Dopo ingenti investimenti e sudatissime giornate (alcoliche) di team building, finalmente anche la Shrimptech Enterprises ha una sua etichetta musicale: sganciatisi dalla storica Year0001, i Viagra Boys concedono alla loro prima label un self-titled. Storto, un po’ come la loro attitude, ma pur sempre un self-titled.
“viagr aboys” pare un nuovo inizio, a due anni dal bellissimo “Cave World” che ha portato i fantini svedesi alla prima, vera esplosione nel mainstream. Ma Sebastian Murphy e soci paiono fottersene ampiamente di tutto ciò, ancorandosi ancor di più alla loro forte identità e al loro messaggio.
Anzi, in contrasto all’ampliamento di pubblico, l’intimismo e la riflessività paiono venire a boccheggiare sempre più in superficie nell’ultimo full-length, nonostante i Sei nuotino ancora in quell’irriverenza melmosa con il fare dei cazzoni patentati.
Non solo la tanto osteggiata mascolinità tossica, ripresa nel post-punk fatticcio “Dirty Boyz” e ampliata nella rapida “You N33d Me” – fastidioso esibizionismo e finta sicurezza che si celano dietro alla spasmodica ricerca di affetto e all’estrema solitudine – ma anche la visione orrorifica dell’invecchiamento – paradossalmente più intimorente della morte stessa – fissata sul riffone in palm muting grattuggiato da Linus Hillborg in “The Bog Body”.

I Viagra Boys spiattellano le incongruenze, i deliri e le insensatezze del mondo, lo fanno con la sempreverde ironia – talvolta macabra e volontariamente pungente – che li contraddistingue: il blues-rock della sbandante “Pyramid of Healt”, critica sgangherata ai guru del cibo dell’internet e ai folli creduloni che sarebbero capaci di “ingoiarsi cactus a colazione” pur di sentirsi meglio, l’ancheggiante alt-rock bass driven, contornato da synth pieghevoli, di “Waterboy” e il suo schiaffone alle vite inconsistenti («Spend all day at the nail salon / Living like this you won’t live long»), lo spassosissimo hard rock di “Man Made of Meat” e l’invettiva ai lamentosi da divano.
A assemblare un platter, nel suo complesso, più omogeneo del predecessore – “Cave World” si “stoppava” parecchie volte con i suoi pezzi lenti – c’è un filo labile che allinea follia e realtà, amarezza e briciole di felicità: il dance punk scarno e pulsante di “Uno II” – racconti canini di strani veterinari, ambigui traffici di denti e discussioni sulla politica svedese – si schianta tra i mesti synth di “Medicine for Horses”, in cui Murphy solleva immagini lugubri («Hey baby, can I borrow your car? / I want to drive into a wall and make us two-dimensional / And by the way I need your credit card / I need to pay a guy to get my pineal gland re-calcified») e le scioglie ossimoricamente dinanzi all’amore («Kiss my wife, tell her I love her / Tell her she was the only thing that made me stop thinking ’bout / The plains of North America»), lo stesso amore che sguscia fuori nella delicatissima conclusione affidata a “River King”, una dedica accorata e inconsueta – solo piano e sax – da parte del frontman alla sua dolce metà.
“viagr aboys” è l’album più coeso della carriera degli svedesi ed è probabilmente quello che scorre meglio dai tempi di “Street Worms”: divertente, disturbante e incredibilmente riflessivo, è la conferma – se mai se ne sentisse ancora il bisogno – che tra tante punte di diamante del rock alternativo che sacrificano la loro natura al fine di crescere in maniera smodata – sentitevi chiamati in causa, carissimi Fontaines D.C. – i Viagra Boys rimangono lì, sempre fedeli a loro stessi, sempre cazzoni, sempre più grandi.
Tracklist
01. Man Made of Meat
02. The Bog Body
03. Uno II
04. Pyramid of Healt
05. Dirty Boyz
06. Medicine for Horses
07. Waterboy
08. Store Policy
09. You N33d Me
10. Best In Show pt. IV
11. River King













