Nell’uggiosa e fredda serata meneghina del 28 gennaio, l’Alcatraz di Milano diventa il punto di ritrovo per gli amanti del metal declinato al femminile. Una di quelle notti in cui pioggia e basse temperature vengono spazzate via da luci, volumi e voci capaci di imporsi con personalità e carisma. Sul palco, due co-headliner tra i nomi più rappresentativi della scena di riferimento, pronti a guidare il pubblico in un viaggio che attraversa melodie, potenza e suggestioni epiche.

Ad aprire la serata è Charlotte Wessels, presenza più che familiare per il pubblico dell’Alcatraz. Dopo anni da protagonista con i Delain, la cantante olandese è oggi immersa in una nuova fase creativa, che avevamo già avuto modo di apprezzare dal vivo nel 2024, quando aveva aperto ai VOLA a Trezzo sull’Adda. Con The Obsession, Wessels prende decisamente le distanze dalle sonorità symphonic che l’hanno resa celebre, spingendosi verso un sound più moderno e sperimentale. Sul palco Charlotte è magnetica: ogni brano è vissuto e restituito con convinzione, e il legame con il pubblico è immediato, fatto di sguardi, sorrisi e una presenza scenica che non ha bisogno di eccessi per imporsi.
Limitarsi però a lodare la prova vocale di Charlotte sarebbe riduttivo: The Obsession si conferma una band solida, affiatata e coinvolgente, capace di dare corpo e profondità a ogni brano in scaletta. Una menzione speciale va al batterista Joey Marin de Boer, che porta a termine l’intero set nonostante un infortunio. Quando, a fine concerto, si alza dalla batteria per salutare il pubblico sorretto da un paio di stampelle, l’applauso che ne segue è spontaneo e particolarmente sentito.
Dopo circa mezz’ora di attesa, arrivano finalmente i primi protagonisti della serata. Sullo schermo compare una figura mascherata, la cui voce – sorprendentemente in italiano e per questo particolarmente apprezzata – invita il pubblico a prepararsi a un’esperienza incredibile e a godersi lo show, piuttosto che osservarlo attraverso lo schermo di uno smartphone (spoiler: i telefoni verranno comunque usati in abbondanza).

Tra fumi e luci soffuse, la prima a entrare in scena è Simone Simons, vestita di nero e con un velo a coprirle il volto, quasi fosse una sposa oscura. L’impatto visivo è immediato e teatrale, e trova la sua perfetta colonna sonora in “Apparition”, nuovo brano estratto dall’ultimo album, scelto come opener. L’atmosfera è solenne, carica di tensione e mette subito in chiaro le intenzioni degli Epica. Cambio d’abito praticamente immediato, occhiali da sole – che, onestamente, ricordano Richard Benson – ed è il momento di “Cross the Divide”, che spezza la tensione iniziale e porta il concerto su binari più diretti ed energici. “Martyr of the Free Word” ed “Eye of the Storm” confermano la solidità degli Epica dal vivo, con un suono potente e preciso, mentre “Unleashed” e “Never Enough” scatenano le prime vere esplosioni di entusiasmo sotto al palco, tra cori e teste che iniziano a muoversi all’unisono. Il concerto continua senza cali di ritmo fino a “Sirens – Of Blood and Water”, uno dei momenti più attesi della serata, che vede tornare sul palco Charlotte Wessels per un duetto intenso e suggestivo con Simone Simons. L’incontro tra le due voci funziona alla perfezione e viene accolto da un’ovazione convinta, suggellando uno dei passaggi più emozionanti dell’intero set.
Con “Tides of Time” fa la sua comparsa un pianoforte e l’atmosfera dell’Alcatraz cambia radicalmente. Simone resta sola al centro della scena, accompagnata unicamente dal pianoforte di Coen Janssen, e regala un’interpretazione viscerale e profondamente sentita. Per qualche minuto il tempo sembra davvero fermarsi, con il pubblico completamente rapito, quasi a trattenere il respiro. Un contrasto netto e potentissimo rispetto alla maestosità del resto della scaletta, e senza dubbio uno dei momenti più intensi della serata.
La tensione emotiva viene poi ricostruita con “The Grand Saga of Existence”, prima di lasciare spazio a uno dei brani simbolo della band, “Cry for the Moon”, cantata a gran voce. Il finale è una vera cavalcata epica: “Fight to Survive”, “The Last Crusade” e “Beyond the Matrix” chiudono uno show curato nei minimi dettagli, potente e coinvolgente.
L’ora e venti degli Epica (forse insufficiente a goderseli davvero come avremmo voluto) è volata via con una tale intensità da lasciare il pubblico quasi sospeso, e mentre sul palco prende forma la scenografia degli Amaranthe affiora una sensazione difficile da ignorare: quella di aver già vissuto questo momento. Un déjà-vu che trova presto spiegazione: la produzione visiva della band svedese, al netto di qualche dettaglio aggiuntivo, ricalca infatti quella del tour 2024 condiviso con i Dragonforce. Un aspetto che, soprattutto dopo lo spettacolo appena offerto dagli Epica, finisce inevitabilmente per evidenziare un certo divario sul piano scenografico.
Il palco degli Amaranthe si presenta piuttosto essenziale: un grande telone raffigurante il cyborg dell’ultimo album e alcuni elementi scenici sparsi, una soluzione funzionale ma poco incisiva se messa a confronto con l’uso di led wall e giochi di luce che ha caratterizzato lo show dei co-headliner olandesi. La speranza, a questo punto, è che sia la musica a colmare il gap. Anche la setlist, però, non riesce a sorprendere del tutto. Si tratta di una riproposizione pressoché identica dello scorso tour, che a sua volta – eccezion fatta per alcuni brani tratti da “The Catalyst” – riprendeva in larga parte la scaletta già sentita nel 2022. Chi segue gli Amaranthe da tempo, dunque, si trova davanti a uno spettacolo solido, ma privo di reali elementi di novità.

L’unica vera chicca della serata è rappresentata da “Chaos Theory”, brano inedito e non ancora pubblicato, accolto con interesse e curiosità dal pubblico. Al di là di questo episodio, la band punta sull’efficacia di un repertorio che dal vivo continua a funzionare: il loro pop metal, diretto e immediato, si insinua facilmente in testa e mantiene alta la componente di intrattenimento.
Dal punto di vista della performance, gli Amaranthe confermano una line-up più affiatata che mai. Il trio di voci appare finalmente in perfetto equilibrio, con Nils Molin che emerge per carisma e presenza scenica, incarnando sempre più il ruolo di frontman, mentre l’iconica Elize Ryd tende a mostrarsi più riservata nei momenti di interazione con il pubblico. A completare il quadro c’è Mikael Sehlin, growler della band, che ha il compito di aizzare la folla e tenere alta l’energia sotto al palco.
Nel complesso, uno show che non reinventa la formula ma che, forte di una proposta riconoscibile e di una fanbase fedele, riesce comunque a lasciare il segno, pur restando inevitabilmente in ombra dopo l’imponente prova degli Epica.
Quando le ultime note svaniscono e le luci dell’Alcatraz tornano impietosamente bianche, resta la sensazione di aver attraversato mondi diversi in una sola notte. Tre visioni, tre modi di intendere il metal contemporaneo: l’introspezione elegante di Charlotte Wessels, la brillante macchina teatrale degli Epica, l’immediatezza pop e muscolare degli Amaranthe. Tre approcci diversi che, insieme, hanno fatto valere ogni chilometro percorso fino a Milano, anche in una fredda serata di metà settimana.
Setlist Epica
Apparition
Cross the Divide
Martyr of the Free Word
Eye of the Storm
Unleashed
Never Enough
Sirens – Of Blood and Water
Tides of Time
The Grand Saga of Existence
Cry for the Moon
Fight to Survive
The Last Crusade
Beyond the Matrix
Setlist Amaranthe
Fearless
Viral
Digital World
Damnation Flame
Maximize
Strong
PvP
Crystalline
Boom!1
The Catalyst
Re-Vision
Chaos Theory
Amaranthine
The Nexus
Call Out My Name
Archangel
That Song
Drop Dead Cynical





