“Blindness” significa mettere a fuoco solo il proprio punto di vista, rinunciando a tutto ciò che sta intorno, che rimane periferico, nell’ombra, confuso.

“Blindness” parla di prospettive personali e politiche sulle relazioni, sulla fede, sul legame con la propria terra, l’Irlanda per i The Murder Capital. Troviamo l’Irlanda nelle atmosfere e nei racconti che compongono questo disco, come in “Death Of A Giant”, il brano che racconta la reazione del paese intero alla morte del cantante dei Pogues Shane McGowan.

Il chitarrista dei The Murder Capital Cathal Roper ci permette di approfondire questo terzo album in studio, dai temi alla produzione, affidata di nuovo a John Congleton.

I The Murder Capital torneranno in Italia per una data all’Alcatraz di Milano il prossimo 05 maggio.

Ciao Cathal, è un piacere averti su SpazioRock, come stai? Avete un nuovo album in uscita proprio in questi giorni, “Blindness”. Come vi sentite?

Ciao, grazie a voi! Sono a Londra in questo momento, in sala prove. Ci stiamo preparando per il tour che partirà a marzo. Io mi sento bene, tutta la macchina sta iniziando a riscaldarsi prima della partenza, sono molto soddisfatto di questo disco.

Trovo questo disco molto intenso e profondo. Il concetto di “Blindness” può essere interpretato su più livelli, che vanno dal personale al politico. Come avete lavorato su questi temi? Ognuno di voi membri della band avrà sicuramente il proprio punto di vista e la propria concezione. Come avete fatto a farli convergere tutti nel disco? 

I testi sono stati scritti da James, quindi molto arriva dalla sua stessa esperienza, dalle sue battaglie interiori, che ci ha sottoposto. È successo anche con “Love of Country”, nata come un testo nel quale però ci siamo rivisti tutti. Tutto ciò che è finito all’interno del disco alla fine parla di qualcosa che abbiamo vissuto tutti o che sentiamo comunemente. “Blindness” significa dare attenzione a ciò che entra nel tuo campo visivo periferico. Normalmente ci si concentra su pochi punti focali, che sono quelli che determinano la nostra prospettiva sul mondo. A volte ci dimentichiamo di analizzare cosa ci renda davvero esseri umani, il modo in cui ci sentiamo, reagiamo alle cose che accadono, come le interpretiamo. È tutto molto basato sul contesto nel quale siamo nati e cresciuti, su come si è evoluta la nostra vita, e il fatto è che può essersi evoluta in tantissime direzioni diverse.

Artwork BLINDNESS (Viktor H for TMC)

Questo album è nato molto più velocemente rispetto a “Gigi’s Recovery”. Come ci avete lavorato? Avete scelto di nuovo John Congleton come produttore e avete registrato a Los Angeles. Com’è andata? Che atmosfera c’era?

Aver lavorato con John su “Gigi” ci ha insegnato moltissimo su come ci approcciamo alla composizione, cosa che non volevamo necessariamente replicare questa volta, soprattutto questo approccio molto lento e testuale, in favore di un approccio più dritto al punto, che era proprio quello che stavamo cercando. John ci ha insegnato a prendere delle decisioni. Poi siamo andati in tour con “Gigi”. Quelle canzoni crescono molto lentamente, sono molto cinematografiche, cosa bellissima, ma quando la maggior parte del set è composto da canzoni così, si sente la voglia di canzoni più immediate. Abbiamo preso ciò che abbiamo imparato da John e l’abbiamo messo insieme a ciò che volevamo per questo nuovo disco e abbiamo deciso di registrarlo in un lasso di tempo di due settimane, passandole concentrati a lavorare su quello. Eravamo tutti concentratissimi e ne siamo usciti con tantissimo materiale. Abbiamo lavorato due settimane a Dublino e abbiamo chiuso la gran parte del disco, credo che abbiamo finito con 11 canzoni pronte. 

È un disco molto bello dal punto di vista chitarristico, negli arrangiamenti e nelle scelte estetiche. 

Sì, provando per il live ci siamo accorti che rispetto a “Gigi” c’è anche meno chitarra, ma la questione è stata proprio trovare un suono e rimanere coerenti con quello, per vedere che soluzioni potessimo trovare all’interno di questo mondo sonoro. Le chitarre si prestano molto nel fare esperimenti in modo immediato in fase di scrittura, e alla fine sono diventate portanti in questo disco. Abbiamo anche voluto inserire dell’elettronica, quindi ho investito in pedali e suoni diversi, e li abbiamo messi dentro. Da una parte volevamo dare una svolta di quel tipo, dall’altra non volevamo diventare schiavi di clock MIDI che ti dicono esattamente quando e cosa devi suonare live. Ci piace che le cose si evolvano da sole nei live, quindi ci siamo messi a imparare a suonare altri strumenti. Alla fine abbiamo incorporato il tutto, ma le chitarre alla fine si sono imposte come strumento principale.

Nel disco c’è molta Irlanda, in tanti sensi. Dall’atmosfera, fino alle tematiche, da quelle più macroscopiche, come il significato di “patria”, ad avvenimenti puntuali come la morte di Shane McGowan, il cantante dei leggendari Pogues, di cui cantate in “Death Of A Giant”. L’Irlanda stessa ha un passato molto complesso, dalla dichiarazione di Indipendenza dal Regno Unito, passando per la guerra civile e gli scontri degli anni ‘70, fino agli avvenimenti più recenti come le riot del 2023. è un discorso sempre molto complesso, che voi affrontate in brani come “Love Of Country”, per esempio, in cui mostrate come il patriottismo possa sfociare in discriminazione, xenofobia, un’altra forma di “blindness” che si è diffusa ormai in tutto l’Occidente, dagli USA, all’Europe. Cosa ne pensi? Cos’è per te il patriottismo?

Mi sento come James a riguardo. Amo l’Irlanda, e a chiunque non ci sia stato consiglio di andarci. Quando torno a casa provo questo senso di orgoglio e appartenenza, ed è assurdo perché è la stessa cosa che prova un nazionalista in un certo senso. È che questo viene poi confuso con un ideale, che viene reputato superiore a quello degli altri. Queste persone (nazionaliste, ndr) sentono anche di avere diritto alla terra, perché sono originari di lì. Quante volte succede che magari la sera, di ritorno dal pub e avendo bevuto due drink di troppo capiti di sentire gente che si sente abbastanza sicura di sé da biascicare orribili insulti razzisti a persone che hanno tutto il diritto di stare dove stanno, che vivono nel nostro paese da anni. È anche una cosa estremamente ipocrita tra l’altro, perché gli irlandesi sono letteralmente ovunque nel mondo. Chi è immigrato in Irlanda è perché cercava un futuro, e io trovo bello che noi come stato possiamo offrire questa possibilità, credo che sia un bellissimo posto in cui vivere. A volte mi manda in confusione, perché questa forma di patriottismo si tramuta in “che cosa ci fa questa persona straniera qui?”. Per quanto io ami il mio Paese a volte mi sento deluso da queste persone. Tantissimi paesi stanno avendo problemi con i propri governi al momento e questo non dovrebbe far sentire meno orgogliosi delle proprie origini. La cosa che temo è il fatto di iniziare a sentirsi apatici nei confronti di questa situazione, perché ci sembra di non poter cambiare niente da soli. 

The Murder Capital Hugo Comte 1
Photo credits: Hugo Conte

Tornando al disco, amare il proprio paese significa essere anche affezionati al proprio bagaglio culturale. Nel disco parlate di una persona molto importante in Irlanda, Shane MacGowan. Cos’ha rappresentato la sua morte per gli irlandesi?

È un’icona nell’arte, e rappresenta gli irlandesi nel mondo. Connette così tante persone. Provo questo senso di comunità ascoltando i Pogues, rappresenta proprio quello che significa essere irlandesi. Il brano “Death Of A Giant” è un tributo a lui ovviamente, oltre che a essere un documentario del giorno del suo funerale. Ci è capitato di essere a Dublino proprio in quella giornata, tra la processione, la funzione, i cavalli che camminano per le strade con la gente che canta a cappella. La canzone non parla esattamente di lui, ma della reazione che la città ha avuto nei confronti della sua morte, oltre che a essere una celebrazione della cultura che ha creato.

Vivi a Donegal, mentre i tuoi compagni di band vivono tra Dublino, Berlino, Londra. Come vivete il vostro rapporto con le vostre origini dublinesi ora che alcuni di voi si sono spostati? 

Credo che questi cambiamenti ci abbiano dato la libertà di gestire al meglio le nostre vite all’interno e all’esterno della band. Quando, per esempio, non dobbiamo provare o non siamo tutti nella stessa città, possiamo dedicarci completamente ai nostri progetti personali, professionali e non. A quel punto, quanto ci ritroviamo in una delle nostre città per lavorare, siamo carichi di ispirazione e di quel senso di libertà da portare, perché nel frattempo abbiamo lavorato su noi stessi. Questa cosa ci ha portato grandi benefici.

Grazie per il tuo tempo Cathal. Ci vediamo a Milano il prossimo 05 marzo!

Assolutamente! Grazie a voi per l’intervista.

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