Li tenevo d’occhio. Li avevo incontrati allo Zappanale del 2023, nel nord della Germania. Tedesco il gruppo, ma fortemente internazionale la cesta dei passaporti dei musicisti. La line-up dell’album “Katastrofik Kink Machine”, ovvero di questa travolgente piccola opera d’arte moderna presenta Frank Gratkowski al clarinetto e sax alto, John Dikeman al sax tenore, Sofia Salvo al sax baritono, Iv Taubenfeld al clarinetto basso, Esat Ekincioglu al basso e George Hadow alla batteria, super squadra capitanata alla chitarra da Christian Kuhn, nonché mente creativa dei Kuhn Fu. Lì vicino Rostock ricordo Christian affascinato da uno spartito appeso al muro, scritto a mano da Zappa. Ricordo il resto della band, Sofia che mi chiese divertita cosa avessi da appuntarmi durante il loro show, o Esat che l’aveva capito che io, da bassista, mi godevo soprattutto il suo mini-show personale, nell’organizzata baldoria dell’intera band. I Kuhn Fu sono come la loro musica: senza maschere, gioviali, intelligenti, comunicativi. Cercano la complicità dell’interlocutore come si aspettano che il pubblico li segua nelle loro peripezie sul palco. Complicità davanti a una birra o complicità davanti a un diabolico piano per migliorare la precaria situazione jazzistica mondiale. Come? Tramite un’ordinata serie di linee musicali, ritmiche, tamburi, fiati a volontà. Musica balcanica? Tocchi mediorientali? Jazz a tutto spiano? Un rock n’ roll sempre presente, ingrediente imprescindibile, anche quando non chiaramente udibile? Se fossero solo chitarre distorte sarebbero una band prog-metal. Alla fine il risultato è davvero figo, questo conta per me – e rimane figo anche con gli ascolti successivi, quando l’effetto sorpresa non c’è più, e dopo la scoperta rimane la chiara conferma. Se passano dalla vostra città non perdeteveli. Sono una bomba.
Ma quindi ora, dopo un anno, mi ritrovo tra le mani il loro nuovo album, mai domi. La copertina è tremendamente analogica, variopinta, divertente. Ma passiamo alla musica… La puntina tocca il disco ed entri in un castello, a tutti gli effetti infestato da strumenti musicali. Fiati che suonano moderni quando dovrebbero essere classici e suonano classici e polverosi quando dovrebbero rappresentare la modernità. Il titolo dell’album e la sua accattivante copertina mi puzzavano già di trappola, quindi mantengo la guardia mentre mi aggiro nel castello di questa spontanea valanga musicale del terzo millennio. “Waffle House”, la prima traccia, l’unica davvero lunga, non ti lascia in pace, sembra quasi che un agente immobiliare ti stia mostrando tutto quello che c’è da sapere su questo solo apparentemente diroccato castello sonoro. Torri, saloni, stalle e carceri, lì sotto. Tanti fiati, assoli jazz al limite del free e un trio basso/chitarra/batteria fondamentalmente prog-rock, heavy, quasi blues. L’album prosegue, la band sembra praticamente lì con me, inscatolati da qualche parte, la qualità della registrazione suona così naturale che li puoi vedere gonfiare le guance e muovere le mani. Ti divertono, questo va sempre detto, non perdono occasione per farlo, lo noti chiaramente in “Low and Slow”, mentre è con “Grande False” che arriva il primo momento di respiro… ma avant-garde, figlia di Edgard Varese e di quella ciurma di bislacchi compositori lì. Tre minuti di serietà, guai a distrarsi. Ci pensa poi il brano “Die ID” a riportarti nel campo minato dei Kuhn Fu, che nel frattempo un po’ hai imparato ad ascoltare.
Ma è con l’ascolto di “Kink” che la minaccia è davvero imminente, la sento che pervade la stanza dove sto ascoltando questo dannato album jazz-rock. Qui non posso non sentire le cadenze zappiane, sempre incatenate in onnipresenti tonalità minori. Sembra davvero un live, sul serio sembrano qui con me. Non avverto nessuna sovraincisione, sembra chiaramente una carismatica presa diretta. Non lo so se lo sia, non m’interessa la verità, come abbiano fatto, m’interessa che diavolo di risultato finale mi ritrovo ad ascoltare. Ti parla, è una storia.
“Enigma” sorprende, a due passi dalla fine, non può accadere eppure eccolo, il solco romantico. Guardingo, aspetto la sorpresa che sembra tardare ad arrivare. Cedo, ci credo, mi vengono in mente i Weather Report, mi viene in mente “Blessed Relief” di Zappa, le melodie – così creative – si intrecciano con ordine, tanto dolci quanto consapevoli, con una punta di acido, con l’intelligenza compositiva di Christian Kuhn nella scelta di quella nota esatta lì, apparentemente fuori posto, fuori scala, fuori e basta.
L’album chiude con “Simple & Charming”, respiri ironia, ascolti ironia. La voce di Christian ti sta canzonando, e tu lo sai, ma lo lasci fare, mica puoi rispondergli? Tanto avrebbe comunque ragione lui alla fine, in qualche modo se la caverebbe. In qualche modo quest’album dei Kuhn Fu è una roba da dieci e lode, sotto cosi tanti punti di vista e, soprattutto, probabilmente sia al primo ascolto che al decimo, sia all’appassionato rockettaro con il chiodo che all’amante del jazz, quello con il maglioncino a collo alto e la puzza sotto il naso. I Kuhn Fu sono ampi, c’è spazio per tutto e tutti.
Tracklist
01. Waffle House
02. Low and Slow
03. Grand False
04. Die Id
05. Kink
06. Enigma
07. Simple & Charming

















