MARDUK memento mori 700x700
NUOVE USCITERECENSIONI

Marduk – Memento Mori

Poche realtà del cosmo estremo possono vantare una storia, allo stato attuale, di trentatre primavere e una discografia che, eccetto qualche opus meno convincente, si assesti su standard qualitativi medio-alti, con delle punte di magnificenza sparse qui e là durante il cammino. I Marduk continuano a incarnare il metallo nero nella forma più spietata e spesso ideologicamente ambigua, benchè la recente espulsione dalla line-up del bassista Joel Lindholm, colpevole del saluto romano durante l’Incineration Fest londinese dello scorso maggio, sembri allontanare, in via definitiva, qualsiasi illazione sospetta. La corazzata scandinava si rende ora protagonista di un “Memento Mori” che arriva un lustro dopo l’ultimo – e non eccezionale – lavoro, un’attesa mai vista per una band in grado di sostenere il ritmo ossessivo di un full-length ogni paio d’anni. Scansione comunque conservata, dal momento che si tratta del loro quindicesimo album in studio.

“Nightwing”, “Panzer Division Marduk” e “La Grande Danse Macabre”, diffusi tra il 1998 e il 2001, costituivano la famigerata trilogia blood, fire and death i cui due capitoli iniziali segnarono l’apice compositivo e commerciale del gruppo, almeno per quanto concerne la porzione di carriera con Legion al microfono. L’opaco “World Funeral” (2003) mise la parola fine a sodalizio artistico e il successivo ingresso in formazione del singer Mortuus rappresentò un notevole arricchimento a livello di scrittura, grazie a quei funebri e insalubri innesti sperimentali caratteristici dei suoi Funeral Mist e, in generale, della corrente orthodox.

Il caro soggetto del fuoco, ovvero della guerra, invero mai abbandonato, ma soltanto tinto di altre riferimenti spaziotemporali, ed esposto con doverosa accuratezza in “Fronteschwein” (2015) e “Viktoria” (2018), oggi lascia il campo al ritorno del tema della morte, con il nuovo LP che, mentre invita gli uomini a riflettere sulla finitezza della vita, giunge a conclusioni prive di qualsivoglia speranza di salvezza. E quando i demoni babilonesi tirano fuori dalla polvere delle lapidi perle di così invereconda saggezza, le influenze stilistiche della creatura del frontman Daniel Rostén – figlie in particolare di “Deiform” (2021) – emergono con forza inesorabile, soprattutto nei marziali mid-tempo “Shovel Beats Sceptre” e “As We Are”, dove regna sovrano un clima malsano e di strisciante perfidia, con la chiusa che si avvale finanche dello spoken word distorto del compianto L.G. Petrov. Giusto per aggiungere un’inquietante flavor d’oltretomba.

Un platter che, da buona tradizione, si caratterizza certo per una velocità sinistra e sanguinaria, egregiamente governata dietro le pelli dal tedesco Simon “Bloodhammer” Schilling, ex batterista di Belphegor e Panzerchrist e primo membro del gruppo a non fregiarsi della nazionalità svedese, capace di sorreggere, con rigore militare, brani dalla struttura invero piuttosto ricercata, che ricordano, alla lontana, le intuizioni tardo barocche di Georg Friedrich Händel. Se tracce ariete come “Coffin Carol”, “Heart Of The Funeral” e “Red Tree Of Blood” paiono appartenere alla nomenclatura di una “Fistfucking God’s Planet” riletta attraverso gli occhi di “Plague Angel”, mentre la title track d’apertura o le stesse “Marching Bones” e ”Year Of The Maggot ” tendono a creare, nel mezzo di tremende esplosioni di tremolo e blast beat, atmosfere opprimenti e contorte, pregne di sfumature ambient, doom, industrial ed effettistica varia. “Blood Of The Funeral”, invece, contraddistinta da un main riff dalla nervosa linea melodica e da un finale di sapore orchestrale, rappresenta, forse, la traccia migliore del lotto, con un Morgan Håkansson funzionale nel ricamare orde di texture chitarristiche stillanti tracotanza wagneriana e  ferina orecchiabilità. Con il decisivo contributo sia di un singer che, a parte una penna ispiratissima, sfoggia la solita prestazione vocale ferocemente evocativa sia di una produzione, frutto del fido Devo Andersson, in grado di rivestire i pezzi di una coltre sudicia e terrosa mantenendo ben udibili, però, le trame dei singoli strumenti.

“Memento Mori” suona totalmente e selvaggiamente black metal pur all’interno di un contesto complesso, nel quale i Marduk incastrano i tanti e diversi accenti, compresi i fisiologici richiami autoreferenziali, in maniera fluida e coesa, riuscendo a reinventarsi senza stravolgere troppo le regole del gioco. Ancora una volta.

Tracklist

01. Memento Mori
02. Heart Of The Funeral
03. Blood Of The Funeral
04. Shovel Beats Sceptre
05. Charlatan
06. Coffin Carol
07. Marching Bones
08. Year Of The Maggot
09. Red Tree Of Blood
10. As We Are

Comments are closed.

More in:NUOVE USCITE

0 %