ce lo impedisce?“. Quindi sono contento che ti piaccia.
Gli Avrak hanno debuttato dal vivo a Porsgrunn, in Norvegia, lo scorso aprile. Dopo aver passato del tempo in studio a rifinire i dettagli dell’album, eseguirlo davanti a un pubblico ha modificato la vostra percezione dei brani?
Anders: Ero un po’ nervoso all’idea di suonare davanti a un pubblico. Allo stesso tempo, ero sicuro di me, perché quei pezzi li abbiamo suonati, non so, migliaia di volte. Quindi, tecnicamente sapevo cosa fare; certo, trovarsi di fronte a una platea di ascoltatori è una cosa particolare, ma stando tra Steinar Gundersen (il bassista, ndr) e Ted mi sono sentito abbastanza al sicuro: è come se il treno stesse correndo in avanti e tu dovessi semplicemente salirci sopra. E il pubblico ci ha trasmesso subito delle belle sensazioni. Così, durante il concerto, ho preso sempre più sicurezza e, alla fine, avrei voluto continuare a suonare. Mi sono sentito davvero alla grande e anche il canto è andato bene. Era una novità per me cantare in stile metal, con un po’ di growl e cose del genere, ma ha funzionato molto bene.
Ted: E poi, sai, vale la pena sottolineare che, sì, io e Anders abbiamo suonato questi pezzi tantissime volte, ma anche Terje alla batteria e Steinar al basso sono molto professionali, delle ottime persone. C’è una tale e innegabile sintonia che, come diceva prima Anders, il treno ha viaggiato spedito e tutto è filato liscio. E credo che tutti noi ci sentiamo in un ambiente molto sicuro, sai? È decisamente una bella band con cui suonare, un contesto perfetto.
Ritenete che l’attività dal vivo possa ampliare l’identità degli Avrak in futuro?
Ted: Beh, diciamo che uno dei nostri motti con gli Avrak è non precluderci alcuna strada, ogni strada è aperta. Se vogliamo fare una cosa, la facciamo. Certo, scherzando dico sempre che non saranno dei tizi di mezza età con la barba a conquistare il mondo, ma non chiudiamo le porte a questa eventualità. Magari ci riusciremo davvero. Domineremo il mondo per altri trent’anni, Anders, saremo degli ottantenni e sarà fantastico.
Dopo tanti anni di musica, cosa vi ha sorpreso di più di questo nuovo processo creativo con gli Avrax? Vi ha forse regalato nuova linfa artistica?
Ted: Decisamente. Credo che questo valga sia per me che per Anders, dato che abbiamo frequentato gli stessi ambienti per anni, anche se la mia band, i Darkthrone, sono qualcosa di completamente diverso. È sempre un’esperienza che mette a dura prova i nervi, ma credo che realizzare questo album sia stato davvero positivo, proprio perché non avevamo pressioni temporali. Ci siamo detti: “Ok, se ci vorranno due o tre anni, che siano due o tre anni“. Ed è andata esattamente così. L’album esce, in pratica, a tre anni dall’inizio dei lavori. Quello che posso dire è che entrambi abbiamo trovato una persona capace di sedersi e suonare lo stesso riff per sei ore di fila senza stancarsi, e questo soltanto per renderlo perfetto. È così che lavoriamo: le prove degli Avrak possono durare anche dieci ore, tutte passate a limare ogni minimo dettaglio finché non siamo soddisfatti. Credo sia piuttosto raro imbattersi in quella sorta di resistenza necessaria affinché due persone stiano sedute vicine a ripetere la stessa cosa, ancora e ancora, solo per renderla perfetta. Penso che sia proprio questo l’aspetto speciale del progetto. E ci divertiamo davvero molto a farlo. Per me, non c’è niente di meglio che sedermi e suonare la chitarra.
L’ultima domanda è per Ted: c’è un po’ di Nocturno Culto negli Avrak?
Ted: Credo di sì, sia nel mio modo di suonare la chitarra che, ovviamente, in alcune delle idee che porto dentro di me. Ma penso sia stato positivo uscire dai miei schemi abituali e dedicarmi anche allo stoner rock o a cose del genere. Ritengo che tutto dipenda dalla varietà musicale di cui sono impregnato e immagino sia anche una forma di libertà artistica superiore.
Anders, Ted, grazie mille per il tempo concessoci. Quali parole di commiato volete condividere con l’Italia e SpazioRock?
Ted: Ai miei amici italiani dico: amo l’Italia. Ci sono stato diverse volte, sono un grande estimatore dell’Italia, del cibo fantastico e della passione che vi caratterizza. Quindi spero che nutriate la stessa passione anche per gli Avrak e spero di vedervi presto sotto il palco.
Anders: Ci piacerebbe molto venire a suonare da voi, abbiamo avuto anche degli ospiti italiani al nostro primo concerto, ed è stato un piacere parlare con loro. E, come diceva Ted, ci piacerebbe venire a suonare da voi.
Ted: Giovanni, grazie per l’interesse dimostrato nei confronti degli Avrak, abbiamo apprezzato molto questa chiacchierata. Vi auguro il meglio e spero di risentirvi in futuro. A presto.





