Sono ormai un po’ di anni che Spring Attitude ci insegna che l’aria di primavera non dipende solo dalla stagione, ma è più che altro un mindset. Non arrendersi alla fine di un’estate che sembra sempre troppo corta. Riazzeriamo il timer, ricominciamo da capo con la musica. Per due notti, si fa finta che l’estate debba ancora arrivare.
Così, con la sua quattordicesima edizione, Spring Attitude ci porta letteralmente sulle nuvole, o meglio, alla Nuvola, quella ideata dall’architetto Fuksas e oggi sede di eventi, convegni e fiere. Un’oasi di design e modernismo nella splendida cornice dell’Eur, che si snoda in due serate, il 12 e il 13 settembre. Sembrerebbe cosa da poco, e invece l’atmosfera futuristica e gli ampi spazi ritrovati quest’anno, per la prima volta dopo una serie di edizioni nei caratteristici studi di Cinecittà, catapultano il festival in una dimensione internazionale, per lo meno all’apparenza.
Se la sfida della nuova location convince, altrettanto non si può dire per la lineup che, con l’obiettivo di rappresentare un po’ tutte le sfaccettature della playlist Spotify di un giovane adulto romano, finisce per risultare perlomeno bizzarra. Ma andiamo con ordine.
Due palchi la fanno da padrone: il Ploom Stage, che ospita gli headliner e i concerti, e il Block Party, luogo adibito ai dj set. Quest’anno, per la prima volta, i due palchi suonano insieme, offrendo al pubblico la possibilità di scegliere in base a ciò che lo ispira di più. La line-up propone diverse angolazioni della musica contemporanea, dall’elettronica all’indie rock passando per sperimentazioni alt-pop, ma quello che manca è forse un filo conduttore chiaro. Immaginiamoci i Bicep, duo elettronico tra i più importanti e raffinati degli ultimi anni, dividere il backstage con Coez, oppure L’Impératrice che incontra Marco Castello. Insomma, il connubio di indie-pop, seguito da una selezione elettronica alquanto inedita per la Capitale, spiazza ma, al contempo, offre al giovane pubblico italiano la possibilità di sperimentare, conoscere cose nuove, aprirsi all’internazionale. Tendenza sempre più rara.
Le due serate sono state per lo più bilanciate nel loro equilibrio dj set versus concerti, puntando prima più sull’una e poi più sugli altri. Di seguito il resoconto della serata.
DAY 1

Alla Nuvola dell’Eur, maestoso edificio di Massimiliano Fuksas che già di per sé vale una visita, la prima giornata dello Spring Attitude 2025 si è aperta con l’energia di un esperimento riuscito: portare pop, sperimentazione e dance in dialogo con un’architettura monumentale. E già da fuori gli effetti visivi colpiscono per la cura dei dettagli. Arrivando, lo spettacolo visivo è immediato: la Nuvola offre scenari cromatici che amplificano luci e proiezioni, mentre affluenza e attesa sono già tangibili poco dopo il tramonto grazie alle installazioni luminose e agli effetti visivi.
Dopo un inizio esplosivo con i Post Nebbia, puro rock di matrice italiana che già abbiamo osannato tra le nostre pagine, arriva Golden Years, con band e ospiti della scena indie pop romana, tra cui Coez, Fulminacci, Franco126. Il producer, autore dietro molti successi commerciali, ha provato a rovesciare la consueta posizione dietro le quinte, ma il risultato è rimasto a metà: l’effetto festa è evidente, ma le produzioni non sorprendono. Il pubblico resta spesso fermo, in apnea più che in estasi. Un debutto che dimostra ambizione: portare il pop romano che spesso produce dietro le quinte al centro del palco.
Giorgio Poi prende il palco con un set che pesca in brani ormai familiari, eppure la risposta è tiepida: applausi, canto, gente in visibilio nelle parti più celebri, ma l’insieme non esplode. Anche qui niente di diverso da ciò che Roma già conosce, e che inizia a vacillare. Il pubblico forse chiede di più, da un artista ammirato più per la forma delle sue canzoni (sognanti, orecchiabili, semplici) che per la sostanza.
Ci pensa poi La Rappresentante di Lista a portare rock/pop giocherellone, groove discreto, energia contenuta ma autentica. “Je Ne T’aime Pas Toujours” trova il suo spazio per far cantare, e il monologo in musica d’apertura della canzone, con temi di solidarietà, umanità, empatia, conferisce un peso morale ed emotivo che mancava durante la serata. È rock non originale, talvolta prevedibile, ma per lo meno con anima e convinzione. Il finale politico al coro di “Free Palestine” conferma che certi palchi non vogliono e non possono essere lasciati neutri. E comunque arduo pensare che si tratti di uno dei picchi concertistici della serata.
La vera trasformazione sonora avviene a notte inoltrata. Apparat si riaffaccia con un DJ set che sfiora il dramma e la poesia elettronica: tensione, atmosfere profonde e un accompagnamento che va oltre il semplice intrattenimento da pista, anche se ci si aspettava più creatività da un artista di tal calibro, che invece punta più sul remix di brani altrui (“Born Slippy”, “A New Error”, ecc.).
Poi i Bicep, con il loro “CHROMA”, show audiovisivo unico in Italia, portano raffinata eleganza nei beat: elementi presi dal metal per la forza, varianze improvvise, effetti che plasmano il suono come se fossero colori su tela. Non solo musica da ballare, ma un’esperienza sensoriale, un viaggio fino ai confini della percezione, con talmente tanta ricerca del sound che sembra di assistere a dieci DJ set diversi. Senza ombra di dubbio, il picco della serata.
Chiude la serata DJ Gigola. Umbratile forse rispetto agli altri set, ma incarna quella voglia, che il festival non ha nascosto, di non prendersi troppo sul serio, pur mantenendo intensità, ritmo, impatto.
Il primo giorno di Spring Attitude 2025 mette sul tavolo molte carte vincenti: scenografia architettonica, line-up coraggiosa, momenti di alta intensità. Serve forse maggior coraggio nei picchi emotivi prima del finale, ma la direzione è chiara: questo festival vuole essere spazio in cui la musica non è solo ascoltata, ma vissuta. Splendida prova d’apertura, in attesa che il secondo giorno completi il quadro.
DAY 2

Sabato sera, alla Nuvola dell’Eur, si alza la temperatura: l’aria è calda di attesa e promessa, tra luci che disegnano sagome nell’aria, bassi che già pregustano la notte e un pubblico pronto a farsi travolgere. Il Day 2 dello Spring Attitude conferma che il festival è diventato più che mai un’occasione per vivere la musica come emozione attiva e collettiva.
Ad aprire i momenti alti della serata c’è La Niña, presenza che non passa inosservata: voce potente, ieratica, la freschezza di un’artista che non vuole semplicemente cantare, ma abitare ogni nota. I richiami al folk suonano veri, profondi; si sente che Carola Moccia, questo è il vero nome di La Niña, attinge da un vissuto proprio. Il sound della sua Napoli, lo stesso folk suonato nel sud della Spagna, ma anche in Grecia, racchiude tutto il canto di dolore delle donne mediterranee. Le canzoni fanno riflettere sulla condizione subalterna della donna nelle culture di stampo patriarcale, fortissimo nel sud dell’Europa, e lo fanno con stile ma soprattutto con ingegno.
L’uso dell’autotune non è vezzo, ma colore, sfumatura che arricchisce piuttosto che nascondere. Nel corso del live, dediche politiche che rompono l’inerzia: una canzone alla Sumud Flotilla, richiami alla libertà, voci dolci e voci robuste che si intrecciano, polifonici carmi che si fanno canto comunitario. Porta poi sul palco due versioni inedite dei suoi brani, dimostrando la professionalità di saper adattare il contenuto all’audience, ma anche la maturità artistica di chi vuole rigirare la propria materia musicale alla ricerca di qualcosa che unisca, più che sorprenda. È probabilmente il momento più intenso della serata, sia per La Niña che per il pubblico: un momento di riconoscimento, di identità, forse anche di rivendicazione.
Dopo il folk vigoroso di La Niña, il palco si veste di luce diversa con L’Impératrice. Perfetta fusione di funk e disco, di sensualità e leggerezza, il loro set è uno sfoggio di riff morbidi, basso presente ma mai invadente, tastiere che sembrano cristalli di note sospese. Non manca la pulsione EDM nei beat, ma dosata con buon gusto: il ritmo è contagioso, l’euforia pulita, mai eccessiva. La nuova cantante Louve flirta di meno col pubblico: ha la classica presenza da rockstar, più che da chanteuse.
Estetica e suono dialogano bene: look, luci, coreografie (quando ci sono), atmosfera, tutto contribuisce a costruire un’illusione piena di charme. Non c’è spazio per malinconia, il gruppo francese è un’iniezione di buonumore. La proposta è carica, vibrante, uno dei momenti che consacrano ancora di più la serata come risposta a chi pensava che i concerti dovessero essere solo la stornellata romana.
Quando si spengono le luci, dopo i martellanti bassi dell’ultimo set della produttrice e DJ tedesca Ellen Allien, rimane un silenzio che pesa: assordante perché si è appena consumato qualcosa di collettivo, qualcosa che ha fatto vibrare muri, cuori, corpi. È il momento in cui l’eco rimane, lo spazio sembra ancora più vuoto.
Se il Day 1 aveva costruito il palcoscenico, il Day 2 lo ha abitato in pieno. Una serata che non cerca compromessi: chi sale sul palco porta la sua visione, che sia folk denso, groove elettro-funk, techno spinta, sentimento politico. Il contrasto tra fuoco e delicatezza, tra presenza teatrale e momenti di silenzio, rende la serata densa di significato.
Qualche appunto lascia pensare che forse non tutti i passaggi siano riusciti con la stessa forza, ritmi che a volte sembrano rallentare, transizioni che potrebbero guadagnare in tensione, ma nel complesso la direzione è netta: un festival che vuole aggregare, che si rapporta con il pubblico non da semplice intrattenimento, ma da esperienza, anche grazie a un impianto audio e un comparto luci di qualità. E sebbene la strada per portare Spring Attitude ad attrarre quanto altri festival di stampo internazionale sia ancora lunga, l’intenzione di muoversi in questa direzione ci fa ben sperare.





