INTERVISTESPECIALI

Intervista – Dropkick Murphys (Ken Casey)

Si ringrazia Isadora Troiano per la collaborazione.

Ciao Ken, benvenuto su Spaziorock! Come stai?

Sto bene, grazie. Bene per essere in un periodo come quello che stiamo vivendo!

Tra pochi giorni uscirà il vostro nuovo album “Turn Up That Dial”. Cosa si devono aspettare i fan da questo disco? Ci puoi raccontare qualcosa al riguardo?

Sì, penso che sia un album divertente ed edificante. Sono fiducioso che possa aiutare le persone ad uscire dai momenti bui e trasportarle in tempi più allegri, portarle ai tempi estivi, ascoltandolo a tutto volume insieme a qualche amico e trarne ispirazione. Certamente noi eravamo ispirati quando lo stavamo creando. Ci ha permesso di rimanere positivi durante il lockdown insieme al pensiero di poter poi andare in tour e di star creando qualcosa che probabilmente avrebbe portato il sorriso sulla faccia delle persone.

Sono passati quasi 4 anni dalla pubblicazione di “11 Short Stories Of Pain & Glory”. Quali sono le differenze principali tra questo disco e “Turn Up That Dial”?

Questo è stato un periodo veramente triste della nostra carriera, abbiamo perso alcune persone care… Abbiamo scritto col cuore e sono comunque venute fuori canzoni che ti portano sollievo, perché anche la tristezza crea uno spirito che ti sprona a cercare un modo positivo per uscire da questa situazione. Alla fine, per questo nuovo album, il nostro pensiero è stato: “Non ci sentiremo più così un’altra volta mentre componiamo un album”. Quindi ci siamo imposti di salvare alcune altre buone canzoni che avevamo scritto in precedenza, che però erano più tristi, e di metterle da parte per un altro album, perché in questo disco non volevamo dare quel tipo di sensazione.


Photo credits: Ken Susi

“Middle Finger” è il titolo del nuovo singolo. Pensi che questa canzone sia rappresentativa di ciò che è l’album?

Sì, penso che rappresenti quello spirito di felicità di cui ti parlavo prima. Ma rappresenta anche lo spirito che ci definisce, del tipo “nessuno può trattenerci”. Sai, con “Turn Up That Dial” abbiamo cercato di riprenderci, abbiamo provato ad avere sempre un sorriso sui nostri volti anche se spesso dobbiamo forzarlo (ride, ndr). E “Middle Finger” tratta anche del tema dell’impossibilità per noi di non ribellarci. Perché sai, durante la mia vita mi è stato detto spesso di non farmi lanciare merda addosso da nessuno, e a volte forse la mia vita sarebbe stata un po’ più semplice se la gente me ne avesse tirata contro un po’ di più (ride, ndr). Solo che ho il vizio di dire sempre ciò che penso, anche se a volte è difficile farlo. Questa volta ho cercato di farlo, parlando anche di argomenti seri, in modo divertente.

Parlando di musica che ti ha influenzato, quali sono state le band e gli artisti che hai ascoltato maggiormente e che ti hanno ispirato di più durante questo periodo di lockdown?

Direi che dopo 25 anni di tour costanti, martellato da musica a tutto volume ad ogni serata, tutto questo mi ha tolto la capacità o il desiderio di tornare a casa e ascoltare la musica che ascoltavo da ragazzo o che ero abituato ad ascoltare una volta. Però, durante l’ultimo anno, a causa della pandemia, ho ricominciato ad ascoltare i classici, come i The Clash, i gruppi punk-rock inglesi degli anni ’70, le band hardcore americane degli anni ’80, in particolare quelle di New York e Boston. Ho passato un sacco di tempo ultimamente ad ascoltare band come gli Slapshot, i Stiff Little Fingers, gli stessi The Clash, i Cock Sparrer, i The Business e tutte quelle band che sono state molto importanti per me quando ero più giovane. Però sai, suonare così frequentemente può toglierti la parte divertente della musica. Forse era necessaria una pausa, e dopo quest’ultimo anno sono pronto a tornare al punto di partenza.

Per quanto riguarda i concerti e la musica dal vivo, avevate in programma qualcosa? O aspettate che la situazione attuale si calmi prima di programmare qualcosa?

Per motivi tecnici aspettiamo che la situazione si calmi. Avremmo dovuto suonare in alcuni festival europei quest’estate, ma abbiamo visto che stanno venendo cancellati uno ad uno. Abbiamo in sospeso anche qualche data qui negli Stati Uniti tra la fine dell’estate e l’autunno, ma penso che alla fine non ci saranno nemmeno quelle. Possiamo pianificare qualcosa solo nel caso in cui ci dicano: “ok, adesso va tutto bene” (ride, ndr). Ma nelle nostre teste sappiamo già che sarà il 2022 l’anno in cui torneremo a suonare dal vivo.

Quest’anno i Dropkick Murphys festeggiano i 25 anni di carriera. Come vi sentite ad aver raggiunto un traguardo così importante? Avete mai pensato di poter arrivare così lontano?

No assolutamente, avevamo fondato la band per scherzo. Un mio amico con cui lavoravo un giorno mi disse: “Mi hai sempre detto che volevi formare una band e la mia ha un concerto tra 3 settimane, riusciresti a formarne una per aprire il nostro spettacolo?”. Ed è così che i Dropkick Murphys hanno avuto inizio, da una sfida di questo tipo. Per questo le nostre aspettative sono sempre state molto basse. Non avremmo mai pensato che questo sarebbe diventato il nostro lavoro o di poter viaggiare in giro per il mondo. Prima non eravamo usciti più di tanto dalla zona di Boston, ora invece abbiamo avuto la possibilità di vedere diversi posti del mondo. È stata un’opportunità incredibile che non ci saremmo mai e poi mai aspettati di ottenere e il solo pensiero che siamo arrivati a 25 anni mi fa quasi ridere.

I Dropkick Murphys sono sempre stati famosi per aver un legame profondo con la tradizione celtica. Come vi sentite quando suonate in posti come l’Irlanda o la Scozia? Che emozioni provate quando vi esibite in questi posti?

Gli irlandesi e gli scozzesi ci accolgono sempre a braccia aperte. Le nostre canzoni parlano molto della vita degli irlandesi a Boston e in America, essendo le nostre famiglie migrate qui. Però sai, abbiamo tutt’ora relazioni con alcuni nostri cugini irlandesi, vengono anche a vedere qualche nostro show. Proviamo sensazioni magnifiche quando andiamo là. Penso che ci siano molte band americane che si mettono a parlare di politica irlandese e cose di questo tipo e gli irlandesi forse non le accettano proprio per questo motivo. Noi però veniamo dagli Stati Uniti, la cultura irlandese ha certamente avuto un grande impatto sulle nostre vite visto che la maggior parte di noi ha le famiglie e i nonni originari di lì, quindi prima di tutto siamo americani e quando andiamo là siamo ospiti, non ci sentiamo a casa in quella terra, e penso che gli irlandesi rispettino questa cosa. Noi non cerchiamo di parlare per conto loro e penso che questo sia uno dei motivi principali per cui siamo così ben accetti in Irlanda.

Tutti i membri dei Dropkick Murphys hanno origini irlandesi?

La maggior parte di noi. Ad esempio, la madre di James Lynch, il nostro chitarrista, è italiana, il ragazzo che suona il banjo (Jeff Darosa, ndr) ha origini portoghesi. Quindi abbiamo radici in quasi tutte le parti d’Europa.


Photo credits: John Blanding

Ci sono alcuni temi politici e sociali che ti hanno particolarmente colpito in questo momento storico così difficile?

In termini di politica, la nostra band ha sempre sostenuto la “politica della gente”. Ci chiediamo perché negli Stati Uniti ci sia qualcuno che voglia tagliare le tasse ad alcuni degli uomini più ricchi della terra mentre c’è gente che muore di fame, perché noi tutti non ci possiamo unire per realizzare cambiamenti importanti per quanto riguarda le disuguaglianze economiche, le diseguaglianze razziali, le diseguaglianze di genere. Non dovrebbe essere una cosa così difficile! Sai, secondo me tutti questi temi dipendono anche da problemi più specifici in determinati tempi, dalle connessioni personali a queste situazioni e da chi ne ha parlato di più rispetto ad altri. Penso che esista una linea sottile quando sei all’interno di una band: se ne parli troppo, le persone ti “spengono”, per cui devi suonare la tua musica, intrattenere il pubblico, ma inserire ogni tanto nei testi dei messaggi per far capire alle persone cosa pensi e cosa sostieni.

Per cui ci dobbiamo aspettare di ritrovare qualche tema politico specifico all’interno di “Turn Up That Dial”? Ad esempio, riguardo a ciò che è successo con Trump…

Proprio perché abbiamo cercato di rimanere positivi, abbiamo seriamente provato a mantenerci lontani da quel tema, anche se ad esempio nella canzone “Chosen Few” abbiamo trattato l’argomento di come il mondo esterno vede la situazione attuale degli Stati Uniti e quando menzioniamo Trump in quella canzone non lo chiamiamo per nome, perché lui brama attenzione, desidera con tutto il cuore che la gente parli di lui. Il modo migliore che abbiamo noi per danneggiarlo, e non intendo solo i Dropkick Murphys ma in generale, è proprio ignorarlo. Poi dobbiamo essere tutti attenti a non eleggere di nuovo qualcuno come lui, però allo stesso tempo se continuiamo a parlare di lui rimarremo bloccati nella negatività, invece di muoverci in avanti e aiutare le persone in difficoltà. Spero solo che Donald Trump non sia diventato un esempio per altri leader del mondo.

Ho saputo che in “Turn Up That Dial” c’è una canzone molto delicata, “I Wish You Were Here”. Ovviamente il nostro pensiero va alle tante persone che sono morte durante l’ultimo anno a causa di questa terribile pandemia. Oltre ad essere un tributo doveroso, avete mai pensato che questa canzone potesse rappresentare una sorta di aiuto per tutti i vostri fan che hanno perso qualcuno di caro a loro volta?

La canzone è stata scritta inizialmente per il padre di Al (Barr, ndr), visto che è venuto a mancare. Però si adatta molto bene al contesto attuale, e non solo come tributo alle persone che hanno visto morire un loro caro, ma anche a coloro che sono stati separati dalle famiglie, come ad esempio una nonna che non ha potuto abbracciare i propri figli e cose di questo tipo. Quindi non parla semplicemente di morte, ma anche di separazione fisica.

Siamo arrivati all’ultima domanda. Vuoi lasciare un messaggio ai vostri fan italiani e ai nostri lettori in generale?

Sì, vorrei dire che gli italiani sono veramente accoglienti e calorosi. L’Italia è uno dei posti più divertenti in cui suonare, anche perché i fan sono così interattivi durante i concerti e sono veramente gentili quando parlo con loro alla fine. Non sono solamente appassionati, ma conoscono molto bene tutte le nostre canzoni, non solo a quelle più popolari. Sono veramente rimasto impressionato dall’Italia ed è davvero uno dei miei posti preferiti in cui andare a suonare.

Grazie mille Ken, sei stato molto gentile! Alla prossima!

Alla prossima Dario, grazie mille! Ciao!

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