Cimiteri e frattaglie nel nuovo appuntamento con l’estremo.

Defeated Sanity – Chronicles Of Lunacy (Season Of Mist)
I Defeated Sanity, una delle death metal band più brutali e tecniche di sempre, sono finalmente tornati con un album, “Chronicles Of Lunacy”, che, oltre a rappresentare il settimo sigillo della loro discografia, può considerarsi come un tardivo regalo di compleanno per i trent’anni di carriera. Il lavoro attuale rappresenta un sorta di sintesi degli ultimi tre full-length: se, a livello di produzione, viene ripreso il carattere semipulito di “Passages Into Deformity” (2013), il mix tra violenza gutturale e intellettualismo rimanda a “Disposal Of The Dead // Dharmata” (2016), mentre in termini di composizione ci troviamo dalle parti di “The Sanguinary Impetus” (2020), con una maggiore organicità a contrassegnare il tutto. Una tracklist dunque che assorbe variazioni jazzistiche, ardimentosi cambi di tempo e incursioni slam attraverso una resa spesso essenziale e diretta nel miglior stile Devourment, malgrado, nel complesso, l’opus non aggiunga nulla di davvero innovativo al curriculum del quartetto, rivelandosi “soltanto” compatto ed efficace. Gli oggi tedesco-statunitensi, guidati da un sempre fenomenale Lille Gruber dietro le pelli, continuano a bordeggiare i confini del metallo della morte, riuscendo a convincere anche quando rischiano poco.
Tracce consigliate: “The Odour Of Sanctity”, “Temporal Disintegration”, “A Patriarchy Perversed”

Gutless – High Impact Violence (Dark Descent Records / Me Saco Un Ojo Records)
Dopo la prima demo “Mass Infection” (2018) e lo split del 2020 con i losangelini Mortal Wound, si attendeva ansiosamente l’esordio sulla lunga distanza dei Gutless, band di Melbourne cresciuta a pane e death metal. Un ritardo in parte figlio di alcuni cambi di formazione, con i nuovi membri Allan Stacey e Joe Steele, rispettivamente lead guitar e basso, ad affiancare il chitarrista e vocalist Tom Caldwell e il batterista Ollie Ballantyne, due assunzioni che hanno permesso al gruppo di rilasciare il tanto sospirato debutto “High Impact Violence”. Il titolo e la grottesca copertina anticipano a dovere il contenuto del disco, ovvero un metallo della morte dal piglio selvaggio e frontale, molto conciso nella durata e capace di centrifugare Dying Fetus, Immolation, Malevolent Creation e Suffocation senza star troppo a badare alle sottigliezze. Un approccio decisamente fisico e dal groove irresistibile, con riff densi e nervosi intrisi di sfumature thrash che punteggiano una cordiale atmosfera da mattatoio slam, lasciato di proposito in disuso per consentire illegali estrazioni di umane viscere. Niente di straordinario sotto il sole marcio dell’estremo, ma gli australiani dimostrano di saperci fare, confezionando un gustoso cadeau prenatalizio.
Tracce consigliate: “Bashed And Hemorrhaging”, “Scalpel Obsession”, “GORE GOD”

Panzerfaust – The Suns Of Perdition – Chapter IV: To Shadow Zion (Eisenwald Tonschmiede)
È molto, molto difficile che le band odierne riescano nell’impresa di concludere una tetralogia, soprattutto per le controversie interne che spesso ne caratterizzano il percorso artistico. Non si può dire lo stesso dei Panzerfaust, gruppo canadese che, con “The Suns Of Perdition – Chapter IV: To Shadow Zion”, porta a termine la propria saga apocalittica, mostrando un’unità d’intenti davvero straordinaria. Sono lontani i tempi dei fregi luminosi di “The Suns Of Perdition – Chapter I: War, Horrid War” (2019), delle melodie danzanti che ogni tanto sollevavano il carico di tristezza di “The Suns Of Perdition – Chapter II: Render Unto Eden” (2020), degli interludi relativamente balsamici del monolitico “The Suns Of Perdition – Chapter III: The Astral Drain” (2022): qui la macchina nordamericana procede con un fatalismo tetro e inevitabile, conducendo il black metal polacco di Kriegsmaschine e Mgła nell’involucro di una freddezza sciamanica non priva di addentellati terrosi color ocra. Senza nulla togliere alla classe chitarristica di Brock Van Dijk, il drummer Alexander Kartashov, immenso nel passare da esplosioni di artiglieria nera a pattern ritmici di natura prog-doom, rappresenta il vero MVP del combo, per un platter da venerare saecula saeculorum.
Tracce consigliate: “The Hesychasm Unchained”, “When Even The Ground Is Hostile”, “The Damascene Conversion”

Stenched – Purulence Gushing From The Coffin (Extremely Rotten Productions / Me Saco Un Ojo Records)
Non ci è voluto molto ad Adrian Thule per dare un successore più professionale al notevole primo demo dei suoi Stenched, il marcissimo “Gorging On Mephitic Rot”. La one man band di Monterrey torna con il full-length d’esordio sotto il braccio, un “Purulence Gushing From The Coffin” che vede il supporto delle etichette Me Saco Un Ojo Records ed Extremely Rotten Productions, due label di fama underground che hanno deciso di scommettere parte dei propri soldi su un musicista giovane, ma dalle enormi potenzialità. Il disco, oltre a brillare per l’artwork particolarmente cool di Lucas Valtenbergs, presenta otto nuovi pezzi della durata di poco più di trentuno minuti, composizioni nelle quali il solo project messicano segue le orme dei vari Cerebral Rot, Cryptworm, Rottrevore e Undergang, misurandosi con un death metal putrido, spesso, saturo di sporcizia e macabramente groovy. Il ringhio vocale grasso e profondo, lontano, per fortuna, dal puro e semplice gorgoglio gastrico, marchia a dovere dei brani la cui ripugnanza viene esaltata dalla fatiscenza di melodie che sembrano richiamare quelle dei finlandesi Abhorrence, veri padri del genere in ambito europeo. Una formula vista e rivista, ma che, in questo caso, funziona, eccome!
Tracce consigliate: “Morbid Mass Of Repulsive Purulence”, “Mucus, Phlegm And Bile”, “Suppurating Cranial Cavity”

Tyrannic – Tyrannic Desolation (Iron Bonehead Productions)
Non importa quanto le band di oggi si spingano oltre i confini, né in che misura strana, sperimentale o innovativa possa suonare la musica moderna, perché esisteranno sempre formazioni con lo sguardo proteso al passato, cercando di emulare le gesta dei pionieri. I Tyrannic appartengono a questa genia di epigoni, con il membro fondatore, singer e batterista del trio R. che non perde mai l’occasione di ribadire come Tom G. Warrior e i suoi Celtic Frost costituiscano la loro più grande influenza. Attraverso gli ultimi dieci anni, il gruppo sembra aver comunque suscitato la giusta attenzione dall’underground estremo non soltanto per degli artwork da servizio fotografico cimiteriale, ma anche a motivo di una buona combinazione di black e doom metal, efficace soprattutto nel sinistro e a tratti epico “Mortuus Decadence” (2021). Il nuovo LP “Tyrannic Desolation” ricorda molto i Darkthrone degli ultimi due decenni, con i Candlemass e i Mithras a variare la portata delle suggestioni e un’estetica generale volutamente rétro che riesce a non limitarsi al culto degli antenati, proponendo qualche originale vibrazione funeraria. Cupi e raccapriccianti, gli australiani sono i compagni perfetti per delle placide escursioni tra le lapidi.
Tracce consigliate: “Prophetic Eyes Of Glass”, “Impaled Before Your Mirror Of Faye”, “Incubus Incarnate”





