Articolo a cura di Antonio Scattarelli
Non è passato molto dalle lodi spese per “People Watching” su queste pagine quando è iniziato il primo ascolto di “From A Distance”. Tempismo perfetto, teoricamente. Praticamente, dopo tre tracce avevo già iniziato a chiedermi cosa stessi ascoltando.
Per parafrasare i Subsonica: non siete riusciti a bissare “People Watching”. Un aspetto che può anche essere comprensibile, dato che l’intento dichiarato di questo album è esattamente l’opposto. Ma evolversi non significa necessariamente doversi allontanare così tanto da ciò che funzionava.
La prima impressione è semplice: troppa melodia. Piano, synth, clean vocals, archi, aperture enormi, ritornelli costruiti per spalancare le finestre e far entrare aria. Poi, all’improvviso, un riff che ti prende a sberle, uno scream, un breakdown enorme e violentissimo, quasi a ricordare che sì, questi sono ancora i 156/Silence.
Il problema è che spesso sembrano esserlo solo in lontananza.
“From A Distance” resta un disco profondamente strano, ma immerge quella stranezza in un linguaggio molto più melodico e molto più vicino al metalcore moderno con un forte retrogusto di nu metal e post-hardcore di metà duemila. Architects, Korn, Slipknot: i riferimenti emergono così chiaramente che a volte arrivano prima della band stessa. Il riff di “No Arms”, per esempio, è talmente vicino a “Blind” dei Korn da rendere difficile pensare ad altro.
Le clean vocals sono ormai lo spazio principale, non più un finto attimo di respiro in mezzo alla violenza. In “People Watching” la melodia era una crepa dentro l’heavy; qui, spesso, è l’heavy a diventare la crepa dentro la melodia. Questo non sarebbe necessariamente un problema, se questa scelta non rendesse molte sezioni fin troppo leggibili: piano, voce pulita, batteria che cresce, apertura atmosferica, scream, esplosione, ritorno melodico. Tutto molto bello. Tutto già sentito un milione e mezzo di volte.
Quando invece il disco decide di essere davvero imprevedibile, rischia il problema opposto: strutture costruite per collisione, riff nu metal, deathcore, synth, clean dreamy, aperture alt-rock e breakdown che sembrano appartenere a cinque pezzi diversi. Su “People Watching” non sapevi dove sarebbe andata una canzone, ma quando ci arrivava tutto sembrava avere senso. Qui, a volte, non sai dove sta andando. Ci arriva, ma continui a non capire il perché. È questo il limite principale di “From A Distance”: oscilla tra brani troppo leggibili e momenti talmente destrutturati da perdere quella coerenza interna che rendeva il disco precedente così efficace. Non è un album privo di personalità, anzi, è pieno di personalità diverse che non sempre riescono a convivere. Ed è proprio questo a renderlo frustrante: non sembra il lavoro di una band che ha finito le idee, ma di una band che ne ha troppe e non sempre sa quali tenere.
Jimmy Howell ha dichiarato di voler far evolvere la band allo stesso modo dei Bring Me The Horizon, invece di “rifare lo stesso album ogni pochi anni”. Idea lodevole, ma se “People Watching” era “That’s the Spirit”, “From A Distance” non è “amo”, perché manca completamente una “MANTRA”. Al momento sembra più un “Music to Listen To~Dance To~Blaze To~Pray To~Feed To~Sleep To~Talk To~Grind To~Trip To~Breathe To~Help To~Hurt To~Scroll To~Roll To~Love To~Hate To~Learn Too~Plot To~Play To~Be To~Feel To~Breed To~Sweat To~Dream To~Hide To~Live To~Die To~GO TO” (sì, ho dovuto copiare il titolo perché nessun essere umano sano lo ricorda tutto) che ci lascia semplicemente in attesa di un “Post Human”.
Tracklist
01. Control Burns
02. No Arms
03. Order & Entropy
04. Swept From Under (Call of the Void)
05. An Early Exit
06. Collateral (ft. Crippling Alcoholism)
07. Cannon Fodder (ft. Mike Hranica)
08. Secret Room
09. Proxy Idols
10. Phoenix Dies
11. From A Distance (ft. Alex Reade)
12. After Dusk

















