53 anni dopo “High Time”, tornano gli MC5 con un nuovo album. Anzi, forse sarebbe più corretto dire che dopo 53 anni viene pubblicato postumo un ultimo album dei Motor City Five, perché, ormai, del gruppo originale non c’è rimasto più nessuno. Il chitarrista e il batterista della leggendaria band di Detroit, formatasi nel lontano 1964, hanno lasciato le proprie spoglie terrene a pochi mesi l’uno dall’altro, per essere ospiti nel Valhalla e sedersi alla tavola di Odino, festeggiando con litri di birra ogni trionfo, ogni notte per l’eternità. O almeno fino agli eventi del Ragnarok, ma questa è un’altra storia.
Wayne Kramer non pensava certo di andarsene prima di vedere come la propria opera sarebbe stata accolta dal pubblico del XXI secolo e credo che neppure Dennis Thompson avrebbe mai immaginato di non essere presente alla celebrazione per l’inserimento della band nella Rock & Roll Hall Of Fame per il prestigioso Musical Excellence Award. E invece eccoci qui, a raccontare un disco postumo, che non sarebbe dovuto essere tale, provando a non scadere nel classico clichè del “era una brava persona”, che colpisce il 90% dei superstiti in occasione del ricordo del caro estinto. Bisogna essere oggettivi.
Parliamoci chiaro, “Heavy Lifting” è un ottimo disco e non potrebbe essere diversamente, perché in 45 minuti e rotti di musica, suona gente che sa davvero cosa sta facendo. Nessun principiante, nessun emergente alle prime armi, ogni battuta, ogni accordo, ogni colpo è eseguito magistralmente. A dare la giusta carica esplosiva alla musica che romba dallo stereo, c’è il lavoro ben eseguito di un rodato Bob Ezrin, già produttore di lavori di Alice Cooper e Lou Reed, e da personalità di spicco del mondo del Rock, tra cui Slash, Tom Morello, William DuVall, Vernon Reid, Don Was e Tim McIlrath. Ciascun artista ha portato qualcosa di suo al progetto, rendendolo pieno di influenze e di stili diversi.
Viene confermata la reputazione di Machine Gun, che picchia forte sulle pelli della batteria, dando maggiore enfasi in “Can’t Be Found” alla folle disperazione di un uomo confuso e smarrito dei tempi moderni alla ricerca della verità. Thompson, inoltre, contribuisce a forgiare un ritmo contagioso, in “Blind Eye”, che ricorda strutture ritmiche di fine anni ’70, il cui ritornello si aggrappa alla mente tornando in loop per ore.
È evidente che Kramer abbia voluto creare un vero e proprio paradiso per i chitarristi. Schitarrate, distorsioni, armonizzazioni, modulazioni e chi più ne ha più ne metta. La title track con Tom Morello, fa già presagire la direzione che prenderà l’intero album: un impatto sonoro esplosivo capace di abbattere muri con una violenza tale da rimanerne quasi sconcertata. Pur essendo un lavoro di stampo prevalentemente hard rock, nelle 13 tracce di cui si compone il disco, non mancano pezzi più funk, con una spruzzata di heavy metal qua e là, con riff tutt’altro che semplici, ma sempre infuocati e potenti, lontano dal proto-punk della fine degli anni ’60, di cui però si conserva, come elemento caratterizzante della band, la rabbia e la parabola del dare un messaggio rivoluzionario.
Non dimentichiamo che i rockettari di Detroit sono sempre stati estremamente politicizzati, influenzati fortemente dal loro amico e manager John Sinclair, co-fondatore del movimento di estrema sinistra White Panther Party e, con la loro musica, hanno contribuito alla diffusione dell’ideologia alla base del movimento antirazzista e cioè di difendere il Rock ‘n’ roll, la droga, la possibilità di fare sesso nelle strade e abolire il capitalismo. Il fine avrebbe giustificato i mezzi. E anche questa volta non si sono smentiti e ciò che cantano è semplicemente la rivoluzione, rimanendo fedeli a sé stessi. Non si può comprendere fino in fondo il loro messaggio se non si è già interiorizzato il monologo introduttivo in “Kick Out the Jams”: dobbiamo scegliere se essere il problema o la soluzione.
Gli MC5 hanno voluto raccontare i tempi attuali, risaltandone la costante rabbia con musiche pesanti e spesso furenti, in grado di riflettere il malessere e i disagi di una società che seppur lontana da quella dagli esordi del gruppo, ne è tanto vicina. D’altronde, la storia si ripete.
Tracklist
01. Heavy Lifting (feat. Tom Morello)
02. Barbarians At The Gate
03. Change, No Change
04. The Edge Of The Switchblade (feat. William Duvall & Slash)
05. Black Boots (feat. Tim McIIrath)
06. I Am The Fun (The Phoney)
07. Twenty-Five Miles
08. Because Of Your Car
09. Boys Who Play With Matches
10. Blind Eye (feat. Dennis Thompson)
11. Can’t Be Found (feat. Vernon Reid & Dennis Thompson)
12. Blessed Release
13. Hit It Hard (feat. Joe Berry)


















