HallasPanorama
NUOVE USCITERECENSIONI

Hällas – Panorama

Sarà perché è il primo album in studio pubblicato dalla loro stessa etichetta, la Aventyr Records, o forse perché l’ondata di retromania continua a gonfiarsi senza accennare a ritirarsi, ma “Panorama” degli Hällas – uscito il 30 gennaio di quest’anno – si sottrae con elegante ostinazione a qualsiasi tentativo di incasellamento. Se infatti finora la loro musica era sembrata a qualcuno un po’ troppo prigioniera di un nostalgico e generico passato, il quintetto di Jönköping (Svezia) – giunto al quarto album in studio – pare ora in grado di dare nuova linfa a quell’immaginario prog rock settantiano che in “Panorama” si fa materia magmatica e pulsante, riscrivendone i codici con un’urgenza tutta contemporanea.

Il disco si apre con il brano più lungo non solo di “Panorama”, ma dell’intera discografia finora degli Hällas. Se la copertina di Marta Maldonado rimanda visivamente e cromaticamente a quella di “Trespass” dei Genesis – realizzata da Paul Whitehead – i quasi ventidue minuti di “Above the Continuum” aprono invece le danze alla maniera di “The Musical Box”, collocandosi in apertura come un’entità a sé e come un microcosmo autosufficiente, che restituisce la temperatura dell’intero lavoro.

Poco più di un minuto di preludio a quello che è lo strabordante brano d’apertura dell’album, introdotto da un trillio che dà origine a una dimensione sospesa, che sfiora il magico e il rituale; arrivano poi le distorsioni, a preparare il terreno a quei synth dal vago sapore anni Ottanta, che fanno la loro comparsa sciogliendo ogni dubbio e proiettando il brano oltre il semplice omaggio, verso una riscrittura stratificata di un’estetica della nostalgia. Su questa scia si innesta la scelta di versificare in lingua italiana, che restituisce all’ascoltatore una solennità quasi liturgica, alla quale si sommano progressivamente cori e stratificazioni armoniche. Le progressioni di accordi ampliano il respiro del brano finché qualcosa si dischiude e la voce si fa sussurro, esplodono gli assoli di tastiere e synth – talvolta distinti, talvolta fusi in un’unica colata sonora. Si approda poi al riff che ritorna ciclico e inesorabile, presentandosi dapprima su un tempo sincopato e incalzante, per riemergere infine in forma variata, risolta e più melodica, meno ritmica, sciogliendo la tensione in una temporanea stasi, dal respiro ampio e quasi orchestrale, che a tratti richiama alcuni passaggi di “Islands” dei King Crimson (1971), quell’equilibrio fragile tra contemplazione e solennità, dove la materia sonora sembra sospendersi prima di mutare ancora forma.

Suoni trillanti e la richiesta di un bambino che pronunciando la frase “Father tell me what the world used to look like” stimolano la risposta di Tommy Alexandersson (chitarra e voce), che racconta con una voce quasi proveniente da un altrove passato e paradossalmente coincidente con il nostro presente, di un futuro distopico che ha visto la terra distrutta dall’uomo. È in questo scarto che si produce il cortocircuito: siamo collocati insieme in un passato – suggerito da un impianto sonoro fortemente anni Ottanta – e in un futuro evocato dal tema e dalla prospettiva narrativa.

Emerge una certa teatralità che fa certo pensare ai Genesis di Peter Gabriel e a brani leggendari come “Supper’s Ready” – suite di ventitré minuti e lato b di Foxtrot (1972) – ma anche dialogo drammaturgico, intriso di visioni apocalittiche, riferimenti alla creazione e al divino, presenze infantili ma profondamente simboliche. Si capisce allora perché qualcuno abbia parlato, a proposito degli Hällas, di “adventure rock”: non solo per l’estetica vagamente fantasy, ma per questa tensione teatrale e visionaria che attraversa dimensioni temporali e spaziali, trasformando la forma-canzone in racconto epico e lontano (a volte anche acido). Un climax che deflagra nell’assolo congiunto di tastiere – il cui suono si fa via via più pieno e a tratti organistico – synth e chitarra conduce la suite al suo compimento in un finale quasi sinfonico. E non può che essere quello stesso riff, tornato ancora una volta, a sigillare il tutto, solo che ora si dissolve, si assottiglia, si fa ultimo respiro. Un soffio che restituisce linfa e vita, come se l’energia accumulata lungo il brano non si esaurisse, ma restasse in sospensione per propagarsi e generare nuova materia sonora.

Segue il già rilasciato singolo “Face of an Angel”, dal ritmo ballabile e dance scanzonato, in cui dialogano e duellano chitarre, tastiere e synth. Gli infiniti anni Ottanta sembrano non essere mai finiti, soprattutto a vederli tutti vestiti in bianco nel videoclip in un’immagine che rimanda inevitabilmente agli ABBA, ma qualcosa si incrina forse quando sopraggiunge il rosso del sangue, la scena si oscura, e l’estetica si carica di un’inquietudine nuova, che ci piace più dell’estetica patinata degli svedesi campioni d’incassi. Sulla medesima scia si colloca “The Emissary”, che fluisce sorretta da un altro riff epico e avvolgente. Qui l’effetto per la voce contribuisce a rendere il timbro del cantante sorprendentemente vicino a quello di Peter Gabriel, soprattutto negli acuti in cui la voce raggiunge una maturità espressiva mai toccata prima. Non si tratta di semplice imitazione, ma di un’affinità timbrica, e di un effetto teatrale e narrativo fortemente voluto e ricercato, che permea l’intero disco.

“Bestiaus” rappresenta un momento più intimo in cui la voce, accompagnata da un pianoforte dal timbro vagamente classico, ci trasporta in una dimensione insieme medievale, liturgica e cantautorale. È un’atmosfera che richiama più da vicino le suggestioni di “Conundrum”, (in generale più affine a sonorità che ricordano Blue Öyster Cult e UFO) in particolare in brani come “Blinded by the Emerald Mist”, piuttosto che le aperture più luminose e progressive di “Isle of Wisdom”. Torna poi li fragore di zoccoli e passi già presenti in “Face of an Angel”, stavolta provenienti da lontano, con un’eco cavernosa che amplifica e nutre la suggestione di uno spazio sotterraneo. È un’immagine sonora precisa in cui il tempo si dilata, e come un orologio rintocca, avvicinandosi sempre più, quasi a scandire l’attesa di un fosco presagio.

Il vento algido e tagliente, coloristicamente non lontano dalle sfumature della copertina, introduce l’arpeggio chitarristico e porto sicuro di “At the Summit”, attraversato da un vago senso sacrale e spirituale: ci avviciniamo alla cima. Poi irrompe un riff di chitarra trionfale e ascendente. Il timbro della voce di Alexandersson si fa più ruvido, iconico, del tutto affine alla timbrica roca, distintiva di Gabriel, cui rimanda anche il trucco di scena che si vede nei live della band (quello a Gothenburg del 2022 è stata una piacevole scoperta). Cori e synth suggellano insieme l’ultimo brano e consacrano l’arrivo a questa vetta che, in effetti, non avviene. Forse allora il vero compimento spirituale non sta nell’arrivare, ma nel vagare e in quel “wander on” ripetuto con ostinazione, come un mantra. L’ultima traccia conclude un viaggio sonoro che trova il suo significato nell’attesa stessa e nell’idea di un luogo futuro (fosse anche solo interiore) in cui saremo “tutt’uno”. Quasi facendo eco al celebre verso che di fatto conclude Stairway to Heaven degli Zeppelin – “When all are one, and one is all/to be a rock and not to roll”.

Insomma, se siete amanti di atmosfere misteriche e visionarie non potete proprio lasciarvi sfuggire questo disco – dal suono vagamente folklorico e dalle piacevolissime derive teatrali. “Panorama”, lontano dall’essere solo un omaggio al prog delle origini, è anche la dimostrazione che quell’universo può ancora oggi generare mondi, raccontando storie in dialogo col presente.

Tracklist

01. Above The Continuum
02. Face Of An Angel
03. The Emissary
04. Bestiaus
05. At The Summit