L’anno scorso i Linkin Park sono tornati dopo sette anni e manca pochissimo anche al ritorno dal vivo in Italia. Quale momento migliore, quindi, per divertirsi buttando giù una classifica degli album (in studio) del sestetto californiano? Sì, avete ragione, si tratta di un compito impossibile trattandosi di una band che negli anni ha attraversato una miriade di fasi diverse, ma perché non provarci?

ONE MORE LIGHT (2017)
Mette sempre una certa tristezza ripensare alla pubblicazione di “One More Light” e a quanto successo nello stesso anno, ma nonostante l’ovvia emotività della situazione e il fatto che, a posteriori, diverse persone abbiano rivalutato questo lavoro, il settimo album dei Linkin Park, rimane il peggiore della loro carriera. Chiariamoci immediatamente, il problema non è il repentino cambio di direzione verso sonorità pop – anche perché stiamo parlando di una band imprevedibile, che ha fatto dei cambi di direzione uno dei suoi punti di forza. Il problema principale di “One More Light” è la poca capacità dei Linkin Park di fare proprio il genere scelto, colmando quindi l’album di brani poco personali dal punto di vista musicale e facilmente dimenticabili. Rimane comprensibile la scelta di concentrarsi maggiormente sull’aspetto tematico, ma è anche imprescindibile l’equilibrio tra questo e quello puramente musicale, che si vede solo in una manciata di pezzi come la canterina “Talking To Myself”, la delicata “Sharp Edges” e la commovente title track, forse gli unici brani in cui intravediamo la personalità e l’impronta dei Linkin Park.
LIVING THINGS (2012)
Difficile per una band rimettersi in studio a scrivere dopo aver pubblicato un album come “A Thousand Suns”, difficile allo stesso modo per i fan recepire il futuro album allo stesso modo. Forse sono questi i motivi principali per cui “Living Things” sembra un album incapace di esprimere pienamente il proprio potenziale. La sensazione è che la band vada sul sicuro (con ottimi risultati) su pezzi come “Lost In The Echo” e “Castle Of Glass”, ma che non riesca a maneggiare a dovere molti degli esperimenti sonori proposti, come se nell’occasione fosse mancata l’idea di una sorta di destinazione musicale. Abbiamo quindi esperimenti riusciti (“Victimized”, Until It Breaks”), brani quasi senza capo né coda (“Lies Greed Misery”) e diversi pezzi anonimi, in cui i Linkin Park si limitano quasi a fare il compitino.
MINUTES TO MIDNIGHT (2007)
Il giudizio su “Minutes To Midnight” è ambivalente, così come l’impatto alla sua pubblicazione. Se da una parte, molti fan si sono sentiti traditi da un cambio così radicale, moltissime persone hanno conosciuto e iniziato ad apprezzare i Linkin Park proprio grazie all’album della (prima) svolta. Ovviamente è facile parlare a posteriori, e anche se l’album non è di quelli memorabili, è anche evidente che, nel 2007, il sestetto ha preso la decisione migliore, ovvero quella di distaccarsi completamente da sonorità in decadenza e per le quali non avevano più molto da dire. “Minutes To Midnight” è dunque un album di passaggio, nel quale i Linkin Park hanno guardato all’interno di loro stessi e hanno cercato di capire verso quale direzione volessero muoversi. Questi aspetti portano una certa “confusione” (assolutamente legittima, data la situazione) anche nella tracklist, nella quale si alternano pezzi molto melodici, quanto brani più rabbiosi, che però molte volte non riescono a rimanere coesi con il resto dell’album. Abbiamo quindi un risultato molto altalenante, con i soliti singoli orecchiabili (“Bleed It Out”, “What I’ve Done) e esperimenti meravigliosi come “In Pieces” e “The Little Things Give You Away” (che rimane ancora oggi una delle migliori canzoni della band), ma sono presenti anche diversi brani più anonimi e buchi nell’acqua.

FROM ZERO (2024)
Considerato tutto quello che è successo, il ritorno improvviso e tutti i meravigliosi sentimenti contrastanti che ci legano a questa band, risulta veramente difficile collocare in questa classifica un album uscito in un contesto completamente diverso dagli altri. Insomma, è uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo, quindi eccoci qua. A dir la verità, “From Zero” potrebbe essere considerato, a livello puramente sonoro, l’album prototipo dei Linkin Park, nei suoi pregi e difetti. E, a posteriori, dopo essersi presi il rischio di tornare in una situazione simile, è comprensibile la scelta di puntare su un lavoro con pezzi molto semplici e “piacioni”, pregni di elementi che hanno contribuito al successo della band oltre 20 anni fa. Niente di nuovo quindi, ma un album che dimostra chiaramente una cosa: nel 2024 i Linkin Park sanno ancora fare i Linkin Park.
METEORA (2003)
È stato strano anche per me buttare giù questa classifica e vedere “Meteora” solo a metà. Nonostante la qualità oggettiva dei pezzi e diversi singoli che anche le persone prive di udito hanno sentito tra il 2003 e il 2005, c’è sempre un aspetto duale che pervade il secondo album dei Linkin Park. Da un lato i sei californiani sono riusciti a ben rispondere alle critiche e allo scetticismo di chi li considerava una meteora [scusate…] destinata a bruciare ed esaurirsi in breve tempo dopo l’esplosione di “Hybrid Theory”. Dall’altro lato si tratta di un album non molto vario, che a parte arrotondare un po’ gli angoli e limitare le esternazioni di furia cieca a meno episodi, dà un po’ la sensazione di “more of the same”. Un altro successo planetario quindi, ed era giusto così. Ma gli aspetti più interessanti si vedono nei brani che maggiormente si aprono verso la melodia e verso soluzioni ancora poco sperimentate fino ad allora dai Linkin Park, come “Breaking The Habit” e “Easier To Run”.
THE HUNTING PARTY (2014)
È molto ironico a pensarci, ma in un periodo in cui i Linkin Park venivano accusati di aver abbandonato le componenti più rabbiose e pesanti della propria musica, hanno deciso di pubblicare l’album più violento della propria carriera. Il risultato? Si tratta di uno dei lavori di minor successo della band. Difficile indagare i motivi dietro a questo fenomeno, forse causato da un’effettiva mancanza dei classici singoloni orecchiabili, ma se vi concederete di approcciarvi a “The Hunting Party”, vi troverete travolti e dilaniati da una bestia rara. L’album è chiaramente influenzato dall’alternative metal e dall’hardcore punk anni ‘90 (i riferimenti a band come Helmet o Refused si sprecano), ma il sestetto dimostra di saper padroneggiare alla grande queste influenze, adattandole perfettamente al proprio stile. Gli episodi melodici vengono ridotti a comparse: l’album è composto quasi completamente da missili terra-aria impazziti, in cui le urla di Bennington ci fanno tremare fin dall’incipit della devastante “Keys To The Kingdom” e Bourdon si mette in evidenza con una prova da incorniciare dietro le pelli. “The Hunting Party” è un album purtroppo poco conosciuto dai più, forse perché anche non troppo vicino alle tipiche sonorità dei Linkin Park. Se siete tra queste persone o tra quelle che hanno storto il naso vedendolo sul podio, il consiglio è solo uno: finite di leggere questa classifica, mettetevi le cuffie, viaggiate per 40 minuti fino alla tempesta sonora del capolavoro “A Line In The Sand” e rimediate ai vostri errori.

HYBRID THEORY (2000)
La maggior parte di voi sarà molto sorpresa – o più probabilmente molto contrariata – di non vedere “Hybrid Theory” in cima alla classifica, ma questo è il bello – o il brutto, vedete voi – della democrazia. A prescindere da classifiche e pareri personali, rimane indubbio che l’album d’esordio dei Linkin Park sia ancora oggi uno dei dischi più influenti degli ultimi 25 anni e che sia molto difficile quantificare l’enorme impatto che ha avuto sul panorama musicale. Dodici tracce (di cui undici potenziali singoli) dall’impatto devastante, in cui i californiani – all’epoca poco più che ragazzini – sono riusciti a prendere elementi già sviluppati negli anni ‘90, fondendoli in un mix inimitabile, mai sentito prima. La pura rabbia di “A Place For My Head” e “One Step Closer”, la claustrofobia di “Points Of Authority” e “By Myself”, la desolante quanto meravigliosa melodia di “Crawling” e “In The End”, le venature dark di “With You” e “Papercut”: il disco con cui milioni di ragazzini hanno iniziato ad amare la musica. Leggendario.
A THOUSAND SUNS (2010)
Non so quanti di voi seguissero assiduamente i Linkin Park nel 2010, ma nel caso ricorderete sicuramente il cataclisma verificatosi online alla pubblicazione di “The Catalyst”. Ok, la band ha polarizzato il pubblico ad ogni album, ma mai come all’uscita del primo singolo di “A Thousand Suns”. Inutile dirlo, il tempo ha dato ragione al sestetto e – sempre a prescindere da preferenze personali – è oggettivo che questo album sia il picco artistico e musicale dei Linkin Park. Un concept che parte dalla minaccia nucleare per arrivare, in un gioco speculare, alla disgregazione dell’Io riflessa in quella del mondo. Concetti messi in musica attraverso un mix di generi unico e inimitabile, in cui l’elettronica prende quasi il sopravvento, ma le origini sonore della band rimangono comunque chiare in diversi passaggi. Ognuno dei brani (intervallati da diversi intermezzi) è completamente diverso dagli altri, ma insieme vanno a formare un arazzo coeso e compatto, nel quale perdersi in un viaggio circolare. Un album, quindi, da ascoltare rigorosamente dall’inizio alla fine, ma se puntando la proverbiale pistola alla testa chiedete quali sono i tre maggiori motivi per amare così tanto “A Thousand Suns”, non ci sono molti dubbi. Fatevi travolgere da “When They Come For Me” (e chiedetevi chi altro avrebbe potuto immaginare un pezzo del genere), perdetevi nella meravigliosa quanto strana melodia di “Waiting For The End” (forse la maggiore dimostrazione dell’impareggiabile chimica tra Shinoda e Bennington), commuovetevi davanti alla semplicità e alla poesia di “The Messenger”.
A questo punto la classifica sarebbe finita, ma vi lascio con una menzione onorevole, nel caso voleste andare più a fondo nella carriera dei Linkin Park, costellata non solo da tutti questi album in studio, ma da una miriade di EP, collaborazioni e quant’altro. Sull’onda del successo di “Hybrid Theory”, la band decise, nel 2001, di pubblicare un album di remix dei brani dell’album (e di altri precedenti), composti da loro stessi con diversi artisti della scena hip hop, rock e metal. Il risultato è eccezionale: i remix che compongono “Reanimation” non vanno a svuotare la personalità del brani, ma la modificano, prendendo vita propria e andando in una moltitudine di direzioni diverse. Volete un esempio? Ascoltate la malinconica e solitaria nota di pianoforte, che si fa strada in mezzo alle urla di Bennington e alla tempesta sonora elettronica nel remix di “A Place For My Head”. Il discorso può applicarsi a tutto l’album: un contrasto meraviglioso, capace di donare nuova vita a brani già epocali.





