Segnatevi la data del 19 giugno perché, più puntuale di un libro di Bruno Vespa a ridosso delle feste natalizie, torna il progetto Mork, un tempo alfiere del black metal più ortodosso e tradizionale, oggi one man band dedita ad ampliare i propri orizzonti musicali. Un processo evolutivo che, iniziato ai tempi di “Katedralen” (2021), sembra conoscere un’ulteriore tappa nel nuovo “Monolitt”, un album capace, pur conservando la propria maligna aura nera, di suonare epico e suggestivo, intriso di liriche profonde e in grado di andare oltre le classiche storie del folklore norvegese. Ne abbiamo discusso con il mastermind Thomas Eriksen, un habitué sulle nostre pagine e ancora una volta simpaticamente disponibile a elargire consigli riguardo a distilati e affini. Prosit!
Ciao Thomas e bentornato sulle pagine di SpazioRock per la sesta volta. Ormai sei di casa…
Oh, fantastico, a questo punto è una tradizione. Siamo come vecchi amici.
Ti ringrazio. Iniziamo con l’accoglienza che, a distanza di un paio d’anni, ha ricevuto l’ultimo disco a firma Mork, “Syv”.
Certo. Direi che ho ricevuto dei feedback molto positivi. Quando ho pubblicato l’album, in realtà, ero un po’ incerto su come sarebbe stato accolto, anche perché, nel corso degli anni, il progetto Mork si è progressivamente evoluto, andando al di là dei canoni tradizionali del black metal, ma probabilmente questo già lo sai. Per fortuna, oltre ai fan sfegatati che mi supportano sin dagli albori della band, con “Syv” se ne sono aggiunti di nuovi, quindi suppongo di star facendo qualcosa di giusto, il tutto seguendo soltanto il mio cuore.
A breve verrà pubblicato “Monolitt”. Il titolo e la cover di Kjell Åge Melland mi hanno ricordato entrambi il capolavoro di Stanley Kubrick “2001: Odissea Nello Spazio”. Il film ha influenzato in qualche modo il concepimento del nuovo disco?
L’aspetto divertente della questione è che la prima volta che ho sentito la parola “monolito” e ne ho visto uno, misterioso come quello del classico film di Stanley Kubrick che hai citato, è stato quando ero bambino. Questa cosa mi è sempre rimasta impressa, ma, onestamente, devo dire che il nuovo album non è ispirato alla pellicola, no davvero, bensì è qualcosa di subliminale nella mia mente cosciente, perché anche il mio monolito è misterioso, se capisci cosa intendo. Comunque comprendo bene il fatto che si possa affermare che ci siano dei riferimenti diretti a “2001: Odissea Nello Spazio”.
Mork è la tua diretta emanazione, ma in “Monolitt” ha suonato il batterista Asgeir Mickelson, mentre Øyvind Kaslegard, cantante degli Svart Lotus, ha aggiunto il proprio apporto vocale. Proseguiranno o meno questi contributi esterni in futuro?
Con Asgeir avevamo un accordo, una stretta di mano, per un anno: sarebbe entrato a far parte della formazione live dei Mork. Durante quel periodo, stavo anche lavorando al nuovo album e ho deciso di invitarlo a partecipare alle registrazioni e a suonare la batteria. Lui è un drummer leggendario, ha fatto un sacco di cose e mi piace molto il suo stile. Quindi credo che abbia davvero arricchito le mie canzoni e ha dato la sua interpretazione delle mie idee, cosa che, secondo me, ha funzionato molto bene nel disco. Poi abbiamo deciso di separarci e dunque adesso, come musicista dietro le pelli dal vivo, abbiamo Eivin Brye, ma il tocco di Asgeir rimarrà per sempre impresso in “Monolitt”. Per quanto riguarda Øyvind, lui suona on stage con i Mork da, credo, tre anni ormai e ci ha portato qualcosa di nuovo a livello live, ovvero la sua voce. Per la prima volta, i Mork hanno un corista sul palco. E Øyvind ha una voce fantasticamente cupa, ha un growling eccezionale e riesce persino a cantare note normali, il che è un grande vantaggio perché ora, dal vivo, posso fare delle armonie con le mie parti vocali pulite. Ed è altresì per questa ragione che ho deciso di includerlo come corista in questo ottavo album.
Il sound black metal di Mork, in “Monolitt”, continua ad espandersi, con brani che, rivestiti di atmosfera e nebulosità, spesso si innalzano verso vette dalla temperatura epica. Insomma, meno Darkthrone e più Enslaved?
Non ho ascoltato molto gli Enslaved, ma hai ragione. C’è un po’ di sangue dei Darkthrone, ovviamente, perché fa parte di ciò che Mork era ed è, ma ora Mork è molto di più, è qualcosa di più profondo. Non ho paura di includere emozioni intense e influenze provenienti da altre parti: può trattarsi di un film, di musica, della vita in generale. Ho anche deciso di includere anche più elementi epici, perché, se si fa l’epico nel modo giusto, non sarà solo pomposo, ma grandioso in un modo oscuro, in un modo emotivo. Ed è ciò che ho cercato di fare con “Monolitt”.
Consideri “Monolitt” un’ulteriore e decisa evoluzione rispetto agli scorsi tre platter, “Katedralen”, “Dypet” e “Syv”? O si tratta soltanto di un piccolo passo in avanti?
È fondamentalmente solo il passo successivo nell’evoluzione del mio modo di scrivere canzoni. Mi sono sforzato di fare una piccola differenza e un piccolo passo avanti da un album all’altro. E lo si può sentire chiaramente da “Katedralen” in avanti, assolutamente. La produzione è migliore, sono più libero come autore e non presto più attenzione a nessuna regola. L’unica regola che ho ora è quella di suonare come me stesso, ed è qualcosa che in realtà seguo nella mia vita di tutti i giorni. Perché questo è il mio viaggio, questa è la mia vita e Mork sarà un po’ la mia eredità. Quindi, per me, è importante essere sincero.
Per la prima volta, nelle liriche mi sembrano assenti storie tratte dal folklore norvegese, laddove appare molto profondo lo scandaglio del tuo mondo interiore.
Assolutamente, i testi sono molto profondi e oscuri. Ma devo comunque correggerti, perché la penultima canzone dell’album, “Jutul”, parla di un enorme troll di montagna. In questo brano, c’è dunque un pizzico di folklore norvegese.
Tra le canzoni della tracklist, a spiccare sono soprattutto “Under Vekten Av Verden” e “Utryddelse”, rispettivamente opener e chiusura del lotto, due momenti che paiono fungere da guida alla comprensione del senso di “Monolitt”. È così anche per te?
Per quanto mi riguarda, devo confessarti che ogni tanto mi capita di innamorarmi e di stancarmi di alcune mie canzoni. Eppure, la cosa interessante del processo di creazione di questo album è che il primo singolo, “Ødelagt”, non è mai stata una canzone scritta per Mork. In realtà, è stata composta per un nuovo progetto con cui stavo flirtando, che in pratica era qualcosa di distopico, di ispirazione brutalista, vasto, vuoto, doom. Poi, per coincidenza, Asgeir era nel mio studio e gli ho fatto ascoltare un sacco di musica diversa che avevo ideato. Ha sentito quella canzone e mi ha detto: “Dovresti includerla nel disco perché è fantastica“. E io tra me e me: “Non lo so, non sono proprio convinto che non sia adatta a Mork“. Insomma, la mente umana funziona in modi strani, ma poi ho pensato: “Ok, forse proverò a inserirla, a finire il testo e tutto il resto“. L’ho fatto ed è diventata la mia canzone preferita dell’album, almeno per ora. Quindi direi che le canzoni più rappresentative sono “Ødelagt” e forse la terza del lotto, “Orden”.
Mork ha avuto un inizio di carriera lento. In nove anni, è uscito una solo demo prima dell’esordio del 2013 “Isebakke”. Da allora, i ritmi si sono velocizzati, con dischi pubblicati a intervalli regolari. Ci sono delle ragioni specifiche per tale accelerazione?
Sì, assolutamente. È perché dal 2004 al 2013 Mork era solo un piccolo hobby che portavo avanti quasi nell’ombra. All’epoca, realizzai la demo “Rota Tonskap”, che da poco è stata pubblicata su Peaceville Records e altre etichette. In realtà, registrai anche un sacco di altre demo in seguito, che nessuno ha ancora sentito; a volte le riprendo in mano e ne tiro fuori dei riff e altre cose, perché c’è qualcosa di primordiale e molto innocente in quei periodi. Ma nel 2013 è successo che, quando una piccola etichetta canadese di Quebec City [la HSP Productions, ndr] prese in considerazione “Isebakke”, che avevo autoprodotto, e mi offrì il mio primo contratto discografico, ho deciso di dedicarmi completamente a Mork e di farne la mia attività principale. Ed è per questo che da allora ho lavorato ininterrottamente, tanto che il progetto è diventato una parte fondamentale della mia personalità. Andiamo spesso in tour, ma non così a lungo da non avere tempo per scrivere e registrare, quindi scrivo e registro musica costantemente. Finché la Peaceville Records lo vorrà, Mork potrà pubblicare un nuovo album ogni due anni circa.

Negli ultimi tempi, con Mork hai suonato in Sud America, in Giappone, persino in Mongolia, un giro per il mondo non tanto usuale per una black metal band norvegese. Viaggiare in lungo e in largo immagino ti abbia arricchito molto…
Sai cosa? Adoro viaggiare. E ho un obiettivo nella vita: visitare più paesi possibili con la mia musica. È fantastico incontrare nuove persone, vedere nuove culture, gustare nuovi cibi in giro per il mondo. Una cosa che ho imparato è che il black metal, che sia norvegese o meno, è un linguaggio universale. Ci sono spettatori, anche in Mongolia, che si presentano con magliette dei Mayhem, dei Darkthrone e persino dei Mork, è un fenomeno globale. Penso che il metallo nero riesca a toccare le corde più profonde dell’animo di una persona e non serve nemmeno conoscere i testi, è qualcosa che riguarda il suono e l’atmosfera. Ma non credo che i concerti in giro per il mondo potrebbero influenzare la mia scrittura in futuro, perché il songwriting e, in generale, la parte creativa di Mork avvengono nella mia mente. È una cosa molto personale e accade soprattutto quando sono a casa o quantomeno molto vicino a casa.
Spostiamoci ora all’Inferno Metal Festival, con cui hai un lungo rapporto. Sei stato lì, oltre che in veste di Dj, sia come spettatore che come musicista sul palco. Una vera e propria storia d’amore!
La cosa davvero fantastica dell’Inferno Metal Festival è che i Mork ci hanno suonato per la quarta volta quest’anno. La prima volta è stata dieci anni fa, allora suonammo come seconda band sul palco piccolo e, in seguito, la nostra posizione sul poster del festival si è progressivamente spostata verso l’alto. Quest’anno siamo stati i primi a esibirci sul palco principale. Quello che apprezzo davvero dell’Inferno è che sanno come far crescere le band, sanno come rispettarne lo status e poi c’è l’aspetto ovvio. All’Inferno vengono persone da tutto il mondo, quindi è diventata una vetrina internazionale per i gruppi al fine di mostrare la propria musica e le proprie performance dal vivo. E magari anche per fare una piccola trovata, come noi abbiamo fatto quest’anno: visto che si trattava della prima volta sul palco principale, abbiamo fatto uno spettacolo pirotecnico, non lo avevamo mai fatto prima. È stato un piccolo ringraziamento speciale al festival.
Passiamo al tuo progetto parallelo Udåd: ci sono novità in merito a un nuovo lavoro dopo l’esordio omonimo del 2024?
Udåd è, in realtà, un progetto piuttosto speciale, visto che devo essere nel giusto stato d’animo al fine di poter creare musica per esso. Dal momento in cui è uscito il primo album, ho cercato di scrivere una canzone qua e là, ma, a dirla tutta, non sono soddisfatto. Quindi continuerò a lavorarci perché è una cosa così primitiva, lo-fi e grezza che deve essere perfetta, almeno nella mia mente. Ti dirò, non so nemmeno se ci sarà un altro disco, ma ci proverò. E se raggiungerò il numero di canzoni richiesto, allora forse pubblicherò un secondo full-length.
Thomas, da musicista vecchia scuola e legato tout court all’universo underground, ritieni utile l’impiego dell’Intelligenza Artificiale al mondo della composizione musicale?
Sono contrario al 110%, credo che sia la morte dell’uomo comune e della creatività, il che è tremendo. È un’applicazione catastrofica, tuttavia ho una cosa positiva da dire. Si tratta di una tecnica che mi ha mostrato un mio amico che ha uno studio a Fredrikstad, ovvero lo stem splitter. Questo signore di cui parlo ha settantatré anni e gestisce il suo studio dalla fine degli anni ’60. Ha trovato delle vecchie demo di un tempo, solo le tracce master, e ora con l’AI avrebbe l’opportunità di togliere il basso, la batteria, la voce e così via. Sai dove voglio arrivare, può effettivamente remixarlo grazie alla separazione dei vari strumenti. In questo senso, ritengo l’AI un congegno molto utile e bello, ma per il resto penso che sia fottutamente spaventoso. È l’inizio della fine. Si possono falsificare i testi e le immagini, si può realizzare musica fantastica che sembra realizzata da persone in carne e ossa, si fanno video in cui Chuck Norris prende a calci Arnold Schwarzenegger o cose del genere. Semplicemente, non mi piace. La disgrazia è iniziata con Spotify e tutta quella merda, quando il potere dell’industria musicale ha cambiato volto. Ho sentito alcune teorie secondo cui molte case discografiche, e persino Spotify stessa, utilizzano l’AI per creare musica falsa. E la mettono su Spotify per recuperare i propri soldi. È orribile, amico mio.
Dal prossimo ottobre intraprenderete un tour europeo che toccherà anche Milano, e per Mork sarà la seconda volta in Italia. I nederlandesi Soulbourn vi accompagneranno in quella che sarà la prima vera tournée nel Vecchio Continente. Sensazioni?
Abbiamo fatto il nostro primo tour sudamericano nel 2022 e, in quell’occasione, ci siamo esibiti insieme ai Soulburn. Sono dei ragazzi fantastici e una band così brava che ho sempre desiderato suonare di nuovo con loro. E ora finalmente possiamo farlo, non vedo l’ora. La cosa speciale del prossimo tour europeo è che, come hai detto, si tratta del primo in assoluto. Abbiamo suonato solo a festival e concerti singoli nei club, con date in giro per l’Europa che non sono mai state consecutive. Quindi questo sarà il nostro esordio. Sono davvero emozionato e anche un po’ curioso, visto che si tratta anche del nostro debutto da headliner. Ci sarà una buona affluenza? Il pubblico risponderà positivamente? E speriamo che il tour bus o qualsiasi furgone ci trasporti non si rompa [ride, ndr].
Non sei un po’ preoccupato del fatto che Mork stia diventando una realtà più grande delle previsioni?
Sai cosa si dice, amico mio? Il cielo è il limite, giusto? Mettiamola così. Quando uscì “Isebakke”, cioè quando ho iniziato a lavorare, era tutto underground. La musica era necro, primitiva, era più o meno un omaggio e un tributo al black metal old-school. Ma poi, nel momento in cui le cose sono diventate serie, ho voluto trovare la mia voce. Ora faccio semplicemente ciò che mi viene naturale e, se avrò la possibilità di suonare su palchi ancora più grandi e di fare tour ancora più grandi, certo non me ne tirerò fuori.
Chiudiamo l’intervista con il quarto episodio dedicato alla tua passione per le bevande alcoliche. Dopo il Fernet Blanca, l’Akevit e la Crystal Head, cos’altro consiglieresti ai nostri lettori?
Sì, in realtà posso consigliarne tre, quattro se ci metto la Guinnes, che potrei bere a litri. Sono un grande fan della classica Pilsner ceca, la adoro. Poi sono passato al Mezcal, è come una tequila affumicata con un verme dentro e credo sia piuttosto buono. Ho anche iniziato a collezionare un po’ di whisky single malt irlandesi. Uno dei miei preferiti è probabilmente l’Ardbeg, che è molto simile al Laphroaig e al Lagavulin, che sono tra i distillati più affumicati. Il whisky deve avere l’odore di una chiesa in fiamme, sai [ride, ndr].
Thomas, grazie per i preziosi suggerimenti alcolici e il tempo concessoci. Qualche parola di saluto?
Grazie a voi! Siamo stati in Italia e abbiamo suonato una volta e mi piacerebbe tornarci più spesso. So che faremo una sola tappa lì durante il tour e, per me, non è abbastanza. Voglio anche salutare un mio amico, Marco Campoli, è un talentuoso scrittore italiano che, attualmente, sta lavorando a qualcosa di speciale per me e Mork. Non vedo l’ora di continuare a collaborare insieme. Poi voi avete il Fernet Branca, avete la pasta, avete la pizza, non potete lamentarvi! L’Italia è fantastica e spero di rivedervi tante volte in futuro.





