Terzo album in studio per i tedeschi Mission In Black, che sotto l’egida della El Puerto Records pubblicano quest’anno “Divinity of Lies”. Attivi dal 2010, il combo del Baden-Württemberg ha sempre faticato a emergere dalla propria dimensione, soprattutto al di fuori della Germania. Con due album già alle spalle, ci si sarebbe potuti aspettare una presenza più solida sia sui social che nelle principali testate specializzate, ma dopo quasi quindici anni di attività la band resta ancora poco conosciuta, spesso ricordata più per le iniziative benefiche che per una reale affermazione nel circuito europeo.
Nel loro Paese sono noti soprattutto per l’impegno a favore della Captain Paul Watson Foundation Germany, per la quale organizzano con una certa costanza concerti ed eventi solidali. Un aspetto lodevole, ma che non ha inciso in modo significativo sulla loro visibilità.
Una delle rare occasioni di esposizione mediatica è legata a Stefanie Stuber e alla sua partecipazione nel 2019 a The Voice of Germany, dove per l’occasione presentò una versione molto ristrutturata di “Ghost Walking” dei Lamb of God. Un’apparizione che fece discutere per la scelta del brano, ma che non mise realmente in luce le sue qualità vocali. Ed è proprio su queste che “Divinity of Lies” permette oggi una valutazione più concreta.
Il sound dei Mission In Black si inserisce nel filone melodic death metal piuttosto tradizionale, con evidenti richiami alla seconda era degli Arch Enemy, dove le influenze emergono sia nell’impostazione vocale, sia nella struttura dei brani; anche l’artwork di copertina, ahimè, rimanda ad immaginari già visti, con echi di lavori come “Deceivers”.
La direzione è chiara fin dall’opener “Rise”, dove il modello degli Arch Enemy, soprattutto dell’era Angela Gossow, è evidente sia nelle linee vocali, che nel ritornello, costruito su un’impostazione diretta e abbastanza “radio-friendly”. Non a caso compare anche la frase “We Will Rise”, ulteriore richiamo al famoso brano del 2003. Il risultato è un brano prevedibile, che, però, fatica a trovare una propria identità.
Nel growl l’influenza degli Arch Enemy resta dominante, con una resa talvolta più imitativa che personale. Diverso, invece, il discorso per il canto pulito, dove Stefanie Stuber mostra una maggiore sicurezza e controllo, come evidenziato in brani quali “Something To Die For” e “Liquid Fire”. Qui la prestazione della vocalist teutonica è più equilibrata e si avvicina ad un approccio moderno sulla scia di Alissa White-Gluz. A rafforzare questa direzione contribuiscono anche le semi-ballad, come “Fighter”, cantata interamente con linee vocali pulite, che evidenziano una volontà di ampliare il proprio spettro espressivo.
Nel complesso, i Mission In Black non introducono elementi realmente nuovi. “Divinity of Lies” è un disco piacevole e ben prodotto, ma poco incisivo e privo di un’identità forte. A parer di chi scrive, la band appare ancora in cerca di una identità stilistica riconoscibile, un elemento che la distingua in un panorama ormai saturo. In questa fase di carriera, sarebbe interessante vederli in contesti più esposti per capire se possano compiere un reale salto di qualità o meno. Al momento, questo resta un album godibile, ma poco memorabile: l’impegno c’è, ma manca ancora quel tratto distintivo necessario per emergere davvero.
Tracklist
01. Pulse Of The Awakening
02. Rise
03. Something To Die For
04. Divinity Of Lies
05. Burn With Me
06. World Of Demise
07. Fighter
08. Liquid Fire
09. As Mountains High And Oceans Deep
10. Embers

















