Tredici anni sono un’eternità nel mondo della musica, ma per i Karnivool il tempo sembra aver aggiunto profondità e consapevolezza: “In Verses” non è solo il ritorno discografico di una band fondamentale per il prog metal moderno, ma il risultato di un percorso lungo e complesso. Abbiamo raggiunto il chitarrista Drew Goddard per farci raccontare cosa significa tornare a pubblicare un album dopo così tanto tempo, come si è evoluto il loro modo di scrivere musica e cosa possiamo aspettarci dal prossimo tour (che passerà anche in Italia), tra catarsi emotiva e potenza sonora.
Ciao Drew, benvenuto su SpazioRock! Dopo tredici anni è finalmente arrivato il momento di pubblicare un nuovo album. Cosa puoi dirmi di questa lunga attesa? Com’è stato tornare in studio e rivivere il processo creativo e le emozioni legate a un nuovo disco?
È passato molto tempo, circa dodici anni di preparazione. Durante questo periodo sono successe molte cose; non abbiamo lavorato all’album per tutto il tempo, ma le esperienze di vita vissuta finiscono inevitabilmente per confluire in ciò che esprimiamo artisticamente. La parte più difficile per noi è impegnarsi sugli arrangiamenti finali, poiché avevamo moltissime versioni di ogni brano. L’intervento di Forrester [Savell, il produttore dell’album, ndr] è stato fondamentale nel porci dei limiti. Sento che solo di recente abbiamo raggiunto il giusto stato mentale per completare un album dei Karnivool. È stato come scalare una montagna, un’impresa che ogni disco comporta, ma questa volta è stato un percorso diverso dal solito.
Parlando dell’album, “In Verses” sembra catturare appieno l’essenza dei Karnivool, alternando sezioni prog pesanti e intense a momenti più calmi e atmosferici. Come avete approcciato il processo di scrittura e come senti che il vostro metodo si sia evoluto negli anni?
Credo che il disco sia un consolidamento di tutto ciò che rappresenta la band. Ci sono elementi di “Themata”, con una certa luminosità che abbiamo ritrovato in brani come “Drone”, alternata a momenti più oscuri, che sono una parte fondamentale della nostra musica. Per quanto riguarda l’evoluzione della scrittura, rimane un mistero anche per noi: ogni canzone segue un percorso diverso. Rispetto al passato, in una fase iniziale c’è stata molta improvvisazione per far fluire le idee. Brani come “Animation” e “Conversations” sono nati da un unico motivo melodico che li collegava nella mia testa. Per questo album le canzoni sembravano nascere l’una dall’altra: ad esempio, un riff di un brano scartato ha dato vita a “All It Takes”, mentre “Remote Self-Control” è nata da “Azora”. Queste connessioni melodiche e ritmiche hanno reso il disco coerente, quasi fosse un concept album accidentale. Sappiamo come iniziare i pezzi, ma facciamo fatica a finirli. Per concludere questo lavoro ho dovuto mettere da parte tutto il resto e concentrarmi sulla band a tempo pieno.
Uno degli elementi che ho apprezzato di più è il lavoro sulle chitarre, sia nei riff che nei suoni, che risultano raffinati, ma di grande impatto. Come hai lavorato su questi aspetti durante la produzione?
Anche in questo caso il processo è stato diverso rispetto ai lavori precedenti. Sperimento sempre con i suoni, pur mantenendo il mio standard, il Karnivool drone sound generato dal mio Peavy 5150. Questa volta abbiamo registrato molto in digitale in studio per risparmiare tempo e garantire costanza sonora. Sebbene io sia un amante dell’analogico e abbia bisogno di sentire l’aria spostata dagli amplificatori sul palco, in studio siamo stati pronti a sperimentare. Abbiamo lavorato a stretto contatto con Forrester per assicurarci che le tracce digitali fossero fedeli al mio suono. Ho notato però che il digitale non è ancora all’altezza per quanto riguarda i suoni puliti, quindi per quelli abbiamo preferito microfonare gli amplificatori nella stanza. Gran parte del disco è comunque digitale e ammetto che faccio fatica a distinguere la differenza, se non per la risposta dinamica che gestisco molto attraverso il potenziometro del volume della chitarra.
In “Animation” compare Guthrie Govan, un chitarrista incredibile. Come è nata questa collaborazione e come si è sviluppata?
Sono molto grato a Guthrie per aver suonato nell’album. Considero la chitarra come uno strumento per creare musica, ma non mi sento eccezionalmente abile in termini di velocità; per quel brano sentivamo il bisogno di un intervento esterno, un po’ come quando George Harrison chiamò Eric Clapton. L’idea è nata guardando un’intervista in cui Hans Zimmer lodava il suono simile a una cornamusa che Guthrie aveva creato per la colonna sonora di Dune. Dato che volevamo un’atmosfera simile per quel pezzo, lo abbiamo contattato. Forrester aveva già lavorato con lui e gli Aristocrats hanno suonato nella nostra città proprio mentre registravamo. Il suo contributo è stato estremamente raffinato e versatile, perfetto per la canzone. È un onore averlo nel disco.
Sì, una cosa che ho apprezzato molto è che anche se ha uno stile diverso dal vostro, la sua parte si adatta perfettamente alla canzone.
Sì, esatto, concordo.

Pensando ai live, siete pronti per il tour europeo? Tornerete a Milano dopo molti anni. Cosa dobbiamo aspettarci da questi show?
Ricordo di aver suonato a Milano con gli Stone Sour tempo fa. Per questo tour potete aspettarvi una bella energia e una sorta di catarsi. Mi piace pensare che i nostri concerti siano un’esperienza gioiosa, ma vedo anche persone che elaborano emozioni negative o lutti tra il pubblico; spero che la nostra musica possa essere uno strumento pratico, quasi come l’agopuntura. Stiamo ancora decidendo la scaletta e provando i nuovi pezzi, che sono molto impegnativi da eseguire dal vivo. L’esecuzione live di questo album sarà piuttosto diversa dalla versione registrata.
L’estate scorsa vi ho visto ad ArcTanGent Festival e sono convinto che quello sia stato un momento molto importante per voi. Com’è stato suonare sul main stage da headliner di un festival così importante per la scena progressive e sperimentale?
È stato un grande onore. Forse dieci anni fa non mi sarei sentito all’altezza di quella posizione, ma questa volta ho avuto la sensazione che fossimo nel posto giusto. Suonare in un tendone all’aperto è fantastico perché permette di contenere e concentrare tutta l’energia dello show.
Parlando di questo aspetto, siete considerati una delle band di riferimento del rock e metal moderno, anche perché siete stati tra i primi a sviluppare in un certo modo il prog metal. Cosa pensi delle nuove generazioni e senti una responsabilità nel lasciare un’eredità o nel guidarle?
La scena attuale, che comprende grandi band come Monuments, Periphery o Elder, è molto vasta e ricca di contaminazioni tra i generi. Sento la responsabilità di continuare a creare musica autentica. Anche se sono un po’ timido e non pubblico molti contenuti online, collaboro spesso con le scuole in zone remote dell’Australia per trasmettere ciò che ho imparato e spero di poter fare di più anche per i fan all’estero in futuro. L’unica cosa che conta è che la musica venga dal cuore. Ci sono alcune band che magari tengono più al punto di vista estetico, ma per noi non è così. Continuiamo a sperimentare, spingerci a provare cose nuove. A questo proposito, ad esempio mi piacciono tantissimo i King Gizzard, quello che fanno a livello di sperimentazione è incredibile. Il mio consiglio per le nuove band è di non impiegare dodici o tredici anni per scrivere un album: [ride, ndr]. Per noi ha funzionato e siamo fortunati che il pubblico sia ancora qui, ma è stato davvero difficile.
Sì, una cosa incredibile riguardo questo discorso è il fatto che nonostante siano passati 13 anni dal vostro ultimo album, non credo che ci sia mai stato un momento in cui siete più apprezzati di ora.
Sì, è vero. Abbiamo realizzato questa cosa nel nostro tour nel 2023, ci siamo resi conto che sia a livello di performance, che di pubblico, non avevamo mai fatto un tour del genere. Ci sentiamo molto grati e fortunati per tutto questo. Forse questo tipo di musica ha il vantaggio di adattarsi bene alla maturità; le esperienza di vita reali aiutano a rendere i riff più pesanti e profondi.
Ok Drew, questa era l’ultima domanda. Grazie mille per questa intervista, è stato un piacere parlare con te!
Grazie a te, ci vediamo a Milano!
Foto copertina: Courtney McAllister





