Lingalad locandavento 2010 00
RECENSIONI

Lingalad – La Locanda Del Vento

Ascoltando il quarto album in studio dei nostrani Lingalad, chiara è la consapevolezza che un’altra band ha preso la nave ai Porti Grigi salpando verso la propria Quarta Era musicale. Sì, perché, come già successo anche per i Blind Guardian, i Lingalad, con questo “La Locanda Del Vento” abbandonano la prevalente ispirazione tolkeniana che da sempre anima le loro composizioni in favore di un luogo dove puoi udire storie portate dal vento, un vento inarrestabile ma gentile che viene raccolto dai nostri cantastorie, traducendo i quadri esistenziali di “Lio”, “Alice” e “Toni Il Matto” in sentite ballate. Ne risulta, quindi, un’opera che preferisce narrare intimamente le storie dell’uomo piuttosto che le meravigliose avventure della Terra Di Mezzo.

C’è da dire che questa nuova corrente “concreta” dona molto ai Lingalad, i quali confezionano un album di forte sensibilità, dove la struttura musicale delle canzoni raggiunge la piena eccellenza in un intreccio davvero ispirato e a tratti sorprendente; capita, difatti, che una ballata pop acustica si riscopri magicamente folk grazie ad un uso magistrale del mandolino (“Lio”), oppure che una canzone che sa di antico possa trovare la giusta modernità grazie ad un pianoforte (“Il Mio Nome”). Volendo fare a tutti costi dei nomi, diciamo che la musica dei Lingalad è un misto tra atmosfere scanzonate alla Modena City Ramblers, scaldate ulteriormente da sentori del Branduardi più innamorato e sferzate progressive alla PFM, con un’evocatività di fondo che si avverte molto nei brani strumentali, soprattutto nella gemma recitata de “I Boschi Della Luna”, dove troviamo, in un omaggio a Tolkien, le voci di Davide Perino e Gianni Musy (doppiatori di Frodo e Gandalf, rispettivamente, nella celebre trilogia cinematografica de “Il Signore Degli Anelli” di Peter Jackson) a dialogare sentitamente su quanto possano essere concrete e reali le emozioni, nonostante si riesca né a toccarle né, tantomeno, a vederle.

…Arriviamo, ahimè, all’ambito dei difetti del disco. Il principale (da sempre congenito in questo band): la voce di Giuseppe Festa. Il cantante non dimostra una piena padronanza del proprio strumento, non possiede la delicatezza sufficiente per cavalcare con decisione la musica partorita da lui stesso e dal resto della band, band che, spesso, per seguire linee vocali non troppo convincenti arriva a “storpiare” linee melodiche ariose e vincenti (ascoltate, per capire quello che intendo, “Il Colpo E La Cura”). Badate bene: non sto parlando di un vocalist insufficiente, bensì di una voce non ancora consapevole innestata su una musica eccellente, fattore che porta ad accentuare i contrasti facendo luce su limiti e difetti che, probabilmente, non sarebbero così significativi in una musica di livello inferiore. In secondo luogo: la prolissità della scaletta. L’album è decisamente ricco, e sebbene non sia affatto privo di spunti e fascino, è altrettanto vero che almeno tre pezzi in scaletta potevano essere sacrificati, soprattutto nella seconda metà del disco, dove le idee di “Alice”, “Madre Mia” e “Nella Pioggia” appaiono ridondanti.

Detto questo, ritengo che la band abbia fatto una scelta vincente con questo disco, opera curata anche nell’artwork dal sapore artigianale e con delle liner notes precise e che ci sanno rendere davvero partecipi del processo di composizione di ciascun singolo brano. Chiunque si senta attratto dalle forme più genuine e sanguigne della folk music non deve assolutamente farsi mancare l’ascolto di quest’opera, questo si può scrivere con assoluta tranquillità. Tuttavia, ancora lontana è la strada verso il capolavoro… anche se, indubbiamente, il sentiero è proprio questo e la direzione è decisamente giusta. Avanti così, ragazzi!

Tracklist

01. Il Profumo Del Tempo
02. Gli Occhi Di Greta
03. Il Colpo E La Cura
04. Toni Il Matto
05. Il Mio Nome
06. La Pietra Di Erice
07. Dono Di Maggio
08. Lio
09. Aria Oltre Le Stelle
10. I Boschi Della Luna
11. L’Abbraccio Del Noce
12. Alice
13. Madre Mia
14. Nella Pioggia
15. Il Mio Nome