Articolo a cura di Daniele Sartorato – www.blackmaria.it
Damien Chazelle è un uomo diventato regista dopo aver tentato la carriera da batterista, la quale non spiccò il volo a causa della personalità riservata di Damien e di un eccentrico maestro che lo intimorì fin dai suoi inizi; tutti questi elementi sono presenti nella sua opera prima: Whiplash.
Andrew Neiman è un giovane batterista dello Shaffer, il conservatorio di Manhattan, con un solo grande obiettivo: essere il miglior batterista jazz della sua generazione. Andrew rinuncia a molte comuni distrazioni e affronta prove difficili per entrare a far parte dell'orchestra dello Shaffer, diretta dall'inflessibile Terence Fletcher, uomo determinato a ottenere il massimo da ciascun musicista, con metodi severi, immorali e assolutamente non ortodossi. Il dualismo maestro-allievo è il fulcro della storia, le prove degli attori Miles Teller e J.K.Simmons sono straordinarie (Oscar per il miglior attore non protagonista a Simmons e centinaia di altri riconoscimenti per il suo ruolo), da notare che entrambi presero lezioni jazz per preparare la parte, sebbene il primo avesse un passato da batterista e il secondo fosse un pianista in erba.
"Ero lì per spingere le persone oltre le loro aspettative: era quella la mia assoluta necessità"
Fletcher è musicalmente il sergente Hartman di Full Metal Jacket, l'evoluzione e i sacrifici di Neiman ricordano molto l'addestramento e gli allenamenti di Rocky Balboa, la morale americana no pain no gain è la chiave principale di lettura del film, sebbene la maniacale perversione per i dettagli del regista elevi l'opera al di sopra dei citati cliché; in special modo, nella fase di montaggio, si può osservare la maestria con la quale il sonoro e le inquadrature si combinino e si completino tra loro, rendendo lo spettatore pienamente partecipe e riuscendo oltremodo a dimostrare come cinema e musica siano arti strettamente legate tra loro e come la loro sincronia riesca a suscitare singolari emozioni.
Quest'opera è stata sia lodata che criticata dalla stampa, che a volte ha puntato il dito sulla morale politicamente destrorsa della vicenda e su alcuni buchi (o meglio, sviste) nella sceneggiatura, ma la componente inappuntabile del lavoro di Chazelle è quella musicale. La vicenda fa continui riferimenti a Charlie ‘Bird' Parker, Buddy Rich, Jay McShann e le partiture presenti nel film non sono quelle di canzoni note al grande pubblico, ma delle vere perle, per chi conosce e ama il mondo jazz. L'opera non vuole portare il jazz al pubblico, anzi vuole provocare quest'ultimo e fare in modo che sia esso ad innamorarsi di quei suoni nati a fine Ottocento fra gli schiavi afro-americani.
Si dice che Charlie Parker non abbia avuto una vita felice e spensierata (eufemismi?) e che trattasse in malo modo i musicisti che lo accompagnarono poiché incapaci di suonare alla perfezione insieme a lui e morì a soli 34 anni; per chi fosse interessato Eastwood diresse Bird nel 1988 con Forest Whitaker nella parte di Parker.
Terence Fletcher con i suoi modi scorbutici e morbosi può trasformare un ragazzo con un sogno in un nuovo Charlie Parker, ma chi decide il limite? Chi può dire se una carriera valga così tanto dolore psicologico e fisico? Un grande musicista, qualcuno che riesca a sconvolgere e allo stesso tempo a portare avanti un intero panorama musicale come quello jazz, deve per forza vivere ai margini della società, fra alcool e droghe, votare la sua vita solo alla musica e morire giovane?
Tutti sogniamo di essere immortali, di cambiare il mondo e rivivere per sempre nelle generazioni future, influenzando la vita di milioni di persone, non essere mai dimenticati. Ma qual è il costo?









