Dopo “Imperious Horizon” del 2024, un lavoro che in un certo senso ne ha chiuso una fase della carriera, i Winterfylleth tornano a far sentire la propria voce nera attraverso la pubblicazione del nuovo album “The Unyielding Season”, il primo sotto l’egida di una major come la Napalm Records. Un disco che, all’insegna di un pagan/atmosheric black metal ricco di suggestive stratificazioni, riflette sullo stato attuale del mondo, dilaniato da guerre, divisioni e problemi ambientali, e nel quale disperazione, rabbia, speranza e resistenza sembrano collidere e incrociarsi. Ne abbiamo discusso con il mastermind, chitarrista e cantante Chris Naugthon, che ci ha condotto per mano tra foreste in fiamme, vecchie polemiche e un pizzico di godibile narcisismo: a voi l’intervista!

Ciao Chris e benvenuto sulle pagine di SpazioRock, è un grande piacere per noi conoscerti. Come stai?

Il piacere è reciproco. Sto molto bene, grazie.

Due anni fa, il rilascio di “Imperious Horizon” ha mostrato quanto i Winterfylleth fossero diventati maturi nel songwriting. Ritieni che lo scorso album abbia rappresentato l’apice del sound classico della band e che oggi siate entrati in una nuova fase creativa?

Penso che “Imperious Horizon” rappresenti un album molto classico dei Winterfylleth ed è stato sicuramente il momento in cui abbiamo raggiunto un nuovo livello nella composizione dei brani. È senza dubbio una distillazione di tutte le varie influenze, stili e abilità esecutive che siamo riusciti a sviluppare nel corso degli anni. Allo stesso tempo, credo che ci siano delle somiglianze tra “Imperious Horizon” e il nuovo lavoro “The Unyielding Season”, tra cui l’utilizzo più massiccio delle tastiere. Dunque non so se sia stato necessariamente il nostro apice, ma lo ritengo sicuramente di un altro tenore qualitativo rispetto ad alcuni dei nostri dischi precedenti. E spero che siamo riusciti a continuare su questa strada con “The Unyielding Season”. Ci sono quattro ragazzi che scrivono la musica nella band, ognuno di loro apporta una grande influenza con il proprio stile, la propria capacità esecutiva e, ovviamente, con la nostra capacità di produzione. Quindi è una domanda difficile a cui rispondere quando si tratta della propria musica e si è molto coinvolti, immagino sia quasi una cosa che spetta ai fan e al pubblico decidere. Cerchiamo di realizzare i lavori migliori possibili, ma c’è anche un elemento legato al fatto che riflettono il momento vissuto in quell’anno o in quel preciso istante. Insomma, mi interessa il punto di vista di tutti.

“The Unyielding Season” è il primo album pubblicato per una major come Napalm Records. Come mai si è interrotto un sodalizio quasi ventennale con la Candlelight Records?

È stata una cosa un po’ triste, a dire il vero. Eravamo stati messi sotto contratto da Darren Toms, molto conosciuto nell’industria musicale e nel metal estremo. Ha lasciato la Candlelight Records proprio mentre stavamo preparando l’uscita di “The Imperious Horizon”. Chi la gestisce ora non si è concentrato specificamente su Candlelight. Per questo motivo, abbiamo deciso che sarebbe stata una buona opportunità per passare a una nuova etichetta discografica, era il momento giusto per provare qualcosa di diverso. Il che è malinconico perché tutta la nostra discografia è su quella label, persino il nostro primo album, “The Ghost Of Heritage”, che era stato originariamente pubblicato su Profound Loure Records, è stato poi ristampato da Candlelight. Credo anche che sia stata semplicemente la fine di un’era, davvero. L’etichetta aveva raggiunto un certo punto, l’unica persona che l’aveva seguita e gestita per vent’anni aveva lasciato il settore. E poi ritengo che, dato che oggi la Candlelight fa parte di un gruppo più grande e sta praticamente chiudendo i battenti, tutte le sue band sono passate sotto l’ala della Spinefarm Records. Così Darren, che è ancora un nostro caro amico, ci ha aiutato a organizzare l’accordo con la Napalm Records. È stata una mossa interessante quella di trasferirsi da una label britannica a un’etichetta europea, una transizione positiva, direi.

L’artwork del nuovo disco, che ritrae una foresta in fiamme, si discosta molto dalle cover dei vostri dischi precedenti, incentrate sulla rappresentazione di una natura incontaminata. Immagino si tratti di una metafora concernente i contenuti “politici” delle liriche.

Certo. Come ogni album dei Winterfelleth, c’è un concetto generale che guida “The Unyielding Season”, sia a livello di tematiche che di contenuti. E questo, in particolare, è un disco piuttosto arrabbiato. Le canzoni parlano di quanto sia terribile lo stato attuale del mondo, di quanto sia difficile viverci in questo momento e di quanto esso sembri frammentato e diviso. Se consideriamo la situazione sociale e politica nella maggior parte dei paesi del globo, soprattutto in Europa, che ovviamente resta il nostro punto di riferimento, ci sentiamo tutt’altro che uniti, sotto pressione, in pericolo, insomma, sembra un mondo strano in cui vivere. E così abbiamo scelto la copertina con il paesaggio in fiamme proprio perché ci sembra che il mondo sia un po’ un incendio in questo momento e che sia un posto folle e pericoloso, basta guardare quello che sta succedendo in Medio Oriente e le decisioni autoritarie dei vari leader politici. Dei muri si stanno chiudendo a attorno a noi, ci stanno soffocando. L’idea era quindi quella di cercare di catturare lo stato del mondo, ma con un’immagine della natura. Tutte le copertine dei nostri album raffigurano la natura, una natura incontaminata, senza case o strutture moderne. Si tratta della bellezza del mondo naturale e del suo essere integro. Abbiamo pensato che fosse un contrasto interessante mostrare, per una volta, una foresta in fiamme, doveva essere una metafora di come percepiamo l’andamento del mondo in questo momento. Speriamo che l’immagine e i colori trasmettano questo concetto, lo considero un artwork piuttosto forte. Sono curioso di vedere se susciterà qualche emozione nelle persone quando la vedranno.

Dalla copertina dell’album si può trarre anche un messaggio di carattere ecologico?

Sì e no. C’è sempre stato un messaggio ecologico nei Winterfylleth, e penso che una delle tante cose folli che accadono nel mondo, di cui si parla meno perché tutto il resto è ancora più folle, siano lo sfruttamento dell’ambiente, la pesca eccessiva, l’agricoltura intensiva, l’esaurimento delle risorse, l’inquinamento del suolo, tutte queste cose. È un esempio davvero interessante il fatto che, quando c’è un incendio boschivo, il più delle volte questo crea nuova crescita e dunque un nuovo inizio per la Terra e per la natura. Quindi, in un certo senso, è stato quasi come usare un tema ecologico per parlare di come forse dovremmo ripensare le nostre idee sul mondo e come dovremmo ricominciare daccapo, anche perché le cose stanno diventando molto difficili, molto pericolose e molto spaventose.

A livello di produzione, c’è la benevola ombra di Chris Fielding che praticamente vi segue dalla vostra nascita. Cosa rende questo legame così indissolubile?

Forse Chris è il nostro sesto membro, davvero. Sai, abbiamo registrato tutti i nostri album con Chris a parte il primissimo, semplicemente perché all’epoca non lo conoscevamo. Poi ci sono diversi motivi per cui il nostro rapporto è sempre molto vivo. Innanzitutto, gli studi in cui lavora Chris sono davvero ottimi (i Foel Studios, ndr). Si trovano in una splendida posizione geografica, precisamente in una zona rurale del Galles, lontano dalla città, dai negozi e dal centro abitato. E quando vai in quegli studi, ti senti come se fossi lì per fare soltanto musica e per immergerti completamente nell’esperienza, cosa che apprezzo molto. Tutti hanno vite frenetiche, famiglie e altre cose di cui occuparsi. Quindi, quando ti rechi lì, puoi in un certo senso evadere, persino il segnale del telefono è pessimo. Inoltre, siccome Chris fa parte della nostra produzione da così tanto tempo, sa esattamente cosa fare con la band. Ci ha aiutato a sviluppare il nostro sound quando stavamo registrando il secondo album e penso che capisca ogni volta cosa stiamo cercando di fare. Spesso un nuovo tecnico del suono non conosce la storia della band, non sa chi sei e sembra quasi che si debba ricominciare tutto daccapo. Con Chris, abbiamo semplicemente qualcuno che sa cosa stiamo facendo e a cui importa della band, e di conseguenza, per noi, è la scelta più naturale. Perciò, sì, siamo rimasti con Chris perché lui è migliorato nel corso degli anni e anche noi siamo migliorati come musicisti, siamo cresciuti insieme.

Per quanto riguarda le canzoni, il testo di “Echoes In The After” si ispira al romanzo pastorale di Philip Sidney “The Countess Of Pembroke’s Arcadia”, risalente alla fine del XVI secolo. Si tratta di una scelta piuttosto originale, ma non rara nel caso dei Winterfylleth.

Sì, amiamo la letteratura e la storia. A questo proposito, non so se lo avete saputo anche in Italia, ma c’era questo famoso punto di riferimento, l’albero di Robin Hood, in un posto chiamato Sycamore Gap sul Vallo di Adriano, nel nord-est del Regno Unito. Ebbene, alcuni ragazzi lo hanno vandalizzato, lo hanno abbattuto e la cosa è finita sui notiziari nazionali perché quell’albero era famoso per essere apparso nei film. Era un famoso punto di riferimento locale, una sorta di simbolo spirituale per il nord-est del Regno Unito, una meta turistica e un luogo di importanza culturale. Quindi, quando è stato distrutto, mi sono sentito spinto a scrivere un brano sul tragico evento. Leggendo alcune vecchie poesie, come l’estratto che ho usato di Philip Sidney, ci si accorge che viene spesso impiegato un linguaggio davvero evocativo. In questo caso, ho utilizzato il testo originale per cercare di raccontare una storia su come l’albero si sentisse, quasi come se la natura avesse perso un braccio, una mano o qualcosa del genere, e su come reagisse all’abbattimento. L’idea è che la natura stia in qualche modo parlando a sé stessa in quei versi e che essa abbia una personalità. Volevo semplicemente trasmettere in che modo la Terra reagisse a quell’evento così come le persone, e come questa fosse una tragedia sia per la natura che per la gente che vive intorno a essa.

La stessa “Echoes In The After” e “Heroes Of A Hundred Fields” sono stati oggetto di videoclip molto cinematografici. Li consideri i migliori mai realizzati dai Winterfylleth?

Credo che siano i migliori video musicali che abbiamo realizzato finora perché, questa volta, abbiamo avuto un po’ più di tempo per realizzarli. A volte le cose vengono fatte con un po’ di fretta, del tipo: “Bene, l’album è finito, sta per andare in stampa, dobbiamo pubblicare un singolo entro questa data“. Ma questa volta ci sembrava di avere delle idee davvero forti e penso che i concetti siano molto chiari. “Heroes Of A Hundred Fields” riguarda eserciti che combattono, il fuoco, le fiamme, il combattimento tra uomini, la guerra e le torce, penso che fosse un’estetica molto ovvia. In “Ehoes In The After” ci sono gli elementi naturali, le streghe, degli individui spirituali che parlano alla natura e cose del genere. Quindi, quando hai un concetto così chiaro, è abbastanza facile realizzare video che siano all’altezza del concetto stesso. Credo che a volte sia molto difficile catturare i concetti che si hanno in mente in un video, ma ritengo che questa volta ci siamo riusciti davvero bene, e ne sono molto contento. Inoltre, sono anche i nostri video di maggior successo in assoluto, molte persone li hanno visti e, sapete, hanno raggiunto un pubblico più ampio del solito. Una parte del merito è sicuramente dovuto al fatto di avere un’ottima etichetta discografica, ma penso anche che i video siano fantastici di per sé. E il nostro montatore video, Killian Monson, che è un tipo in gamba, ha fatto un lavoro davvero ottimo.

Se in “A Hollow Existence” spicca al microfono l’ugola di Flagrum, mastermind del progetto Gyrdleah, l’acustica “Unspoken Elegy” vede la partecipazione al violoncello di un certo Arthur Thompson. Se la prima è una vera e propria collaborazione, la seconda come possiamo considerarla?

Non so perché l’etichetta, nella tracklist, abbia menzionato Arthur: Certo ,è un bravo ragazzo, ma è soltanto un turnista che suona il violoncello, ingaggiato grazie alle conoscenze di Mark Deeks, il nostro tastierista. Non c’è stata alcuna collaborazione, in sostanza. Flagrum, invece, è diventato un nostro amico negli ultimi anni, è venuto in tour con noi e frequenta la band da un po’ di tempo. Personalmente, ho partecipato come ospite vocale al suo nuovo album, registrato con l’aiuto di Chris e che uscirà quest’anno; ha una band chiamata Gyrdleah, sotto contratto con la Black Lion Records. E quindi, quando stavamo incidendo l’album dei Winterfylleth, volevamo in qualche modo ricambiare il favore e invitarlo a partecipare anche al nostro disco. Quindi sì, penso sia stata una bella cosa da parte sua, ha appena iniziato con la sua band e il prossimo sarà il suo secondo lavoro. È stato bello per lui collaborare a un nostro brano, magari ottenere un po’ più di visibilità per il suo progetto e far conoscere agli appassionati un altro artista della scena musicale estrema che potrebbe suscitare interesse nell’underground. Diciamo che è stato un collaboratore molto più consapevole, chiedendogli di cantare alcune parti vocali nel ritornello di “A Hollow Exsistence”.

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L’ampiezza melodica di “In Ashen Wake” e la sua trascinante forza emotiva, elementi corroborati da un’aggressività black davvero pungente, mi ha ricordato i primi Agalloch e le sonorità cascadian. Cosa ne pensi di tale impressione?

Stranamente, gli Agalloch non mi piacciono poi così tanto, li trovo un po’ noiosi. E non lo dico in senso negativo, semplicemente non mi hanno mai davvero emozionato. So che sono molto importanti per un sacco di gente che apprezza questo genere musicale, ma personalmente non mi hanno mai coinvolto. Quindi, se c’è una somiglianza, è puramente casuale, perché non li considererei una band che ha influenzato il nostro lavoro, pur essendo un gruppo molto rispettato e conosciuto. A dire il vero, in quel brano sento più cose tipo Wolves In The Throne Room, come nell’introduzione. In generale, avverto più quel genere di musica invernale o da taverna, mentre nei pattern di batteria e nella dinamica ritmica c’è la presenza dei Bolt Thrower. Quindi è interessante che tu ci senta gli Agalloch, ma non è una band che necessariamente mi viene in mente come autore.

Come bonus track, compare nientemeno che la rilettura di un brano dei Paradise Lost, “Enchantement”, tratto dal loro storico album “Draconian Times”. Cover impegnativa …

Ci sono diverse ragioni per cui abbiamo scelto proprio “Enchantment”. Chi mi conosce, o meglio, chi ci conosce, sa che i Winterfylleth non sono la nostra unica band. Io ho un’altra band chiamata Atavist, un progetto death-doom che è stato pubblicato anche dalla Candlelight, e i Nine Covens, un progetto più black metal. Mark, il nostro tastierista, ha anche un progetto melodic doom chiamato Arð, patrocinato dalla Prophecy Records. Quindi c’è questa vena doom metal che scorre nelle vene dei ragazzi della band. Io ho realizzato molti dischi doom così come Mark e siamo stati in tour con il materiale degli Arð, gruppo nel quale da un po’ di tempo suona il batterista Jeff Singer, che è anche membro dei Paradise Lost. Quindi ci è sembrata una bella cosa da fare. Nei nostri tre o quattro album precedenti abbiamo riletto dei brani di alcune delle nostre band preferite che ci hanno influenzato di più: Emperor, Enslaved, Ulver. E dunque volevamo fare qualcosa di emozionante ed evocativo che potesse mostrare la forza delle nostre voci e delle nostre capacità di scrittura, ma anche la nostra capacità di prendere una canzone di qualcun altro e vedere cosa si potesse effettivamente realizzare. Ritengo che “Enchantment” sia stata davvero importante per quei ragazzi che, come me oggi, hanno più o meno quarant’anni, è uscita quando eravamo tutti ventenni o adolescenti ed è stata molto influente in quel periodo. Se ricordate “Enchantment”, è una canzone gothic rock piuttosto veloce. Quello che abbiamo fatto è stata rallentarla molto e trasformarla in una sorta di pezzo death-doom, poi abbiamo aggiunto il pianoforte e l’abbiamo allungata parecchio. Credo che la nostra versione duri tre o quattro minuti in più rispetto all’originale; musicalmente parlando, ci è sembrata una cover fedele e ben fatta, ma abbiamo apportato diverse modifiche al ritmo, alla voce, all’outro e a tutto il resto per renderla un bel tributo a un gruppo che amiamo. E speriamo che la canzone piaccia anche a loro quando la sentiranno.

Nel 2016 uscì “British Black Metal: The Extreme Underground”, un documentario che raccontava la scena black metal britannica e per il quale siete stati intervistati. Credi che i Winterfylleth siano sati un traino importante per la crescita del panorama nero d’Albione?

Penso di sì, assolutamente. Mi piace essere umile riguardo alla band, ma so anche che siamo in giro nel Regno Unito da così tanto tempo che questo deve aver avuto per forza un impatto. Sai, quando abbiamo iniziato, cioè nel 2006, praticamente vent’anni fa, non è che ci fossero molto black metal nel Regno Unito. C’erano i Cradle Of Filth, i Bal-Sagoth, gli Hecate Enthroned e altri progetti più piccoli, ma non sembrava esserci una scena di band britanniche veramente coesa. Ora, invece, ci sono delle ottime band, ci sono i Fen, i Saor, gli A Forest Of Stars, ci sono altre realtà che sono diventate più grandi del Regno Unito e che sono in tour a livello internazionale. Ma se guardo alla scena attuale, parecchi anni dopo i nostri inizi, vedo questa sorta di scena black metal underground britannica molto grezza. Ci sono probabilmente un migliaio di band, e non le ho sentito tutte, provenienti dal Regno Unito, e ne vedo sempre di più. Esistono due o tre grandi festival black metal che attualmente si tengono nel Regno Unito: il Fortress Festival, il Cosmic Void Festival e il Call Of The Crow Festival. Ce ne sono anche di più piccoli, come il Blackwood Gathering, come si chiamava prima, e il The Woods, come si chiama oggi. Quindi c’è stata una grande esplosione di persone che volevano fare quel tipo di musica nel Regno Unito. E penso, e non voglio sembrare presuntuoso perché non lo sono, che i Winterfylleth, i Fen, i Saor, gli A Forest of Stars siano stati importanti per far capire alla gente che del buon black metal potesse provenire dal Regno Unito. Sono contento che qualcuno pensi che abbiamo avuto un grande impatto e spero che continui. Ripeto, ci sono band che ora stanno diventando così famose da suonare fuori dal Regno Unito, mi vengono in mente gli Abduction o i The Sun’s Journey Through The Night, insomma, siamo una scena forte in questo momento, benché non so quanto di questa scena possa effettivamente arrivare a farsi conoscere in Italia.

È vero che è trascorso ormai tanto tempo, ma quanto ti fecero male le insinuazioni sul fatto che i Winterfylleth fossero un gruppo affiliato alla corrente NSBM?

È stato difficile quando abbiamo iniziato perché eravamo ragazzi giovani e non credo ci rendessimo conto di quanto le persone tenessero a certe cose nel mondo della musica. Quindi penso che all’inizio sia stato uno shock e che, nonostante tutte quelle controversie risalgono a vent’anni fa, è strano che la gente ci pensi ancora adesso. Sai, abbiamo fatto un sacco di dischi e il mondo è cambiato parecchio da allora, abbiamo avuto molta polarizzazione politica e molte guerre linguistiche e culturali. E credo che me ne importi sempre meno ultimamente di quella questione, ci sono così tante interviste mie e di noi in giro, c’è così tanto materiale pubblicato online che spiega molte cose, ma immagino che non si possa piacere a tutti. Ho smesso di preoccuparmi di cosa pensi la gente perché credo che siamo brave persone, con amici e famiglie che tengono alla musica che facciamo e non siamo mai stati consapevolmente irrispettosi o discriminatori nei confronti di nessuno, trattiamo tutti con rispetto nella nostra vita.

Chris, tu sei originario di Huddersfield, una città di grandi tradizioni operaie e che vide nell’esplosione del punk un modo di esprimersi artisticamente. Eppure, dal punto di vista creativo, hai scelto tutt’altro, quasi ignorando le influenze del luogo. Ha mai riflettuto su quest’aspetto?

In realtà, come ho detto, ho iniziato con il doom metal e, in tal senso, gli Atavist, il mio altro progetto, sono stati la mia prima band di successo. Huddersfield è più o meno nei pressi della città dove ha sede la Peaceville Records, Heckmondwike. Anche i My Dying Bride, i Paradise Lost e gli Anathema provengono da quel raggio di cinque o sei miglia in cui sono cresciuto. Ma Huddersfield, quando ero ragazzo, come dici tu era anche una città piuttosto punk rock, con musica ska e cose del genere. Personalmente, sono sempre stato interessato al punk rock, ma soprattutto al metal e al doom metal. Credo di essere stato ispirato da alcuni dei paesaggi di cui parlano i Paradise Lost e i My Dying Bride. Poi ho scoperto il black metal all’inizio degli anni Duemila, quando stavo per finire l’università e stavo iniziando a diventare un giovane adulto. Da allora, mi sono concentrato molto sul doom, sul death metal e sul black metal. Inoltre, credo che l’essenza dei Winterfylleth sia strettamente legata alla natura e al vivere in una città, ma con tanta campagna intorno. Sai, vivevo in una zona con molte colline, molti campi coltivati, molta industria nel paesaggio e cose del genere e, benché possa sembrare una strana combinazione di cose, è lì, nel mio luogo natio, che per me il doom, il death e il black si fondono. Quando cresci in un posto, non credo che tu capisca subito che impatto abbia il territorio in cui vivi su chi diventerai o sul tipo di cose che farai. Ma ora, parecchi anni dopo, mi è molto chiaro che vivere ad Huddersfield abbia avuto una vera influenza.

Hai citato gli Atavist e i Nine Covens, i tuoi altri due progetti. In questo momento sono in stand-by o bolle in pentola qualcosa di nuovo?

È una domanda strana. Non sono proprio in pausa, ma, siccome i Winterfylleth sono molto impegnati e ci piace anche andare in tour con Mark, che tra l’altro si occupa della grafica dei nostri progetti, le ore a disposizione in un giorno o in una settimana sono limitate. I Winterfylleth ci assorbono molto tempo. Probabilmente ci sarà un altro album degli Atavist, prima o poi, probabilmente ci sarà anche un’altra uscita dei Nine Covens, anche se in questo caso è un po’ più complicato perché con me suona Paul Ryan, che è un agente musicale che gestisce grosse band come Trivium, Lamb Of God e Cannibal Corpse, quindi è molto impegnato con tutti questi aspetti della sua vita. E poi io e alcuni altri ragazzi stiamo lavorando anche a un album death metal per un nuovo progetto, quindi ci sono sempre un sacco di cose in ballo. Penso che quelle band torneranno a fare qualcosa, ma io sono solo una persona, non posso certo sdoppiarmi. Vedremo quando sarà possibile.

Sempre a proposito di dischi futuri, i Winterfylleth potranno mai ripetere l’esperimento acoustic folk di “The Hallowing Of Heirdom” del 2018?

Non lo so, ma, come si dice, mai dire mai. È stato fantastico realizzare quell’album, ma è stato molto difficile portarlo dal vivo. Abbiamo dovuto avere con noi molti turnisti, tra cui un violoncellista e un violinista, ed è stato molto difficile organizzare tutto questo. Ma continueremo sempre a fare quel tipo di brani, ce ne sono due nel nuovo album, “Unspoken Elegy” e “Where Dreams Once Grew”. Ripeto, mai dire mai, ma al momento credo che siamo concentrati sui nuovi album metal e sul lato metal della band. Ma chissà? Magari in futuro. Non voglio dire di no, ma non ora.

Tra poco sarete impegnati in un breve tour con Blackbraid e Noctum. Cosa si prospetta prossimamente a livello live?

Sì, ad aprile faremo un tour nel Regno Unito e in Irlanda con una band chiamata Blackbraid, dagli Stati Uniti. Non so se li conoscete, suonano una specie di black metal con influenze native americane. Il loro sound è abbastanza simile al nostro e un po’ ai Bathory. Faremo un tour di una settimana con loro. E poi suoneremo all’Hellfest in Francia, al Mystic Festival in Polonia, all’Hole In The Sun Festival in Germania. Poi si spera, faremo un tour europeo, magari toccando anche l’Europa centrale e orientale, alla fine del 2026 o forse all’inizio del 2027, a seconda di quando saranno disponibili le date, e probabilmente organizzeremo qualcosa dal vivo per i nostri vent’anni di esistenza. Insomma, saremo in giro e la gente potrà venire a vederci, quindi incoraggio tutti a venire.

Chris, davvero grazie mille per la tua disponibilità. Con quali parole vorresti salutarci?

A dire il vero, non abbiamo avuto molte occasioni di venire in Italia. Abbiamo suonato il nostro primo concerto in Italia la scorsa estate al Frantic Fest di Francavilla al Mare, in provincia di Pescara, quindi speriamo di tornare un giorno. Per favore, continuate a sostenerci, a comprare i nostri dischi e incoraggiate i vostri promoter locali a organizzare qualche concerto per noi, credo che la scena musicale italiana sia piuttosto piccola per quanto riguarda i live. Ci piacerebbe ancora venire da voi a suonare, in questo senso vi preghiamo di aiutarci. Buona giornata a tutti.

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