PeopleWatching
OLDIESRECENSIONI

156/Silence – People Watching

Articolo a cura di Antonio Scattarelli

Attivi dal 2015, ma rifondati di fatto nel 2018 con l’arrivo dell’attuale cantante Jack Murray, i 156/Silence hanno pubblicato quattro album in questa incarnazione, uno diverso dall’altro.

Sono partiti da un metalcore rallentato, greve e violentissimo, hanno poi accelerato verso un hardcore caotico e nervoso, con una buona dose di post-hardcore, per poi prendere tutto quanto, buttarlo nuovamente in padella e servire il fritto misto di “Narrative”, fino ad arrivare a “People Watching”.

Non mi era ben chiaro perché questo disco continuasse a far parte della mia heavy rotation. L’ho sempre ascoltato molto distrattamente, quindi ho deciso di sedermi, aprire una Peroni da 66 ottima birra artigianale, sciogliermi sul divano con le AirPods nelle orecchie e provare finalmente a capire che cosa mi riportasse continuamente a questo album.

E, incredibilmente, la risposta è sempre stata lì, davanti a me: “People Watching” non sembra costruito come una semplice successione di canzoni, ma come un film horror vissuto in prima persona. Per quarantacinque minuti siete i protagonisti inseguiti da un assassino.

Atmosfere cinematografiche, paura continua, claustrofobia, breakdown mastodontici, spoken word e clean vocals che aumentano l’ansia invece di stemperare la tensione. A livello di testi parla di manipolazione, di identità costruite per compiacere gli altri, di gerarchie, di propaganda, di dipendenza emotiva e di tentativi di guarigione. Ma chi racconta non è un osservatore neutrale: più smaschera l’ipocrisia altrui, più diventa paranoico, vendicativo e incapace di distinguere ciò che vede da ciò che proietta. Non una storia, ma una mente che si deteriora mentre cerca di interpretare le persone.

Il disco apre con un sample da Ex Machina: “Is it strange to have made something that hates you?”, poi alterna violenza, claustrofobia e improvvise esplosioni, mentre spoken word, synth e sirene sembrano tregue che in realtà fanno solo salire la tensione. Anche quando tutto si svuota e rimangono soltanto synth e sample, come nel passaggio chiuso dalla voce tratta da Oz  “Well, forgive me for saying so, Reverend, but God is a sick fuck”, il senso di minaccia rimane lì. E vi prende a sberle subito dopo.

A volte arriva persino un ritornello pulito, quasi rassicurante, una boccata di metalcore moderno. Ma il disco usa la melodia per farvi abbassare la guardia e catapultarvi nella violenza successiva. Poi qualcosa succede. E vi fate male.

Il disco funziona così per tutta la sua durata: non come una sequenza di brani, ma come stanze diverse dello stesso incubo. Quindi, perché “People Watching” è ancora nella mia heavy rotation?

Non sono soltanto le immagini che riesce a evocare. In quello riescono benissimo anche i Dream Theater in “Scenes from a Memory”, ma sicuramente non è un album sul quale ritorno ciclicamente. Il merito di “People Watching” è negare costantemente un punto stabile all’ascoltatore attraverso strutture, produzione e dinamiche non convenzionali. Anche quando compaiono strofe, ritornelli e breakdown riconoscibili, le canzoni cambiano direzione nel momento meno rassicurante. Un riff può sparire prima di diventare familiare, uno spoken word prendere il posto dell’esplosione che stavate aspettando e un passaggio apparentemente tranquillo può trasformarsi nella preparazione di qualcosa di molto peggiore.

Le strutture, insomma, non seguono una progressione rassicurante: seguono la tensione. Quando entra un breakdown, non sembra enorme soltanto perché le chitarre sono accordate sottoterra. A volte il disco gli scava uno spazio intorno, togliendo elementi e lasciando una voce isolata o un rumore sospeso. Altre volte fa l’esatto contrario: dopo una sezione già violentissima, proprio quando vi aspettate un po’ di tregua, arriva altra violenza. In entrambi i casi il principio è lo stesso: “People Watching” vi nega costantemente la risoluzione che state aspettando.

Lo stesso vale per le clean vocals di Jack Murray. Nel metalcore moderno il ritornello cantato è normalmente il momento nel quale si aprono le finestre, entra un po’ d’aria e il pubblico riceve la melodia da ricordare, e cantare in coro, prima del breakdown successivo. In questo album quella finestra spesso si apre su un’altra stanza chiusa.

Il risultato è un disco in cui alcuni dei momenti più inquietanti sono quelli nei quali rimangono soltanto un synth, una voce o un sample sospeso nel vuoto. È probabilmente questo il motivo per cui “People Watching” continua a restare in loop. Funziona anche distrattamente: i breakdown colpiscono e i ritornelli rimangono in testa. Ma quando ci si ferma davvero ad ascoltarlo, sotto quella superficie appare un sistema di interruzioni, false aperture e tensioni irrisolte che rende ogni ritorno leggermente diverso.

La traccia finale si intitola “Healing Process”, ma aggiunge tra parentesi “Leave of Absence”. Non una guarigione, quindi, ma un allontanamento temporaneo. La mente che abbiamo seguito per quarantacinque minuti non ha sconfitto ciò che la inseguiva. È soltanto riuscita a chiudere una porta e rimanere sola per qualche secondo.

Poi l’album finisce.

E voi aprite un’altra Peroni da 66*.

E lo fate ripartire.

*l’autore voleva scrivere “ottima birra artigianale”

Tracklist

01. Character Development (Cold Start)
02. Target Acquired
03. Sleep Spikes
04. Better Written Villain
05. Product Placement
06. Blood Loss (feat. Carson Pace)
07. Wants I Need (feat. Craig Owens)
08. Funeral Arrangements
09. Unreasonable Doubt
10. People Watching
11. Change Agent (feat. Trae Roberts)
12. Intravenous
13. Terms and Conditions
14. Healing Process (Leave of Absence)