urgh
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Mandy, Indiana – URGH

Vide sidéral
Froid viscéral

Tutto nasce e perisce nel dolore, sta a noi decidere se soffrire in silenzio o accettarlo nel modo più roboante possibile. Valentine Caulfield ha scelto l’ultima via, puntandogli la canna della pistola addosso e premendo il grilletto con la violenza sanguigna del più feroce degli esseri umani nel mezzo di un’apocalisse, facendo convergere in quel gesto balistico di sacra disperazione lo sconforto, la brutale impotenza, la dilaniante angoscia del mondo intero.

URGH” respira coi polmoni affaticati: abbattuto qualsiasi tentativo di escapismo ambient che rasserenava la serrata tessitura di beat del bellissimo “i’ve seen a way”, il sophomore dei Mandy, Indiana si lascia penetrare dalla lama acuminata del rancore viscerale, chiudendosi ancor di più a chioccia in questa oscurità tribale che inspessisce la quota industrial del plot.

“Sevastopol” concede parvenze melodiche triturate in questo blender di glitch elettronici e deconstructed club: è solo dolcificante, perchè “Magazine” uncina la pelle a freddo, la tira e la porta giù per un incubo lucido di electro-noise, tra sirene vorticose che gemono dolore elettronico assieme alle devastanti liriche (in lingua francese) della Caulfield, vomitate nel tormento.

La testimonianza di uno stupro come terribile leitmotiv del primo singolo dei mancuniani-berlinesi e di tutto “URGH”; ma l’episodio non acquisisce la funzione di fulcro unico ed ineccepibile, bensì di incendiario innesco: nel mezzo, tra i rantoli strazianti e le invettive arcigne contro molestie sessuali e misoginia – “I’ll Ask Her”, unica traccia in inglese, distorce i synth come urla morenti e li piega ad uno sconfortante ibrido lirico di ironia e incredulità – c’è una società spezzata che boccheggia per sopravvivere, soffocata dalle bombe e dal terrore verso il prossimo.

Mandy Indiana Charles Gall
Photo Credits: Charles Gall

Alex Macdougall percuote le pelli come una marcia tra fantasmi in “Dodecahedron”, felpando gli attacchi vocali della frontwoman contro i seminatori di guerre, le stesse denunciate in “ist halt so”, il manifesto corale di una “legione” che congiunge umanamente Parigi a Gaza, tra slanci hip hop e pulpiti rave punk che evolvono in una delirante coda breakcore.

Il bisogno di equilibrio sale timidamente sul piatto, come a voler controbilanciare la gravezza del platter: “try saying” solletica il trip hop caliginoso di “Maxinquaye”, lo segmenta e lo imbottisce di piccole eruzioni glitch-pop, i bpm impazziti e ballonzolanti sorreggono il flow prorompente di Billy Woods in “Sicko!”, il testo – ungarettiano, per compattezza e densità di significato – di “A Brighter Tomorrow” si apre tra i respiri artificiali, condensando il labile tepore dell’amore e l’inquietudine di fondo in un tocco, pelle su pelle, di momentanea estasi sentimentale.

“Life Hex” è ricarica dinamitarda di ira e noise-rock catastrofico, “Cursive” inebria la catarsi da dancefloor simil-techno: i due cardini della filosofia musicale dei Mandy, Indiana si fondono. Eviscerare l’angoscia e ballarci sopra, ma non prima di aver incassato un bel pugno allo stomaco, come anticipato dal titolo. “URGH” è purificazione dal malessere, nel minuscolo di una singola vita, nell’enormità di un’intera società. Perchè le catene, i traumi, le agonie provocate stanno iniziando a cedere in questo plumbeo rituale di corpi che si muovono nella penombra, le scintille ai piedi e il sangue negli occhi.

Tracklist

01. Sevastopol
02. Magazine
03. try saying
04. Dodecahedron
05. A Brighter Tomorrow
06. Life Hex
07. ist halt so
08. Sicko!
09. Cursive
10. I’ll Ask Her