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Interpol – This Mirror Weighs a Ton

Ci sono band che a un certo punto smettono di inseguire sé stesse e altre che integrano il loro passato. Quattro anni dopo “The Other Side of Make-Believe”, disco onesto ma un po’ compiacente, il primo scritto con un occhio esterno come Flood, gli Interpol tornano con “This Mirror Weighs a Ton”, ottavo album e primo per Partisan Records dopo gli anni con Matador. Per la prima volta in un decennio lo fanno registrando di nuovo a New York, allo studio di Andrew Wyatt (che firma la produzione, con il missaggio di Dave Fridmann): un ritorno fisico, quasi simbolico, alla città che ha visto la loro nascita. Ritorno che, per chi li segue da sempre, si sente tutto.

Chi ha vissuto “Turn On the Bright Lights“ (2002) sa che il primo Interpol era ghiaccio e claustrofobia, l’eco di una New York post 11 settembre condensata in chitarre taglienti e un Paul Banks distante, fino alla paralisi emotiva, con una voce che affonda negli strumentali, lasciando sentire, a tratti, solo l’eco del suo canto. “Antics” (2004) apriva leggermente le porte, “Our Love to Admire” (2007) il primo su major, provava la strada orchestrale con ambizioni più grandi. Poi il decennio complicato: l’uscita di Carlos D, l’album omonimo del 2010, più cupo e ripiegato, il recupero con “El Pintor” (2014), il ritorno alla ruvidezza live-in-studio di “Marauder” (2018).

Una storia discografica e personale, che “This Mirror Weighs a Ton” sembra sintetizzare alla perfezione, fra le chitarre glaciali di Daniel Kessler, la batteria chirurgica di Sam Fogarino (che pur avendo lasciato i tour dopo un intervento alla schiena resta autore delle parti ritmiche del disco), il basso finalmente ufficiale di Brad Truax dopo quindici anni da turnista. Ma la tagliente e diretta semplicità degli Interpol stavolta allarga la tavolozza, e si evolve con naturalezza: fiati, archi, chitarre acustiche, synth, sound design sperimentale, a tratti ambient, a momenti puro come le loro radici.

Il disco si apre con la title track, forse il pezzo più sorprendente: leggero, quasi arioso, un Banks che si lascia andare a toni vocali più morbidi mentre ci dice, con espressione rassicurante, che essere soli è un atto di fede per il pazzo che dorme ancora nella nostra testa. Filo conduttore dei testi, nella nuova produzione come la vecchia, è un realismo crudo e imparziale che sembra un semplice pretesto per un’introspezione precisa e fredda, a tratti molto dolorosa. Mentre non mancano pezzi che ricordano il suono delle origini come “See Out Loud”, dall’altra parte, brani come “Iron City” e “Wounded Soldier” spostano lo sguardo verso la sorveglianza digitale e la violenza mediata dagli schermi, territorio tematico coerente con la vocazione della band a trasformare la psicologia in geografia. “Wake Up” flirta con percussioni quasi giocose, “So Rides the Reindeer” prova persino la strada del groove, “Enemy” si chiude su un pianoforte spoglio, con ombre di Nick Cave.

“This Mirror Weighs a Ton” è la produzione di una band matura, nata sotto l’egida del nichilismo, manifesto di un dolore sociale che non si può slegare da quello individuale, ma che matura senza perdere lo sguardo da outsider sul mondo, mentre ne fa sintesi sonora e filosofica, senza chiedere il permesso per dei prestiti a lungo termine da altri generi.

Non è un disco che insegue “Turn On the Bright Lights”, e nemmeno se ne allontana per paura del confronto: semplicemente lo integra, lo digerisce e ce lo restituisce confezionato, adornato e completato in maniera essenziale ed elegante. Ventiquattro anni dopo, gli Interpol non hanno più bisogno di dimostrare di essere ancora quella band: devono solo continuare a scavare. E qui, per la prima volta da parecchio tempo, sembra che abbiano trovato qualcosa di nuovo da dire. Guardarsi allo specchio pesa, ma gli Interpol non distolgono lo sguardo.

Tracklist

  1. This Mirror Weighs a Ton
  2. See Out Loud
  3. Iron City
  4. Wounded Soldier
  5. Wings On Fire
  6. Ever the Actor
  7. So Rides the Reindeer
  8. Darling Thoughts
  9. Wake Up
  10. Enemy
  11. Bird and The Serpent
  12. Sudden