INTERVISTESPECIALI

Intervista – A Perfect Day (Andrea, Gigi, Marco, Alessandro)

aperfectdayinterv1

Si ringrazia Cristina Cannata per la collaborazione

Ciao ragazzi, benvenuti. Grazie per quest'intervista! Come state? Come sta andando il tour? Siete stati a Genova se non sbaglio.

Andrea: Sì siamo stati a Genova e a Massa. Ci stiamo costruendo il pubblico: i commenti di chi partecipa ai nostri concerti sono positivi ed entusiasti, quindi siamo molto contenti come sta andando. E' un po' come partire da capo… Dopo tanti anni ricominciare non è semplice, ma sta andando bene e siamo contenti. Ci siamo divertendo.

La data che più state aspettando immagino sia il Sonisphere, suonerete insieme a band di fama internazionale. Secondo voi, cosa vi ha portati ad essere stati scelti per far parte di un evento del genere con una lineup che ha questi nomi?

Andrea: In realtà pochi sanno che dietro quei concerti una delle prime cose richiesta degli organizzatori è la professionalità. Non è pensabile portare su quei palchi con quel tipo di organizzazione, band che non hanno esperienza e che non assicurino il normale svolgimento della manifestazione, o meglio che non assicurino un risultato di successo. Live Nation ci conosce da venti anni, abbiamo lavorato con loro dalla fine degli anni '90 e quindi sa che in quelle situazione sappiamo muoverci, sappiamo comportarci e sappiamo fare il mestiere come si deve. Dall'altra parte è molto ben vista la proposizione musicale del gruppo, nel senso che noi siamo in grado di coniugare metal di stampo anche abbastanza classico con sonorità un pelo più moderne. Quindi in quel contesto dove da una parte abbiamo gli Iron Maiden e dall'altra abbiamo i Bullet o i Saxon, ecco ci vedevano "giusti" per il concerto. Inoltre i ragazzi di Live Nation sono stati sempre molto attenti alla scena italiana e hanno sempre fatto in modo che chi lo meriti possa avere delle possibilità. Quindi sì, son state una serie di elementi che poi alla fine ci hanno portato su quel palco.

Parliamo un po' del vostro ultimo disco "The Deafening Silence". Il titolo è già abbastanza impressionante, quasi un ossimoro se si pensa che sia il titolo di un disco. Cosa volevate dire? Pensate che possa essere interpretato con una frase del tipo "Anche il silenzio può essere musica"?

Andrea: Credo, avendo scritto la maggior parte dei testi -sempre in collaborazione con i ragazzi, ogni nostra scelta è sempre condivisa- che il periodo che stiamo vivendo sia un periodo fatto di tante cose, vissute troppo velocemente e mai vissute fino in fondo. E questo è quello che genera quello che io ho deciso di chiamare "il silenzio assordante", fatto di tantissime realtà che hanno tantissimo da dire ma che si trovano in un contesto incapace di riservargli il giusto tempo per far sì che le cose vengano apprezzate per quello che sono in realtà. Un tempo dovevi scartare un venile, averne cura, evitare di graffiarlo mettendolo sul piatto… si creavano dei meccanismi che portavano l'attenzione di chi ascoltava a godere di qualcosa fino in fondo. Oggi attacco lo smartphone, apro Spotify, vediamo cos'è, sono arrivato, scendo dalla metro. E questo pensiero dal mio punto di vista può essere esteso a tante altre cose. Per cui l'impressione che abbiamo noi che stiamo dall'altra parte è trovarti all'interno di un contesto che è silenziosamente assordante. Ecco cosa c'è dietro questo titolo. E' silenzioso perchè oggi pochi hanno la possibilità davvero di raccontare quelle che sono le proprie idee e, dall'altra parte, è assordante perchè alla fine la speranza alla fine è che qualcosa arrivi, anche in maniera molto forte. Perciò sì, è quasi un ossimoro che ci aiuta ad esprimere quello che volevamo dire…

Toglimi una curiosità, nel primo pezzo nell'intro c'è un bambino che piange, cosa vuol dire?

Andrea: Beh in realtà anche quello fa riferimento ad un fatto molto personale. Quando abbiamo scritto quel brano stava nascendo la mia seconda figlia che ha avuto un problema di salute appena nata e ho voluto mettere nero su bianco un momento che mi ha toccato molto. Perchè credo che la fortuna di chi scrive musica, che alla fin dei conti non è altro che un linguaggio con il quale comunichi, abbia la fortuna di poter fissare come un libro, una fotografia, i momenti che fanno la tua vita. Tutto il disco fa riferimento ad esperienze molto personali. Quando ho fatto sentire questa prima parte a mia moglie mi ha detto "Tu sei un pazzo, qui qualcuno si taglia le vene".

C'è un concept di fondo quindi?

Andrea: In realtà è la prima volta che scrivo i testi per un album e quando mi son posto la domanda su cosa avrei voluto scrivere, non essendo un amante di draghi o spade, ho detto "beh, raccontiamo quello che mi capita ogni giorno". Ovviamente non è un concept nel vero senso della parola, non c'è una storia che scorre attraverso le canzoni, ma ogni episodio è un episodio che racconta o di esperienze personali o parla comunque di questioni che ti toccano quotidianamente: l'integrazione, violenza sulle donne… ho cercato di scrivere su cose che mi interessano, mi incuriosiscono…

Ora parliamo di lineup. Voi due (Marco e Gigi NdR) siete entrati quando, prima o durante la composizione del disco?

Marco: All'inizio… Andrea aveva già preparato le strutture dei brani, ci ha passato il materiale e noi abbiamo iniziato a collaborare. Personalmente credo di essere tra i quattro quello più distante dal genere musicale che sono suonano da sempre… vengo da altre esperienze. Penso di aver portato dentro il mio stile, il grunge, cercando di insediarlo nei suoi brani. Ho lavorato sulle linee melodiche.

Che è uno dei punti di forza del vostro disco…

Gigi: Beh sì, effettivamente Marco ha lavorato bene e noi ci siamo uniti al progetto poi in medias res, mentre il master era Andrea. C'era un rapporto di reciproca stima e conoscenza da tempo… Alessandro, che faceva parte della spedizione già dal primo anno, ci ha coinvolti… i brani erano intelaiati per la gran parte e io mi son trovato subito… d'altronde il background era comune, Andrea, Alessandro ed io veniamo dalla stessa storia musicale, passioni simili…Forse io viro un po' anche su altre cose, così come Marco. Comunque i brani mi sembravano convincenti e mi sono chiesto "Come posso fare qualcosa per far sposare al meglio le linee melodiche di Marco e il background musicale di Andrea?". Ho cercato di portare dentro la mia esperienza, le linee di basso si sentono e non si sentono, sono sempre particolari in un disco, c'è una sezione ritmica ben impostata di tutto rispetto e ho cercato soprattutto di portare un po' di freschezza, senza snaturare l'impianto che era già stato ben costruito. Io non ho apportato molto a livello concettuale, ma ho cercato di mettere il mio nel suono.


Ho letto che molti, moltissimi vi paragonano agli Alter Bridge. Io personalmente, dal punto di vista musicale, non lo farei… cosa ne pensate voi?

Gigi: E'un complimento…Gli Alter Bridge sono un gruppo grandioso che ha rappresentato una sonorità nuova negli ultimi tempi nel panorama internazionale. E' vero, in parte, e in parte no. Potrebbe essere magari per certe linee melodiche, ma se si ascolta bene lo stile chitarristico, le sezioni ritmiche, com'è strutturato l'impianto dei brani, c'è tanto tanto altro. Io vengo dal blues, dal rock classico. Certo, la sonorità può dar forse l'impressione…

Andrea: Guarda io dico la mia che è un po' brutale. Negli anni 70' c'erano un sacco di gruppi che si somigliavano molto di più di quanto si assomigliano i gruppi di oggi. Cream, Led Zeppelin, Deep Purple… avevano tanto elementi in comune, ma ognuno aveva la sua identità, il suo spazio… Perchè? Perchè l'attenzione che si metteva prima nell'ascolto ti portava a conoscere il prodotto davvero in maniera maniacale e si riusciva a capire l'identità del prodotto. Oggi dal mio punto di vista abbiamo 4 punti di riferimento: i Dream Theater se fai un tempo dispari, gli Alter Bridge se fai un hard rock un tantino più "facile" in grado di arrivare più alle persone, Stratovarius se fai power metal e poi c'è tutta la scena estrema. Io quando accendo Spotify la prima cosa che faccio è ricondurre quello che sto ascoltando a questi punti di riferimento. Ecco perchè la gente ci accomuna più facilmente agli Alter Bridge rispetto, ad esempio, ai Dream Theater. E' un bel complimento, se fosse vero… In realtà secondo me è frutto solo di un ascolto "sentito" e non di un ascolto "ascoltato". Quindi sì, è un bel complimento, ma anche un po' avvilente, un po' disorientante, perchè non è vero.

Parliamo ora dei Labyrith… una buona parte della formazione, delle teste che lavorano su questo progetto, arriva dai Labyrith. Quanto questi progetti sono assimilabili?

Andre: Tantissimo e niente. Per quanto riguarda la mia parte di contributo, emerge in maniera chiara il mio impegno nei Labyrith che, insieme alle idee degli altri ragazzi che compongono i Labyrith, portano ad un risultato completamente diverso. Io non ho mai scritto musica pensando a priori al risultato che volevo ottenere. Certo, una dimensione devo darmela, però quello so fare e quello viene fuori. La collaborazione con persone diverse, che hanno background diversi, stili e idee diverse, portano ad un risultato diverso. Tanto e niente.


In Italia il vostro genere non è sicuramente uno tra i più seguiti. Secondo voi, perchè? Come può fare una band di questo genere ad emergere e arrivare dove voi siete arrivati?

Andrea: Una band non deve emergere. L'errore sta a monte. E' chiaro che tutti coltiviamo "il sogno", però nel contesto che raccontavo prima dove tutto è accelerato e vissuto in maniera superficiale, quello che noto nei vari gruppi odierni è che si passa dal pc di casa a voler suonare sui grandi palchi, senza passare per club, sale prove, sudore, autostrade, soldi investiti… Il recente interessamento delle case discografiche al metal, come ad esempio il progetto Metal For The Masses, sta nel fatto che il pubblico del metal è un pubblico fedele. I numeri raccontano che i metallari continuano a comprare dischi molto più di altri. Io non ci credo molto… perchè noto che oggi le major non hanno molto voglia di investire. A differenza di molti gruppi odierni, il rock è un'altra cosa. Il rock è sudore, anche da parte di chi lo vive e va ai concerti. E' un'altra storia. E ti dirò di più… i primo disco dei Labyrinth uscì nel 2003 per V2, che faceva parte di Virgin. Il presidente di V2 ai tempi è oggi il General Manager di Warner Music Italia. Ovviamente sono in contatto con questa persona. Da quando è entrato in Warner non mi saluta più. E lo capisco. Perchè è una storia completamente diversa.

Ok ragazzi siamo alla fine. Ultima domanda: com'è o come dovrebbe essere il vostro giorno perfetto?

Alessandro: Quando arriva te lo dico… Ce ne sono tanti, tutti ugualmente perfetti. Non te lo saprei descrivere…e non lo saprò mai.

Marco: Spero che sia un giorno perfetto il 24 luglio! Ha un buon potenziale!

Andrea: Io non ne ho idea.. anche perchè la scelta di "A perfect day" è stata abbastanza ironica inizialmente… Non so, mi accoderei al pensiero di Ale (batterista, ndr.). Il giorno perfetto è quel giorno in cui hai la percezione di aver fatto qualcosa per arrivare a. Il piacere sta nell'attesa. Sicuramente esiste il giorno sbagliato, quello improduttivo.

Gigi: Il giorno perfetto fondamentalmente non esiste. Non può esistere. Può esistere un giorno in cui ti senti in equilibrio con ciò che ti circonda. Per me la musica è un'enorme passione, quindi quando mi trovo a condividere il palco con persone che stimo e con cui mi trovo bene a fare musica, e soprattutto musica come vuoi, quanto vuoi… non è un giorno perfetto, ma molto molto bello.

Comments are closed.

More in:INTERVISTE

0 %