Puntuali come un orologio svizzero, a tre anni di distanza dal precedente “Walk The Sky” e dopo i lavori solisti di Myles Kennedy e Mark Tremonti, gli Alter Bridge tornano oggi con “Pawns & Kings”, settimo album in studio. Ne abbiamo parlato con Brian Marshall, bassista del quartetto statunitense, che ci ha raccontato i segreti dietro questo ennesimo lavoro da ricordare, oltre a darci qualche anticipazione sul tour, che arriverà a Milano il 25 novembre.

Ciao Brian, benvenuto su SpazioRock! Come stai?

Bene, grazie! Te?

Tutto bene, ti ringrazio! Il vostro nuovo album “Pawns & Kings” esce oggi, come ti senti a riguardo? E cosa ti aspetti dalla reazione dei fan?

Non vedo l’ora, ci stiamo lavorando da tanto. Myles [Kennedy, cantante, ndr] e Mark [Tremonti, chitarrista, ndr] hanno pubblicato dei dischi solisti in questo periodo e inoltre c’è stato il Covid, quindi è bello riprendere tutto quanto dopo un bel po’ di tempo. Questo è il nostro settimo album, ormai abbiamo un sacco di canzoni tra cui scegliere quando siamo in tour e sarà difficile fare contenti tutti. Ma cercheremo di suonare qualche canzone da tutti gli album. Mi mancherà un sacco la mia famiglia, ma non vedo l’ora di partire. Forse l’unica cosa bella riguardo il Covid è stato il poter stare a casa di più con i miei figli. Quando è iniziata la pandemia mia figlia aveva 2 anni, ora ne ha 4 e praticamente non ho perso neanche un giorno della sua vita. Ma comunque sono contentissimo del tour, nelle ultime settimane stiamo provando molto. I fan sono rimasti contenti delle canzoni che abbiamo pubblicato fino ad ora, quindi credo proprio che gli piacerà anche il resto.

Parlando dell’album, credo sia diverso da “Walk The Sky”. Innanzitutto è più heavy, ma allo stesso tempo ha anche pezzi melodici e altri decisamente più lunghi ed elaborati, come era successo per “Fortress” e “The Last Hero”. Come avete lavorato da questo punto di vista?

Abbiamo deciso all’inizio di fare qualcosa di diverso da “Walk The Sky”, anche in termini di suoni e produzione. Lì c’erano anche synth e tastiere, qui abbiamo deciso di lavorare molto sulle chitarre, mettere meno fronzoli e tornare un po’ alle nostre radici. Fin dall’inizio abbiamo lavorato molto su riff e melodie che stessero in piedi da sole e forse anche per questo alla fine l’album è più aggressivo degli altri. Credo che quello che gli somiglia maggiormente è “Fortress”. Il processo è filato liscio, Mark e Myles hanno portato diverse idee e le abbiamo riguardate insieme, anche con il produttore e l’ingegnere del suono. In questa fase abbiamo fatto molto del lavoro, arrangiamenti e tutto quanto, le canzoni erano quasi complete. Forse a livello di testi abbiamo fatto meno in quella fase, di solito prima ci concentriamo sulla struttura della canzone, sul groove e così via. Myles lavora molto sui testi e certe volte capita che dalla pre-produzione a quando registra la voce il testo di una canzone è cambiato completamente. Ci sono molte idee che vengono fuori anche mentre stiamo registrando.

A proposito dei testi, ho notato che nelle canzoni dal punto di vista tematico c’è tanta paura, ma anche tanta speranza e positività. Credi che siete stati influenzati dalla pandemia e dai problemi sociali di questo periodo?

È strano perché certe volte anche noi abbiamo sensazioni diverse sui testi. Io personalmente entro nel processo più tardi per quanto riguarda i testi rispetto a Myles e tante volte do una mia interpretazione a quello che lui scrive, proprio come farebbe un fan. Tante volte poi capita che gli chiedo se un testo parla di una determinata cosa e lui risponde che in realtà è tutt’altro [ride, ndr]. Lui prende ispirazione da molte cose, ad esempio il testo di “This Is War” è stato ispirato da un sogno che ha fatto e parla dell’affrontare i problemi che ognuno ha con se stesso, quindi si tratta di una battaglia interiore. Mentre invece non sapendo questa cosa è un testo che effettivamente si potrebbe collegare alla pandemia. A parte questo, il tema della speranza è sempre stato ricorrente nella band e non solo nei testi, ma anche nella musica.

Foto: Chuck Brueckmann

Parlando invece delle canzoni, da fan dei pezzi strutturati e lunghi, una delle mie preferite è “Fable Of The Silent Son”, potrebbe essere una delle vostre canzoni più belle. Potresti raccontarci qualcosa di più?

Dal punto di vista del testo parla di qualcuno che decide di essere onesto con se stesso riguardo gli errori fatti in passato e di cercare di insegnare la lezione a qualcun altro, in modo che questo possa evitare di fare gli stessi errori. Quando abbiamo iniziato a lavorarci ci siamo resi conto immediatamente che sarebbe stato un pezzo centrale dell’album, uno dei migliori. È stato divertente lavorarci, l’accordatura del basso è diversa da quella che uso di solito, questo perché volevamo che suonasse in un certo modo. Sicuramente per quanto mi riguarda è la canzone più emozionante dell’album, ci sono un paio di punto che mi dicono moltissimo. Nel ritornello la performance di Myles è incredibile e adoro anche il breakdown. Mi ricordo che mentre lavorava a quella parte si passava l’estremità del cavo attaccato all’amplificatore sulle dita per creare suoni che facessero la giusta atmosfera, cantandoci poi sopra. Era incredibile, gli ho detto immediatamente che avremmo dovuto tenere quella parte.

Invece “Stay” è cantata da Mark. Non è la prima volta che canta interamente un brano, ma considerando solo gli album degli Alter Bridge non l’aveva mai fatto in una ballata. Come mai avete scelto proprio quella canzone?

Mark ha sempre scritto anche molte ballate, come “In Loving Memory”, anche se in quella poi non canta. Quindi insomma, principalmente dipende da lui e dal fatto che voglia o meno cantare su un determinato brano. Ad esempio “In Loving Memory” può essere che abbia deciso di non cantarla perché sarebbe stato troppo emozionante doverla cantare tutte le sere, visto che è stata scritta per sua madre. Credo che la ragione sia questa, ma non ne abbiamo mai parlato, dovrei chiederglielo! Un altro motivo potrebbe anche essere una questione di timbro e range vocale, magari vedeva meglio la voce di Myles su quel pezzo, per determinate ragioni. Poi Mark comunque è migliorato tantissimo dal punto di vista vocale negli anni, nei Creed faceva solo qualche coro, negli Alter Bridge ha lavorato sempre di più su quell’aspetto, che poi è diventato proprio centrale nei suoi album solisti. Ormai c’è una canzone cantata da lui quasi in tutti i nostri album e dal vivo questo permette anche a Myles di fare una pausa. “Stay” è canzone molto bella, Mark ha riscritto il testo più volte. Inizialmente avevano 16 canzoni, poi ne abbiamo tagliate 4 alla fine della preproduzione, quindi ne abbiamo registrate 12, ma solo 10 sono finite nell’album. Eravamo indecisi se tenere o meno “Stay”, ma alla fine abbiamo deciso di metterla e ne sono felice, credo che essendo l’album aggressivo spezzi bene l’atmosfera.

Come hai detto prima, tra non molto sarete in tour e suonerete anche a Milano. Cosa possiamo aspettarci?

Sì, non vedo l’ora. Stiamo provando un sacco di canzoni, abbiamo una lista di pezzi che dobbiamo suonare per forza e altri che magari alterneremo un diverse serate. Essendo il tour promozionale di “Pawns & Kings” ovviamente suoneremo diverse canzoni da questo album, sicuramente i 4 singoli e anche altre. Con noi ci saranno i Mammoth WVH e gli Halestorm, siamo pronti e non vediamo l’ora.

Parlando delle canzoni “obbligatorie”, credo che sia la band che i fan siano d’accordo sul fatto che “Blackbird” sia la vostra canzone più bella. Cosa si prova a suonare un pezzo così emozionante tutte le sere?

È sempre un momento molto importante, in tutti i concerti e la cosa davvero unica di quella canzone è che suonarla non è mai uguale alla volta precedente, almeno dal mio punto di vista. Ci sono tantissimi accorgimenti e cose che si possono fare in modo diverso ogni volta. Non mi stanco mai di suonarla, è un pezzo molto potente per il significato che può avere per chiunque, essendo dedicata ad una persona che non c’è più, tutti ci si posso rispecchiare. Dal palco si vede chiaramente quanto siamo emozionante per il pubblico sentirla dal vivo, è commovente. Oltre a ciò è anche una canzone davvero divertente da suonare, ha tanti alti e bassi.

Ho sempre visto gli Alter Bridge non solo come un gruppo di musicisti che suonano insieme, ma più come un gruppo di amici. Qual è la cosa più importante che hai imparato dagli altri?

Ci conosciamo da tantissimo e il fatto di suonare ancora insieme dopo tutto questo tempo deriva sicuramente dall’essere buoni amici. È importante essere sulla stessa lunghezza d’onda, sono persone con cui devo passare parecchio tempo [ride, ndr]. Una cosa che mi hanno insegnato sicuramente è essere un musicista migliore. Ci sono momenti in cui magari si hanno dei blocchi, ma circondarsi di persone che cercano la perfezione nello strumento musicale è importante e direi quasi che è una cosa contagiosa. Se Mark riesce a suonare un certo riff in un determinato modo, questo mi spinge a continuare a provare e migliorare per raggiungere anche io quel livello. Questo succede anche tra Mark e Myles, perché sono chitarristi diversi, Mark è più portato verso riff pesanti e veloci, mentre Myles ha una classe incredibile e non lascia niente al caso, ha una finezza incredibile, al contrario dell’altro che è un martello pneumatico [ride, ndr]. Oltre a questo sono anche persone che mi hanno sempre supportato attraverso gli alti e i bassi della vita e questa è una cosa importante.

Questa era l’ultima domanda, grazie mille per questa intervista, è stato un piacere poter parlare con te!

Grazie a te, lo è stato anche per me! Ci vediamo a Milano, l’Italia è uno dei miei Paesi preferiti, ci sono stato anche in vacanza diverse volte, adoro Venezia e Roma.

Mi fa piacere sentirlo, ci vediamo a novembre!

Certo! Grazie ancora e buona serata!

Comments are closed.