In molti – chi vi scrive compreso – se li ricorderanno per l’esibizione di “Mi Ami?” a X-Factor. Terminata quella parentesi, ora i Punkcake sono finalmente pronti per pubblicare il loro album d’esordio, “Siamo Qui Siamo Questi”, in uscita per Rude Records il prossimo giugno. Nel frattempo è uscito il singolo “No Pants” e abbiamo fatto quattro chiacchiere con tutti e 5, scoprendo con meraviglia quanto si nasconde dietro tanta provocazione.
Ciao raga, benvenuti e benvenute su Spaziorock. Come state?
Tutti: Bene bene.
Damiano: È mattina [ridiamo, ndr].
È appena uscito “No Pants”, prime impressioni?
Lorenzo D.: Siamo contenti, finalmente l’album è diventato un discorso concreto, è pronto ad uscire. Alcuni pezzi risalgono al 2024, forse addirittura 2023… Anche perché noi siamo in evoluzione, quindi, non dico che questa roba la stiamo superando, ma stiamo già scrivendo cose diverse.
Dal testo direi che parla di qualcuno che non ha nulla da perdere e in qualche modo sta smattando.
Lorenzo D.: Sì, è una persona che ha perso tutto. La società lo ha messo ai margini e in condizione di non avere più niente, sia materialmente che non; però questo non gli fa perdere la speranza, diventa un motivo in più per combattere, emanciparsi, cercare di cambiare le cose. Il fatto che non abbia più nulla da perdere significa che, anche se perde, la cosa peggiore che può succedergli, forse, è la morte?
Okay quindi non è solo follia, ma c’è della lotta. Hai scritto tu il testo Lorenzo?
Lorenzo D.: Sì ed è l’unico. Tanti testi sono di Sonia, altri di Damiano. Questo è mio ed è stato reinterpretato al top da Sonia.
Per la musica invece come fate di solito?
Damiano: Dipende, “No Pants” è partita da un giro di basso che abbiamo scritto mentre eravamo dentro X-Factor. Stavamo morendo psicologicamente, però stavamo anche venendo influenzati da tante cose: uno spunto bello è stato vedere la dedizione de I Patagarri, nello studio dello strumento e della composizione. Ci siamo isolati nello stanzino dei confessionali e abbiamo buttato giù la linea di “No Pants”.
Il video mi è piaciuto moltissimo. È tutto DIY, giusto?
Damiano: È stato molto alla nostra. Prima di X-Factor, l’arrangiarsi è sempre stata la nostra arte. Anzi, X-Factor ci ha resi più consapevoli di questo, quindi, finita quell’esperienza, abbiamo proprio fatto una scelta artistica: sì, magari sarà più difficile non affidarsi ad esterni e fare tutto da soli, però è l’unica maniera in cui possiamo essere tranquilli e felici. Da soli oppure con persone di cui ci fidiamo e siamo sicuri, come, in questo caso, Paul e Manuel [rispettivamente fotografo e protagonista del videoclip, ndr].
Bruno: Abbiamo anche la fortuna di conoscere gente che sa fare cose.
Lorenzo D.: Sì, il Valdarno è una provincia di merda, però è prolifica sotto tanti aspetti: ti mettono all’estremo, perché non c’è niente, e quindi vengono fuori queste personalità. Paul è di Firenze, ma ha sempre gravitato nella scena valdarnese, tra Spleen, Scraffs… Nelle province di Arezzo e Firenze la musica ha pochissimo spazio, negli ultimi anni la gente ha cercato di crearselo e secondo me va data l’occasione alle persone. Klekoyl, cioè Manuel, è un genio, ha una faccia veramente importante.
Damiano: Era in classe con Sonia. Quando il video ancora doveva uscire, lui è diventato virale su Instagram, con alcuni contenuti sul suo profilo artistico. È fighissimo vedere quanto la roba autoprodotta, sentita, funzioni effettivamente, senza aver bisogno di grandissime produzioni dietro, cose… Basta soltanto ritornare a sentire, a esprimere, a emozionarsi veramente.

Questo brano anticipa il vostro primo disco, “Siamo qui siamo questi”. In base a copertina e titolo, chiedo: sentite il bisogno di essere visti?
Damiano: È un tema strano per noi. La finalità non dovrebbe essere quello, però…
Bruno: È una necessità più che altro. Se vuoi dire qualcosa, la gente ti deve vedere.
Damiano: Esatto. Vorremmo avere il privilegio di comunicare a tante persone, però essendo ben consapevoli di cosa comporta. Ci piacerebbe continuare a lavorare su tematiche e sensazioni sì condivisibili il più possibile, ma che stimolino anche il pensiero critico, l’evoluzione, per usare una parola grossa.
Sonia: Più che bisogno di essere visti, secondo me è un bisogno di far sentire la nostra visione del mondo. Non è un “Guarda, siamo fighi”.
Damiano: Il titolo fa riferimento soprattutto alla semplicità, quel concetto di cui parlavamo prima che a noi piace tanto e che appartiene da sempre alla cultura punk. “Siamo qui siamo questi” è un modo per dire “Noi ci siamo, facciamo queste cose, se vi va siamo qui a ragionare insieme”.
Sonia: Il culo di fuori in copertina è un po’ un clickbait, però poi dentro c’è comunque un contenuto.
Lorenzo D.: E poi, una volta messi a nudo possiamo parlare veramente di quello che siamo. Cioè, dopo che ti ho fatto vedere il culo, forse davvero posso dirti qualsiasi cosa e mi ascolti.
Credete che fare punk oggi non sia più necessariamente fare il dito medio a tutto il sistema, alle regole per partito preso? Lo chiedo, dato il precedente X-Factor, ma anche il contratto con Rude, che comunque è un’etichetta già con una certa struttura.
Damiano: Secondo me siamo tutti immersi nel capitalismo e nel consumismo. Ciò che deve rimanere nel punk è essere se stessi. Noi non vogliamo scendere a compromessi, vogliamo trovare persone che ci capiscano e collaborino con noi per diffondere il messaggio. E non c’è altro modo che passare da labels e così via.
Bruno: Oggi se vuoi fare tutto da indipendenti ti mangiano.
Damiano: Noi vogliamo provare a fare qualcosa di sovversivo, infettando il mercato, anche Rude [ridiamo, ndr].
È per questo che avete tentato anche X-Factor? Per tentare una corrosione dall’interno?
Bruno e Damiano: il baco, il verme!
Lorenzo D.: Secondo me ci siamo anche riusciti, nel senso che abbiamo fatto quello che volevamo senza scendere a compromessi. Abbiamo anche avuto un po’ di fortuna: Manuel [Agnelli, ndr], che ha capito l’intenzione del progetto; X-Factor stesso che non ha puntato su di noi all’inizio, pensavano che fossimo dei cotti e quindi per le prime due/tre puntate abbiamo avuto carta bianca, poi si sono accorti che lasciandoci fare tutto funzionava… Alla quarta eravamo vestiti da spermatozoi, sui CCCP! E a proposito, tornando su quello che dicevi te del punk, secondo me il punk degli anni ’70 era molto più distruzione in sé e per sé, che reale intenzione. Cioè, ok la distruzione, ma dopo va costruito qualcosa di nuovo.
Damiano: Vogliamo trovare un altro modo per proporre quella roba lì: grinta, aggressività, rabbia ce l’abbiamo anche noi, però crediamo che in tempi moderni occorrano linguaggi nuovi. Non che l’abbiamo già trovato, però non vogliamo chiuderci delle strade. Vorremmo rompere le palle il più possibile a tutti.
Scrivete in inglese, eppure in italiano siete capaci perché “Voglio una Fiat” è un bel pezzo. Volete suonare più internazionali oppure lo fate per via delle vostre influenze?
Sonia: Per quanto riguarda i miei brani, quelli in inglese sono più vecchi. Dopo ho fatto come uno switch e ora scrivere in inglese mi risulta più strano, non so come spiegarlo.
È un passaggio che hanno fatto in tanti, lo stesso Manuel Agnelli che avete citato prima.
Sonia: Con l’italiano mi sembra di pensare una cosa e saperla subito dire, invece con l’inglese c’è già un processo in più di traduzione e nel percorso magari perdi dei pezzetti. Con la tua lingua madre centri subito il punto.
Damiano: Io per i pezzi in inglese mi sentivo molto protetto. Non solo perché la gente non ti capisce; pure me stesso, mi capivo meno! Ho scritto anche cose sensibili, sulla mia vita, e con l’inglese ponevo un filtro, facevo uscire esattamente lo spicchio che volevo. Così è troppo facile. Adesso ho provato anche io l’italiano e ne riconosco la grande difficoltà, però secondo me a un certo punto devi sbattertene di suonare figo solo perché in inglese. Con questo non voglio togliere nulla a chi lo fa, e forse continueremo a farlo anche noi, mi riferisco solo al mio meccanismo di protezione.
Gestite anche un ARCI dalle vostre parti, il Redstone, ho degli amici che ci hanno suonato tra l’altro. Confermate che oggi gli artisti vogliono tornare ad avere un po’ il controllo delle cose? Nascono sempre più collettivi, le direzioni artistiche dei locali sono spesso in mano a musicisti…
Lorenzo M.: La cosa del circolo è nata quando nessuno ci voleva far suonare. Non che ora ci voglia qualcuno [ridiamo, ndr], però ecco non riuscivamo a trovare dei posti e abbiamo deciso di farcene uno da soli. Ci siamo infilati in questo circolo, lo abbiamo fatto un po’ nostro. Non saprei cosa dire sulla domanda generale, so che noi siamo in quell’ARCI per dare una mano agli artisti.
Damiano: Prima del circolo suonavamo ad eventi autogestiti, dovunque capitasse. Lo abbiamo aperto per dare sfogo a quel disagio di non trovare posti, che comunque in Valdarno ce n’erano solo 2 o 3 e noi eravamo fuori dal giro. Negli ultimi anni secondo me si sta un po’ svegliando la responsabilità da parte degli artisti nel gestire spazi e situazioni. Le serate vengono spesso fatte per il guadagno e noi vogliamo rompere questa dinamica. Vorremmo che si creasse un giro non basato sul nome dell’artista, ma sul luogo, sulle proposte valide che un locale ti porta costantemente. La nostra visione serve: eventi a basso prezzo, presa bene e spazi sicuri.
Il disco esce in estate, e poi? Tour immagino?
Bruno: Esce e poi ci sciogliamo.
Damiano: Inizia la nostra fase di Subway Surfers. Potremo vivere solo attraverso un telefono, scappando dai poliziotti. Fino al prossimo album, dove diventeremo il treno.
Bruno: Ma se scappiamo come facciamo a scrivere l’album?
Damiano: Noi saremo l’album.
È una lore bellissima. Grazie del vostro tempo ragazzi. Volete lasciare un messaggio ai vostri fan?
Bruno: Non provateci.
Lorenzo D.: Spaziorock, let’s rock forever.
Damiano: Schifosi, unitevi.





