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“Yes, it’s fucking political”. Non l’hanno suonata (purtroppo), ma come titolo può riassumere perfettamente una serata animosa – e animata – come poche. Non che dagli Skunk Anansie ci si potesse aspettare di meno, visto che è ciò che fanno dal giorno zero, ma rimane comunque un’attitudine non particolarmente popolare, e anzi, di questi tempi, particolarmente controversa. 

Lo spirito combattivo ha inizio già dal gruppo spalla, o da quando sul palco dell’Alcatraz arrivano un batterista e un chitarrista con un passamontagna in testa, due coriste saltellanti e una frontwoman in basco e calze al ginocchio, in un tripudio di rosa fluo. Il progetto So Good è nato a Londra, ha l’estetica di un video delle Spice Girls e sonorità che si rifanno tanto alla drill quanto al punk, spaziando dalla demenzialità alla satira feroce, per un risultato che è un po’ come se le Wet Leg facessero critica sociale. “Put your middle fingers up to the fascists” urla Sophie Bokor-Ingram, la quale gode di buona popolarità social con il suo progetto, ma sui motori di ricerca è altrimenti quasi introvabile. Peccato, perché ha una cifra stilistica e un modo di gestire il palco impressionanti, per un’artista che ha pubblicato solo una manciata di canzoni: si atteggia e interagisce col pubblico come se l’headliner fosse lei, ha una canzone che si basa su (ed è presentata da) una lunghissima dick joke e un’altra che si chiama “I Rewrote The Fucking Bible” (ovviamente). Probabilmente, tra sound e contenuto, solo dal Regno Unito poteva uscire una cosa del genere — e la prima cosa da fare, per riprendersi dalla serata, sarà andare a recuperarsi i suoi testi. Peccato per un certo immobilismo iniziale da parte degli spettatori, anche se c’è da dire che, almeno musicalmente, può darsi che ci si aspettasse altro (e comunque il set finisce con applausi scroscianti).

So Good

Il pubblico, a tal proposito, è molto “settorializzato”: le persone dai trent’anni in giù sono sicuramente molte meno rispetto alla maggioranza, che dice di ascoltare la band sin dagli albori degli anni Novanta. Qualcuno racconta di esservisi avvicinato tramite la carriera solista di Skin nei primi anni Duemila, i più giovani confessano di averli scoperti tramite la parentesi della vocalist come giudice di XFactor Italia nel 2015. Che non è assolutamente un male, anzi (ci si mette anche chi scrive). Lo avevamo già detto e qui si riconferma: qualunque mass medium faccia conoscere alle persone della buona musica, ben venga. I fan di vecchia data asseriscono di non apprezzare granché la carriera più recente degli inglesi, o di essersi da tempo “disconnessi” dalla loro discografia. A giudicare dal boato con cui viene accolto il brano d’apertura “This Means War” (2020), in realtà, non sembra del tutto così. 

Non c’è nulla da dire che non sia già stato detto, del resto: dal vivo gli Skunk Anansie sono mastodontici. L’impatto iniziale è quasi destabilizzante: un comparto musicale granitico, votato a rendere ancora più heavy canzoni che già di loro non ci andavano affatto leggere. E poi c’è la voce di Skin, carica di reverb quanto basta, ma altrimenti identica alle versioni registrate da qualche settimana a trent’anni fa, potente da risuonarti persino nelle viscere. Era in parte qualcosa che avevamo già visto due anni fa, un paio d’ore prima dei Red Hot Chili Peppers, ma con uno show da headliner non c’è confronto che tenga.

Skunk Anansie

Gli Skunk Anansie sono tra quegli artisti eccezionali nell’instaurare, con i propri fan, un rapporto particolarmente solido: è genuinamente bellissimo vederli interagire con le persone. Qui non c’è l’illusione che ci vedano davvero, qui la “quarta parete”, la cornice che separa il palco dalla transenna, viene fisicamente attraversata più volte. Skin non sta davvero ferma un secondo – continua a saltare, a salire sui monitor, a salutare singole persone, a scendere dal palco per buttarsi nella mischia, facendo anche crowdsurfing –, ed è sconvolgente ricordarsi che ha quasi cinquantotto anni. Gli altri tre sono, rispetto a lei, molto più in sordina: il batterista Mark Richardson seduto dietro a una barriera di spuntoni gonfiabili, il bassista Cass Lewis e il chitarrista Ace suonano dapprima più defilati, ma poi sono gradualmente più coinvolti, sorridendo agli spettatori e sprizzando felicità da tutti i pori. I pezzi proposti sono un buon “best of” di quella che, al netto delle pause, è una carriera trentennale — da “very old songs” come “I Can Dream” e “Little Baby Swastikkka” ai primi singoli dell’album in arrivo, come “An Artist Is An Artist”, un vero e proprio manifesto sul diritto e la volontà di continuare a fare arte nonostante il tempo, l’età, il mondo che cambia (“They don’t do all you say/Pack up their life and die away/‘cos they think all your little views are educational”). 

Skunk Anansie

Non mancano le prese di posizione politiche, come il discorso che antecede “God Loves Only You”. “L’Italia è una nazione molto religiosa. E lo so che voi sapete che le cose dette nel nome di Dio non sono ciò in cui Dio crede. Attaccare le parti più vulnerabili della società, come gli immigrati – io sono figlia di immigrati –, attaccare le persone trans, attaccare le persone gay, attaccare i diritti delle donne… questo non arriva da Dio. Arriva dagli uomini” dice Skin in inglese, in quanto il suo italiano è un po’ “rusty”, riprendendo ciò che già diceva trent’anni fa quando gli Skunk Anansie fecero il loro esordio nella musica con “Selling Jesus”. “Non lasciate che ci dividano! Anche nella comunità gay, non lasciate che ci dividano.” Il secondo momento “fuck the fascists” è accolto da altri diti medi alzati nell’entusiasmo generale. Entusiasmo che sente anche la band, al punto da ritornare per non uno, ma due encore: una prima tripletta che comprende anche “Hedonism” e una conclusiva “Follow Me Down”, per un finale decisamente più tranquillo rispetto al resto del concerto. Skin saluta tutti più volte, Mark fa il consueto lancio di bacchette, Ace tira un plettro direttamente nel cappello da baseball di un fan e Cass scende dal palco per consegnare la scaletta al suddetto fan (“che culo” è la sua dichiarazione a riguardo). È solo sulle note di “Bella Ciao”, cantata per un po’ insieme al pubblico, che gli Skunk Anansie finalmente si congedano, lasciando i fan a intonare il resto. 

Skunk Anansie

Forse, alla fine, aveva ragione Grandson: forse non ci servono più artisti di un particolare genere, ci servono più artisti con un messaggio. Quello degli Skunk Anansie può certamente non piacere, ma non si può non lodarne la coerenza: fin dagli inizi, i quattro inglesi hanno rivendicato con forza il diritto di ricorrere alla musica per farsi sentire — e anche oggi, anche stasera, dopo trent’anni, hanno dimostrato di avere ancora qualcosa da dire. Uscendo dall’Alcatraz, chi scrive si guarda intorno e conviene che sarebbe bello, se più ragazzi (ri)scoprissero questa band: in un panorama musicale saturo e spesso inflazionato, c’è un gran bisogno di artisti che mettano da parte il bisogno di piacere a tutti per dar voce ai propri pensieri più onesti. Non è affatto scontato.

Setlist

This Means War
Charlie Big Potato
Because of You
An Artist Is An Artist
I Believed In You
Love Someone Else
God Loves Only You
Secretly
Weak
I Can Dream
Twisted (Everyday Hurts)
My Ugly Boy
Animal
Piggy
Skankheads
Tear The Place Up
Cheers
Hedonism (Just Because You Feel Good)
Little Baby Swastikkka
Follow Me Down

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